Sarri, Totti, la finanza e Masaniello.

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Cosa è successo in questo week-end al mondo del calcio italiano? Raccontando i fatti si potrebbe riassumere così:

un grande allenatore, un innovatore di idee calcistiche, torna in serie A dopo un anno di lavoro all’estero, a Londra. Si accasa presso il club che ha vinto gli ultimi 8 scudetti del calcio italiano con l’obiettivo dichiarato di restituire il bel gioco alla Juventus ed attraverso questo portarla sul gradino più alto d’Europa;

un dirigente della Roma, già grande giocatore di quella squadra anzi bandiera di quella maglia e di quella tifoseria, si dimette per contrati con la proprietà del club giallorosso.

Questi sono i fatti. Apparentemente banalissimi, circostanza normali del mondo del calcio. Eppure le aperture dei telegiornali ne parlano, i titoli di testa delle maggiori testate televisive sono piene di queste notizie, su Instagram addirittura girano le slide riassuntive dell’intervento di Francesco Totti.

Ma il calcio non è solo calcio. Lo dico da tanto tempo ormai ed i visi dei miei amici romanisti parlavano chiaro. La tristezza che leggevi nei loro occhi era autentica, chiaramente avrebbero preferito non parlare neanche di questo argomento. Quando, dopo averli stimolati a parlarne comunque, si aprivano ciascuno aveva da raccontare una propria verità, una storiella sul legame con Totti. Una figura che in qualche modo apparteneva alla dimensione piacevole della loro esistenza, un amico di tutti.

I miei sodali tifosi napoletani, invece, esprimevano rabbia ed una ironia cattiva nei confronti di Sarri, peggiore di quella proposta contro Higuain.

Quanta identificazione c’è nel calcio, quanto immettiamo la nostra passionalità e la partecipazione emotiva in questa sfera. Si annunciano grandi proteste fuori la sede della società giallorossa a Trigoria. Il club ha mollato Totti, la sua bandiera, un’offesa per una intera tifoseria, il popolo giallorosso si farà sentire.

Mi viene sicuramente più facile questa riflessione sulla vicenda giallorossa, non essendo emotivamente coinvolto: come è possibile che l’unica molla che catalizza una protesta di piazza sia questo senso di appartenenza? In una città come Roma, chiaramente allo sbando sotto tutti i punti di vista, nella quale accadono anche aggressioni inquietanti da parte di piccole squadracce, l’unico punto di protesta autenticamente popolare sia legata al destino del dirigente della società sportiva A.S. Roma, Francesco Totti?

La risposta che mi do è che il calcio non è solo calcio e che questa appartenenza rischia di iniziare a divenire un problema. C’è un vuoto che viene coperto da questa passione. E’ un meccanismo che vale per me stesso. Gli eventi di cui sto raccontando tradiscono definitivamente un’idea romantica di calcio, quello nel quale siamo cresciuti negli anni ’70; in quel periodo il trasferimento di calciatori, allenatori e dirigenti era certamente meno frequenti, le squadre di club erano delle filastrocche da raccontare.
Malato di pallone come sono, ricordo ancora le formazioni dell’epoca, gli stadi in cui si giocava, i presidenti di un’epoca in cui c’erano ancora personaggi come Romeo Anconetani e Costantino Rozzi.

Ora quel mondo è sepolto e ieri sera ho assistito ad un dibattito tra una giornalista/tifosa della Roma ed un giornalista calcistico/finanziario che valutavano da diversi aspetti la vicenda Totti. Lei metteva sul piatto della bilancia il peso emotivo, romantico di questa figura e l’impatto conseguente sulla tifoseria ed in ultima analisi sugli introiti della società; l’analista finanziario raccontava che il Pupone rischiava addirittura il deferimento per aver ventilato una cessione della società giallorossa.

Mai fu così lampante cos’è oggi il calcio e quali diverse dimensioni esprime: una appartenenza che ci consente di tapparci gli occhi e magari anche il naso, considerati i miasmi della monezza presenti a Roma cui nessuno fa più caso, da un lato, dall’altro c’è un business per straricchi nel quale il consumatore ormai paga tutto. A partire dal gigantesco affare delle pay tv.

Ci sarebbe, poi, da fare una seria riflessione sulla necessità endemica del napoletano di trovare un qualche Masaniello che ci conceda qualche illusorio momento di gloria. Invece di provare a ribaltare le sorti economiche e politiche, sociali e culturali delle nostre terre, ci basta un Sarri qualunque da ergere a momentaneo conducator per sentirci vivi. Alla fine ci svegliamo e troviamo un allenatore capace ed ambizioso che vuole diventare il numero uno in Italia e nel mondo attraverso il bel gioco.
Per noi e per una presunta classe dirigente e colta della città resta invece un traditore. L’ennesimo inganno.
Vittorio Fresa

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