Scuola e relazioni sociali per la cittadinanza subalterna e per quella dirigente

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Quando si dice che la “relazione” ha bisogno di correttivi, che la responsabilità dei soggetti di rapporto dovrebbe essere prevista per ragioni morali, che la fine della condivisione non dovrebbe avere

Giovanni Dursi
Giovanni Dursi

licenza di lesioni morali o di famelica nocività, il più delle volte non si sa di cosa si sta prendendo atto. Intendo dire che non si conoscono le persone amorevoli, amiche, collaborative – nel loro autentico essere – se non quando la relazione va in stallo, s’incrina e l’olio che rende fluida la macchina simbiotica attiva un dispositivo producente esternalità negative; allora basta invocare la singolarità del caso, l’inquadratura stretta, la definizione dei confini per fornire attendibili spiegazioni?

L’educazione e l’adattamento sociale costituiscono un processo unitario di mediazione tra due poli: la tradizione culturale di una comunità e l’identità personale dei suoi individui. L’operatore della mediazione, che guida l’individuo all’appropriazione di una tradizione culturale, è denominato agente educativo.
A partire dalla rivoluzione francese che tanto aveva “promesso” sul terreno delle libertà e dei diritti, non vi è mai stato un consapevole revocare in dubbio la fattuale realtà di agenti educativi diventati agenti ideologici della borghesia in grado di imporre un “modo” di organizzare i rapporti sociali – da quelli meramente produttivi a quelli interpersonali, intimi – che si è cristallizzato, eternandosi, come il “mondo”.

L’agente ideologico della borghesia è strategico per la riproduzione dei rapporti sociali. Le società europee e del “nuovo mondo”, infatti, avendo perduto, o essendo sulla via di perdere per la spinta rivoluzionaria di “concezioni altre” (collettivistiche ed egualitarie), istituzioni coesive ed educative (oltre che soffocatrici della libertà individuale) quali la famiglia, la scuola, la comunità di villaggio e lo stesso “villaggio globale” che è diventato, la corporazione e le stesse appartenenze politico-sindacali-lobbistiche che ne sono la contemporanea prosecuzione, la casa-bottega ed il suo punto avanzato d’evoluzione nell’azienda multinazionale, e la Chiesa come fonte di norme morali civilmente obbliganti, non potevano che trovare nella coercizione comunitaria (“Stato etico”) e nel sentimento di cittadinanza omologata gli strumenti del controllo sociale capillare annichilente, alternando, nella realizzazione del dispositivo panottico, l’attivazione di variegate forme di “persuasione alla conformità” (si pensi anche alla televisione bidirezionale di “1984”, il romanzo di George Orwell) e di “repressione delle devianze” (riferimento inevitabile è a Michel Foucault autore di “Sorvegliare e punire” del 1975).

Ciò esigeva che l’educazione e la socializzazione di massa diventassero veicoli di disciplina sociale. Così nascono i sistemi nazionali dell’istruzione pubblica, basati dappertutto su due distinti percorsi educativi: una scuola per l’educazione alla cittadinanza subalterna, centrata sull’acquisizione dell’etica disciplinare e dell’apprendimento delle varie mansioni tecnico-professionali popolari, e una scuola per l’educazione alla cittadinanza dirigente, affidata ad una cultura manageriale, teoretica e letteraria, non sganciata però da esigenze pragmatiche ed utilitaristiche, e atta a promuovere la conformità di giudizio indispensabile a compiere in maniera ponderata e responsabile scelte di direzione sociale ai fini della riproduzione inalterata della gerarchia sociale.

La società delega alle istituzioni sociali preposte la selezione delle classi dirigenti, presente, con varie denominazioni ed articolazioni, ma comune sostanza, nei sistemi educativi pubblici e nazionali dei vari paesi coinvolti nella modernizzazione portata dalla rivoluzione francese, risentendo dell’ambiguità ideologica della borghesia internazionale che l’ha creata. La borghesia, infatti, è diventata classe dominante affermando da un lato valori universalistici, ma intendendo dall’altro l’universalismo come universalizzazione, di stampo classista, come attuazione politica del particolarismo borghese.

Negli anni ’30 a Vienna, Wilhelm Reich (“La rivoluzione sessuale“, Feltrinelli, 1972) diresse, per un certo periodo, un “Consultorio di Igiene sessuale” che offriva servizi medici e psicologici gratuiti, a favore di chi non aveva la possibilità di pagare. Un gesto forse anche di rottura nei confronti di S. Freud, che era stato sempre il sostenitore della regola degli alti onorari.
Da questa esperienza sul campo, Reich trae due importanti conclusioni:

  • la maggior parte delle popolazione soffre di patologie psichiche di vario genere;
  • tutti i disturbi e le patologie di carattere psichico, senza eccezione e senza distinzione, sono frutto della repressione sessuale imposta dalla società borghese.

Nota inoltre che, rispetto a quella borghese, la gioventù operaia soffre di patologie di minore gravità ed è sessualmente più libera.
Possiamo constatare che il percorso individuale e comunitario di liberazione dalla moralità borghese si è interrotto. Ecco perché si celebra la memoria di relazioni che potevano essere e non sono state, private d’autonomia e di passioni. Esercizio rammemorativo e metanarrativo, di fronte ad una sorta di lapide fissata sul percorso delle biografie, che sancisce un prima e un dopo. Ma una lapide significa anche altro. È una pietra tombale su un “mondo” che intende e può liberarsi del “modo”, su una serie di valori e di costumi, di linguaggi e di sistemi, messi in discussione e in parte estirpati da potenti vortici rivoluzionari innescati da un irrefrenabile impulso di liberazione da tutto ciò che rappresentava autorità, disciplina, identità eterodirette.
Giovanni Dursi

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