Sarajevo e Mostar. Un obiettivo a vent’anni dalla guerra.

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Quando nel 1991 scoppiò la guerra nei Balcani avevo quasi 30 anni, abbastanza adulta da capire quanto fosse vicino quel conflitto.
È una guerra che ricordo nitidamente, forse perché sembrava dietro l’angolo, geograficamente molto vicina, bastava attraversare uno dei nostri mari ed eccola lì.
Gente conosciuta partiva in quei giorni per portare aiuti e ricordo con netta angoscia immagini di devastazione e violenza, corpi mutilati e case distrutte.

A 20 anni di distanza ho deciso di andare in Bosnia Erzegovina quest’estate, vedere cosa sono diventate Sarajevo e Mostar, città che avevo visto annientate dalla guerra, togliermi dalla testa quell’unico ricordo di palazzi in fiamme e gente massacrata.

Ho trovato Sarajevo estremamente piacevole, adagiata sul fondo valle dove scorre il fiume Miljacka, con pochi palazzi ancora distrutti, ma molte targhe sui muri con i nomi dei caduti durante la guerra.
A dispetto della evidente povertà è ricca di gente di straordinaria gentilezza, ho incontrato più di una persona disposta ad accompagnarmi dove stavo cercando di andare, pur non dicendo una parola d’inglese.
Una gran quantità di edifici religiosi di confessioni diverse convivono a  Sarajevo, musulmani, cattolici, ebrei… la diversità è ovunque.

Al contrario Mostar è ancora largamente distrutta. Tutta la parte centrale di vicoli che si snodano intorno al famoso ponte Stari Most, distrutto nel 1993, è perfettamente ricostruita, ma molti palazzi ad appena una strada di distanza, sono ancora in pezzi e abbandonati.
È ripresa la tradizione dei tuffi dallo Stari Most, una pratica che nel ‘900 i ragazzi utilizzavano per mostrare alle ragazze la loro virilità, adesso pare che venga usata soprattutto dai ragazzi musulmani per raggranellare qualche soldo.
È davvero difficile capire perché persone che fino al giorno prima erano amiche, il giorno successivo si sparavano addosso e la differenza di etnia e religione non sembrano sufficienti a spiegare.
Nonostante i 20 anni passati la normalità sembra ancora lontana e resistono la diversità e la frantumazione di un popolo.

“Per trovare la ragione di un verbo
Perché ancora davvero non è tempo
E non sappiamo se accorrere o fuggire.” [1]

Lorena Franzini

Sarajevo. Ponte sul fiume Miljacka. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Riflesso della Cattedrale cattolica. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Ambulanti sulla via Ferhadija. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Agosto 2012. In attesa davanti alla Moschea Gazi-Husrevbey. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. In attesa davanti alla Moschea Gazi-Husrevbey. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Agosto 2012. In preghiera alla Moschea Gazi-Husrevbey. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Agosto 2012. In preghiera alla Moschea di Baščaršija. Foto Lorena Franzini

 


Sarajevo. Agosto 2012. Il taglio di capelli. Foto Lorena Franzini

 

 


Mostar. La bambola. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Mostar. Home. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Mostar. Il mercato di Mostar. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Mostar. Tuffo dallo Stari Most. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 


Mostar. Artigiano di monili. Agosto 2012. Foto Lorena Franzini

 

[1] da “Notti di pace occidentale” di Antonella Anedda  – 1999 – poesie nate durante la guerra nei Balcani

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