Scuola: dispersione, disuguaglianze e competenze inadeguate. Fare memoria della pandemia

scuola didattica a distanza
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L’emergenza pandemica che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo ha rimesso la scuola al centro dell’attenzione del Paese. La riapertura delle scuole in sicurezza è stato il tormentone dell’estate 2020. Tanta attenzione la scuola l’avrebbe meritata anche prima e, purtroppo, non c’è sempre stata. Proprio come la sanità, anche l’istruzione ha pagato in questi anni il suo pesante debito, dovuto anche ai tagli decisi dai nostri governi. Conosciamo tutti la condizione inadeguata della maggior parte delle strutture scolastiche, il numero troppo elevato di alunni per classe, il tasso preoccupante di dispersione scolastica, che nel nostro paese arriva al 14,5% . Problemi annosi, già ben radicati prima dell’emergenza Covid-19, ma che oggi emergono in tutta la loro gravità ed evidenziano ancor di più la necessità di investire seriamente e programmaticamente nella scuola.

Non passa giorno che non si parli ad ogni livello di scuola. Hanno destato molte preoccupazioni i recenti dati relativi alle Prove Invalsi 2021. Sono le prime prove standardizzate rivolte a tutti gli studenti dopo lo scoppio della pandemia. Rappresentano quindi la prima misurazione su larga scala degli effetti sugli apprendimenti di base conseguiti – in Italiano, Matematica e Inglese – dopo lunghi periodi di sospensione delle lezioni in presenza. I risultati ottenuti dagli studenti italiani nelle Prove Invalsi 2021 hanno coinvolto oltre 1.100.000 allievi delle classi II e V della Scuola primaria, circa 530.000 studenti della III Secondaria di primo grado e circa 475.000 studenti dell’ultimo anno della Secondaria di secondo grado.

I dati sono decisamente preoccupanti. Infatti, il 9,5% degli studenti italiani ha terminato il liceo, o l’istituto tecnico, «con competenze di base fortemente inadeguate» (due anni fa era il 7%). Si tratta di circa 45mila giovani che rientrano nella categoria della «dispersione scolastica implicita». Sono quei ragazzi che hanno, solo un'”infarinatura” di italiano, matematica e inglese ma che all’uscita della scuola, anche se promossi, «non hanno acquisizioni salde» e in molti casi non all’altezza degli studi intrapresi. Un fenomeno che riguarda anche l’Università, sottolineano gli esperti. E, numeri Invalsi alla mano, risulta che è del 23% «il livello stimato dei giovani della fascia d’età 18-24 anni che si trova in forte difficoltà nel 2021» avendo per questo abbandonato la scuola o terminandola regolarmente ma senza acquisire le minime competenze di base (erano il 22,1% nel rilevamento del 2019). E permane il divario Nord-Sud, con il Meridione ancora indietro, con la quota di studenti sotto il livello minimo di preparazione che cresce di più tra chi è socialmente svantaggiato.

Tantissimi hanno manifestato la loro preoccupazione per la didattica a distanza. Soventemente si sostiene che i bambini della scuola primaria e gli adolescenti delle scuole superiori stanno sopportando sulle loro spalle il prezzo più grande di questa pandemia perché gli è stato tolto un pezzo della loro giovinezza, della loro vita, della loro crescita. Non c’è sviluppo umano completo, infatti, senza relazioni interpersonali. Molti genitori e insegnanti – ha osservato Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio – hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Il pensiero va soprattutto agli adolescenti che vivono nelle grandi città, magari in piccoli appartamenti: una condizione oggettivamente durissima di sradicamento e di chiusura. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito un’intera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi?

Indubbiamente la primavera 2020 è stata la stagione più difficile che il nostro Paese abbia vissuto dal dopoguerra. Lo scorso anno la scrittrice indiana Arundhati Roy scrisse che la pandemia è un cancello tra un mondo e un altro. Possiamo scegliere «di attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse del nostro odio, dei nostri pregiudizi, la nostra avidità, le nostre banche dati, le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti e i cieli fumosi. Oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso. E a lottare per averlo». Una delle conseguenze più drammatiche della Covid-19  è stata (e lo è tuttora, almeno in parte) quella di dover scegliere, per i nostri figli, tra diritto alla salute e diritto alla scuola. Intendendo con ciò la scelta per la scuola fisica, con i muri e i banchi, la scuola con i compagni, gli insegnanti e quant’altro. Giova ricordare – per inciso – che la “scuola a casa” è stata un’esperienza che ha unito bambini e ragazzi di tutto il mondo, come ha rilevato l’Unesco, nella prima parte del 2020, in contemporanea oltre 1.570.000.000 giovani in 165 Paesi non hanno frequentato le scuole, l’87% degli alunni del pianeta. Tuttavia, ben diversa – ha sottolineato Stefano Pasta dell’Università Cattolica di Milano – è stata la sospensione dell’anno scolastico a Dacca piuttosto che a Parigi. Certo, «anche l’esperienza scolastica ordinaria è differente tra la capitale del Bangladesh e quella della Francia, ma la sospensione emergenziale ha generalmente avuto effetti peggiori laddove il sistema scolastico è più fragile e meno capace di innovarsi, oppure dove privatamente le famiglie hanno meno potuto accompagnare gli alunni» . Conseguentemente, è aumentata la sperequazione sociale nell’accesso all’istruzione, così come è successo nel nostro Paese tra bambini e ragazzi in situazioni sociali diseguali.

