Scienza, scienziati, informazione e politica: riflessioni in tempo di crisi

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Nella tragedia greca gli uomini sono dilaniati, figurativamente, dall’impossibilità di risolvere situazioni in cui come fai sbagli; le “cause” dei fatti tragici sono fuori dal loro potere: accadono, non se li cercano ma, inconsapevolmente, prestano loro il fianco. Se gli uomini non possono uscirne, talvolta possono gli dei, che appaiono sulla scena trasfigurati, con qualche meccanismo di comparsa dall’alto (“deus ex machina”): sulla scena la sapienza divina porta a soluzione la situazione tragica. Nel mondo antico, un uso eccessivo del deus ex machina era mal considerato, perché segno di incapacità a sciogliere altrimenti le trame, poco istruttivo per gli uomini, che ai loro casi devono ben pensare; l’espediente poteva (e forse doveva) funzionare una volta sola, nel culmine della tragedia, e consentire così la catarsi.

Nella indubbia tragedia della pandemia CoViD-19 il deus ex machina è la figura dello scienziato, più in particolare del virologo. La rappresentazione tragica non è nel teatro, ma più spesso nei talk show televisivi, o in video streaming. Allo scienziato è affidato il ruolo di sciogliere l’intrico; la parte degli uomini incapaci di districarsi nella sorte avversa spetta più facilmente ai politici, che in questo ben rappresentano l’ansia di tutti noi.

Sto facendo una forzatura?
Non mi pare dubbio che mai come ora esista un’attenzione e un’attesa (una pretesa?) nei confronti della scienza. Personalmente sono esterrefatto nell’assistere alle interazioni con i virologi: politici e giornalisti si infantilizzano, assegnando loro la parte di chi sa risolvere i problemi e “guidarci”, con regole chiare e certe. Una manifestazione tipica è la reiterazione ossessiva della medesima domanda, decine di volte, addirittura alla stessa persona: avremo il vaccino entro qualche mese? Come si evolverà la pandemia? Dovremmo fare i tamponi? E i test immunologici? Se ho fatto il test sono sicuro al 100%?
Uno stillicidio in cui non conta la risposta, ma la reiterazione della domanda. Se io fossi un virologo, cachet a parte, mi rifiuterei di partecipare a un’altra trasmissione televisiva dove mi saranno riproposte domande proposte innumerevoli volte negli ultimi due mesi. Peccato che nella drammatizzazione (che c’è tutta) la catarsi non arrivi. Tutti se l’aspettano, ma non arriva. Ma forse la tragedia sta proprio nel considerare ne considerare gli scienziati i deus ex machina e non uomini che partecipano alla tragedia.

Cosa c’è che non va?
La tesi che propongo è che ci sia un grande assente in questa scena: la scienza ed il suo metodo, mentre al suo posto vengono messi costantemente in scena gli scienziati, più o meno divinizzati. È uno schema da cui sarebbe bene ci liberassimo tutti. La scienza è una cosa troppo seria per trasformarla nello spettacolo dell’opinione degli scienziati, da sottoporre alla regola della par condicio; regola sensata se si contendono mere opinioni, ma una commedia dell’assurdo quando tutti abbiamo bisogno di evidenze.

Perché è bene fidarsi della scienza più che degli scienziati? Che differenza c’è?
C’è una differenza enorme. La scienza è innanzitutto un metodo, alla portata di tutti. Un metodo solido e “scalabile”, che puoi applicare alle piccole cose e a quelle moto grandi. Sa di non essere infallibile e non lo pretende. Gli scienziati invece sono uomini che hanno le caratteristiche di tutti gli altri uomini e hanno più confidenza di altri ad applicare il metodo scientifico su questioni complesse. Ma rimangono uomini e come tali soggetti a pulsioni, ambizioni, errori, ingenuità, avidità e tutta quella serie di debolezze comune al genere umano. Credere che un umano, per il fatto di aver percorso un cursus honorum, divenga indenne dalle umane debolezze è veramente ingenuo. E infatti gli scienziati di sciocchezze ne dicono: quando esprimono opinioni non avendo applicato il metodo, sbagliano esattamente come tutti gli altri. Nessuno si sogna di chiedere a un nobel per la fisica chi vincerà il campionato: ne sa meno del mio vicino perdigiorno informatissimo sul calcio.
Il momento in cui mi fido molto di uno scienziato è quando espone i risultati di una ricerca, in cui la controprova è stata severa e il cui esito è stato “rivisto” attraverso una peer review neutrale: qualcun altro come te che vede quel che hai fatto, come lo hai fatto, quali conclusioni ne hai tratto e dice che sì, è ben fatto e credibile e il tuo modo di procedere nel trarre le conclusioni è pubblico e disponibile. In quel momento non sto ascoltando un’opinione, sto ascoltando una conclusione, che è conoscenza valida anche per me.
Se invece ascolto un famoso scienziato che esprime un’opinione su qualcosa che non ha neanche potuto verificare, la mia fiducia svanisce, è il nulla, sto ascoltando uno stregone, anche se è un premio nobel. E in effetti in questi mesi abbiamo anche assistito allo svarione del nobel. Figuriamoci gli altri . Ci stupiamo che gli scienziati dicano castronerie?

