Scontri armati in Macedonia

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Mentre il 9 maggio si celebrava la festa dell’Europa in Macedonia si registrava un vero e proprio atto di guerra. Una coincidenza ma l’episodio non deve e non può lasciare indifferenti anche se si tratta di un paese di poco più di 2,1 milioni di abitanti.

Il conflitto armato è iniziato alle prime luci dell’alba ed è proseguito per tutto il fine settimana in un sobborgo residenziale di Kumanovo, la seconda città situata nel nord del paese. Nel quartiere, abitato prevalentemente da famiglie macedoni di etnia albanese, si è svolta una battaglia cruenta che ha lasciato sul terreno 22 morti, di cui 8 poliziotti e 14 uomini armati. La polizia macedone ha attaccato, anche con mezzi pesanti, secondo le fonti ufficiali, un gruppo armato composto tra 50 e 70 uomini.
Secondo il ministero dell’interno, questi ultimi provevivano da un paese straniero e si preparavano alla distruzione di obbiettivi strategici.
Dall’interno e dall’estero sono arrivate dichiarazioni di condanna della violenza e di invito alla calma. Così i leader della comunità albanese di Macedonia, i due  partiti della comunità albanese (DUI e DPA), così il ministro degli esteri serbo Ivica Dacic, il ministero degli esteri dell’Albania e quello del Kosovo. La situazione sembra calma al momento a Kumanovo, una città multietnica dove il livello di convivenza tra i cittadini di diverse nazionalità è molto alto.
Comunque la preoccupazione è palpabile e di questo sembra ne siano coscienti anche Ue e Ocse, ma da qui a che ci siano degli interventi dettati da una linea di politica estera chiara ce ne passa. E se pensiamo a come sia stata gestita la crisi in Ucraina c’è di che allarmarsi.

Nei mesi passati c’erano stati episodi violenti ma non avevano raggiunto questa gravità. Se le relazioni tra le comunità non sono mai state idilliache, anche per l’uso strumentale che spesso ha fatto il governo delle motivazioni delle minoranze, è pure vero che non si registrano episodi continuativi. Dopo la breve guerra civile tra il gennaio e il novembre 2001, gli accordi di Ocrida riuscirono a stabilizzare la situazione obbligando il governo macedone a garantire maggiori diritti (rappresentanza politica, uso della lingua albanese, partecipazioni a istituzioni come esercito e polizia…) ai cittadini di etnia albanese che attualmente rappresentano il 25% dell’intera popolazione.
Il premier macedone Nikola Gruevski ha parlato di uno dei «gruppi terroristi più pericolosi nei Balcani» che avrebbe come obbiettivo la destabilizzazione della Macedonia. Si è fatto riferimento all’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), già attivo per l’indipendentismo albanese, che avrebbero parlato di «inizio» di una offensiva per l’instaurazione della «Repubblica di Illiria». A parte l’oggettiva difficoltà a credere ad una leadership, così diffusamente contestata e contestabile di cui parleremo a breve, non sono affatto chiari gli aspetti di questa esplosione di violenza. Come spiega il sito Eastjournal.net «non è chiaro perché la polizia macedone abbia avviato un’operazione su così larga scala senza informare adeguatamente e mantenere un dialogo aperto con la popolazione, né è chiaro quale tipo di operazione tale gruppo armato stesse organizzando, né se (come sembrano far temere le perdite tra le forze dell’ordine) tale operazione sia stato organizzata e condotta in maniera professionale. La mancanza di informazioni chiare ha anche portato alla nascita e diffusione di varie teorie del complotto. Da un lato, l’opposizione socialdemocratica e i media dei vicini Albania e Kosovo hanno interpretato il tempismo degli eventi come una tattica diversiva da parte del governo Gruevski, che avrebbe tutto l’interesse a spostare l’attenzione dalle proteste antigovernative in corso a Skopje, recuperando legittimità interna ed internazionale dal mostrarsi come unico baluardo contro il “terrorismo” e la destabilizzazione del paese. […] Dall’altra parte, sui tabloid serbi e macedoni, si leggono interpretazioni fantasiose del conflitto a fuoco come di un piano di USA e UE volto a destabilizzare la Macedonia attraverso la guerriglia per impedire la realizzazione del gasdotto Turkish Stream »[1].