Senza entrare in un dibattito troppo (e qualche volta inutilmente) complicato, scienza è essenzialmente un metodo di conoscenza, applicabile a cose enormi come a cose quotidiane, che rende molto più potente chiunque lo usi, a qualunque livello. Nella sua essenza il metodo scientifico consiste nel cercare una spiegazione a fenomeni osservabili, preferendo la più semplice tra quelle altrettanto valide. Una spiegazione è valida quando è coerente con l’osservabile in tutti i suoi aspetti significativi, non crea contraddizione e quando è stata sottoposta a prova e controprova, nei limiti del ragionevole. La miglior conferma viene dalla capacità di prevedere fenomeni futuri, che poi vengono riscontrati. Prova e controprova, cioè falsificabilità, sono ingredienti essenziali. Falsificabile significa tra l’altro che nessuna conoscenza scientifica è assoluta e che ogni proposizione è valida qui e ora ma è suscettibile di essere superata da una spiegazione migliore anche domani mattina. Ma fino ad allora è conoscenza scientifica, imperfetta, ma la migliore di cui disponiamo al momento.

Sono scientificamente valide anche affermazioni quotidiane, che non siamo portati a considerare oggetto di scienza: ad esempio sulla cottura di due uova, non solo sulla meccanica quantistica. Ma quando hai imparato che l’acqua bollente cuoce le uova in qualche minuto è una conoscenza che rimane valida (almeno finché per sventura non ti imbatti in un uovo di struzzo, per il quale ti ci vuole un po’ di più, o in un uovo fecondato, da cui non otterrai ciò che ti aspettavi). Se qualcuno ti dice che per cuocere le uova il metodo migliore è portare a ebollizione alcole etilico e cuocerle lì dentro, non è un’opinione, è una idiozia e se proprio vuoi provare, è bene che ti premunisci ad evitare un incendio, ma comunque il tuo uovo verrà fuori meno cotto che in acqua, perché l’alcol bolle a 78 gradi, non a 100. Sto giocando, è evidente, ma insomma puoi applicare il metodo di prova, controprova e falsificazione anche alla cottura di un uovo.
Perché nessuno di noi è così bischero da tentare di cuocere un uovo in alcol, ma possiamo considerare credibile una castroneria scientifica? Credo avvenga perché crediamo a chi parla e non al come e perché. Usciamo cioè dai rudimenti del metodo scientifico per ricorrere alla fede.

Il metodo mi direbbe anche di applicare, oltre principio di non contraddizione (ahimè, del tutto sconosciuto a tutta una genia di politici nostrani, non solo sovranisti), il principio di proporzione: per esempio se io dico che per rompere le uova ci vuole il martello, e proverò 100 volte che con il martello l’uovo si rompe, avrò comunque detto una castroneria, e sprecato 100 uova, mentre il principio di proporzione mi avrebbe consigliato di fare una semplice contro-prova con un cucchiaino, con ciò rispettando anche il principio di semplicità, noto da 700 anni come “rasoio di Occam” .
Voglio dire che il metodo in sé è alla portata dei mortali e può essere applicato con profitto in molte situazioni della vita, da ognuno di noi. Usarlo ha il grande potere di istruirci sui nostri comportamenti e indurci ad adottare misure migliori di altre (ad esempio con il virus comportamentali, farmacologiche, cliniche, normative, …). Ma comporta anche la fatica di accettare la confutazione, anzi di accoglierla favorevolmente, come un dono.
In questo colossale mismatch tra scienza e scienziati cade grossolanamente anche la politica, un po’ In tutto il mondo. Essa, spaventata, delega uno spazio alla scienza, vi si affida, talvolta ostentandolo, talaltra contendendo subito dopo il potere che ne deriva, come in Usa. Troppo vicina agli umori e ai sondaggi, non ha il coraggio di dire parole di verità e affida agli scienziati, in questo caso strettamente ai virologi, la parte di cerbero. Tranne poi accorgersi che non tutti i virologi sono per definizione d’accordo (ma va?), che se chiedi loro chi vincerà il campionato non lo sanno e soprattutto che buona parte di loro non ha la più pallida idea della complessità dell’interazione sociale. Così dopo un po’ si può assistere alla stucchevole contrapposizione tra scienza ed economia (cui i più ragionevoli si sottraggono totalmente).