Questo scontro armato si inserisce in una destabilizzante crisi istituzionale, politica ed economica in cui si trova il piccolo paese dei Balcani. Una crisi che viene dalle elezioni del 2014, prima quelle parlamentari vinte dalla coalizione guidata dal VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski (al potere da nove anni) e poi quelle presidenziali poi vinte da Djordje Ivanov dello stesso partito e contestate per brogli e irregolarità dalle opposizioni con in testa il Partito socialdemocratico di Macedonia (SDSM) di Zoran Zaev che ha pubblicato delle prove e per cui è stato accusato, insieme ad altri esponenti, di spionaggio.
Le proteste hanno spinto cittadini che a manifestare e la tensione è ulteriormente salita «a causa di una contestata sentenza. Nello specifico si trattava di una condanna all’ergastolo erogata a sei macedoni di etnia albanese per l’omicidio di cinque ragazzi macedoni avvenuto due anni prima. La sentenza, su cui ci sono evidenti ombre di un sistema giudiziario che presta il fianco ad accuse di discriminazione, ha causato proteste, rivolte soprattutto al ministro dell’Interno Gordana Jankulovska, soppresse con la forza dalla polizia» [2].
Il  livello di crisi si è innalzato ulteriormente quando il leader dell’opposizione ha reso di dominio pubblico i nastri audio con i quali si dimostra il controllo totale del governo su media e magistratura e l’attività di spionaggio e intercettazione sistematiche e illegali di migliaia di cittadini macedoni. Ad ascoltarle si riscontrano attività di ogni genere, «c’è la polizia e il ministro delle Finanze che parlano di incaricare un Procuratore generale di lasciar cadere delle accuse penali, c’è il capo dei servizi segreti, Saso Mijalkov ( parente del premier) che negozia la nomina di un presidente della Corte suprema, c’è il ministro degli Interni che chiede se un giudice è “100% dei nostri” prima di promuoverlo. Nelle ultime intercettazioni rese pubbliche dall’opposizione si evidenzia che oltre 100 giornalisti sono stati intercettati per ordine degli uomini del governo Gruevski» [3].
Ancora il cinque maggio manifestazioni e scontri nella capitale macedone Skopje dopo le ulteriori rivelazioni del capo dell’opposizione che ha svelato, nell’ennesima conferenza stampa convocata dall’inizio dello scandalo,  informazioni relative all’omicidio del giovane macedone, Martin Neškovski nel 2011 e tentativo di insabbiare alcuni particolari sul poliziotto che l’ha ucciso.

Da mesi si chiedono le dimissioni del premier e di tutto il governo e l’organizzazione di elezioni veramente libere facendo ritornare la situazione alla normalità. Per uscire dall’isolamento sarebbe poi utile riprendere le negoziazioni, di fatto interrotte, per l’entrata della Macedonia nell’Ue dopo aver convinto la Grecia – contraria all’utilizzo del nome “Repubblica di Macedonia” perché la vede come un’appropriazione indebita dei propri diritti storico-culturali, a togliere il veto per l’apertura dei negoziati d’adesione.
Pasquale Esposito

[1] In “MACEDONIA: Scontri a Kumanovo, il giorno dopo”, www.eastjounarl.net, 11 maggio 2015 si può leggere un’ottima ricostruzione dell’accaduto e sono elencati gli altri episodi di violenza verificatisi nei mesi scorsi.
[2] Gianluca Samà, “MACEDONIA: Una crisi a quattro velocità. Un breve riassunto”, www.eastjournal.net, 8 aprile 2015
[3] Lavdrim Lita, “MACEDONIA: Il governo intercetta i giornalisti e controlla la magistratura”, www.eastjournal.net, 3 marzo 2015

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