La contaminazione che ne deriva tra scienza e poteri sarebbe imbarazzante se non fosse tragica: guardiamo il susseguirsi degli eventi. Che esistano agenti infettivi ed epidemie lo sappiamo da molti secoli, che questi siano opera di microorganismi da meno di un secolo, come funzionano i virus da qualche decina di anni. Più di un virologo ha denunciato da tempo il rischio di spillover, accentuato dalle attività antropiche, ma ciò non ha attivato sistemi di protezione da quasi alcun paese al mondo. Ergo, i virologi non hanno avuto il potere di farsi ascoltare: i protocolli di sicurezza messi a punto nel 2003 sono stati dimenticati, quando non scherniti. Qualche sussulto per epidemie “locali”, infine compare il CoViD-19; quegli stessi virologi che non avevano ottenuto abbastanza attenzione per impiantare decenti piani di contigency, si trovano proiettati al centro della scena e dell’azione politica mondiale e si chiede loro la soluzione di tutto. Inascoltati prima e buttati in prima linea poi suggerisco azioni estreme. Praticamente il mondo intero va in lock down.
In pochi paesi, dove si era avuta un po’ di esperienza, ci sono piani predisposti ed equipe multidisciplinari pronte a entrare in azione. Qualcuno capisce anche di organizzazione, magari ha pure letto Weick e sa che servono organizzazioni resilienti, serve multidisciplinarietà, analisi degli errori, massimo sostegno alla prima linea. Qualcuno si accorge che c’è chi ha studiato le situazioni di crisi e avrebbe qualcosa da dire. Ma nella maggior parte del mondo no: delega sostanziale ai virologi e poi si vedrà. Non credo che passerà molto tempo perché molti dei nostri eroi attuali venga figurativamente crocefisso, incolpevole, per non aver saputo dare la soluzione giusta a questa tipica umana tragedia. E già si vedono settori della politica pronti a scaricare gli scienziati che prima hanno ignorato, cui poi hanno affidato tutto, chiamandosi fuori.
Già perché tra tutte le discipline, quella che ha per oggetto la sintesi della complessità sociale e la creazione di forme adeguate di convivenza, anche in condizioni estreme, è una scienza che si chiama politica, cui non farebbe male ricordarsi i propri fondamentali di metodo. E che quindi dovrebbe promuovere confronto e sperimentazione, dovrebbe alimentare l’elaborazione sociale ai vari livelli, ponendosi il compito di guidarla, non di contenerla. Una politica rispettosa del metodo ad esempio favorirebbe ricerca multilaterale, condivisione dei dati, attuerebbe sperimentazione pubblica, considerandola prioritaria anche in emergenza.
Mi pare però che se la politica mostra una debolezza, l’informazione mostri un colossale fallimento. I media hanno inscenato la tragedia, ripetuto il copione dei momenti e dei fattori di crisi, spettacolarizzando i virologi e le domande d’ansia senza risposte, ma non ha favorito la sintesi. L’inchiesta è spesso andata a quel paese, la stessa cronaca è depauperata e i format dominano sulla gravità del contenuto. Casomai abbiamo assistito al ridispiegamento delle forze in campo, di chi si prepara per un interesse futuro. Quanto a mostrare crismi da metodo scientifico, prova controprova, assunzione di conoscenza e “progresso”, si è visto assai poco in tv, qualcosa sulla carta stampata, qualcosa sulle testate web. L’informazione ha preferito far galoppare l’immaginario scientifico che dare spazio alla scienza ed al suo metodo. Fa più audience?
Bruno Coppola

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