La parola “scuola” e la parola “distanza” sono fra loro antitetiche, ha notato Stefano Versari. Eppure più spesso, in questo tempo pandemico, si è dovuta svolgere scuola a distanza. Le due parole «hanno dovuto associarsi per “funzionare” insieme, anche se non da subito e se non sempre al meglio possibile» . La scuola ha vissuto un periodo di vero e proprio affaticamento emozionale, quando non in un vero e proprio “stress da Covid-19” . Molti operatori della scuola hanno vissuto questa situazione come se fosse “senza tempo”, ovvero di “infinita durata”.
La pandemia ha rappresentato, per tutte le organizzazioni umane, una sorta di “tornado”. Basta pensare alla necessità di fare fronte perlopiù direttamente all’emergenza quotidiana, almeno inizialmente, non programmabile e imprevedibile. Rivedere costantemente l’organizzazione delle classi, degli orari, degli spazi, gli effetti dei contagi, delle paure proprie e altrui, della diffusa irritabilità di molte famiglie (intimorite dal rischio per la salute propria e dei propri cari come pure degli effetti economici della pandemia, con il “crollo” delle attività lavorative, ecc.), nonché il moltiplicarsi degli interlocutori istituzionali (Sanità, Trasporti, Prefetture, etc.).

Sacrosanto preoccuparsi per i giorni di didattica in presenza «persi» (nel Sud Italia il doppio del Centro Nord, secondo innumerevoli ricerche), senza però dimenticare che non sono stati giorni di istruzione «persi» o addirittura «tempo perso», come hanno titolato o scritto i maggiori quotidiani nazionali. Non si può non essere d’accordo con Stefano Versari quando afferma che questo tempo pandemico sta offrendo ai nostri giovani anche la possibilità di acquisire importanti «competenze di vita» .
Roberto Vecchioni, cantautore, scrittore ed ex insegnante, in merito alla didattica a distanza ha significativamente affermato: «purtroppo i ragazzi devono imparare senza confrontarsi, senza un dialogo più largo, secondo la varietà della vita. Però è una necessità che dobbiamo saper reggere. E l’avremmo retta meglio se avessimo avuto tutti quanti più cultura. Seneca insegna che il tempo dipende da noi. Meno male esistono mezzi telematici per salvare il salvabile. E non disperiamo anche se abbiamo perso il gusto della cultura vera, perché ritornerà. I ragazzi di oggi hanno una grande velocità intellettuale e ce la faranno bene a recuperare» .
Michela Marzano, filosofa e saggista, anch’essa insegnante, dopo aver detto di essere «la prima a non poterne più della Dad» e di «saper bene quanto dolore si nasconde dietro quei rettangoli neri di fronte ai quali faccio ore e ore di lezione ogni settimana», ha significativamente aggiunto: «Basta con chi pontifica sull’importanza primordiale della scuola in presenza, senza magari mai averci insegnato e senza sapere cosa significhi fare cinque ore di seguito di lezione su Zoom, passando le notti a cercare tutorial per imparare a condividere video e diapositive, utilizzare Wooclap e Moodle, creare contenuti interattivi, usare Wooflash, Wiki e tanti altri strumenti che non solo permettono di non perdere il contatto con i ragazzi e le ragazze, ma che aiutano anche a stimolare la loro creatività e la loro autonomia riflessiva» .

Sarà necessario, prima o poi, riflettere su come “fare memoria” di questo tempo affannato e ansiogeno. Cosa gli insegnanti hanno fatto ed inventato a scuola in questo tempo? Cosa ha funzionato? Cosa potremmo riproporre in questo tempo e nell’immediato futuro? Cosa resterà dell’immenso sforzo di singoli docenti per far funzionare la scuola con la didattica a distanza? Ci auguriamo che non resteranno soltanto gli articoli dei giornali quotidiani che descrivono una realtà e con essa una scuola in cui non funziona nulla? In altri termini, quale narrazione lasceremo della scuola fatta in questo lungo e difficile tempo? Fare memoria è una modalità per trasmettere e testimoniare, per il futuro vicino e per quello più lontano. Costruire la memoria è compito di coloro che hanno vissuto in prima persona i fatti, senza i quali chi dovrà ricercare e capire, fare storia domani, non avrà la voce dei testimoni. E senza testimonianze la storia sarà costituita di date ed eventi, non di emozioni, sentimenti, intenzioni, propositi, speranze, delusioni, gioia e fiducia. Versari ci ricorda che per la prima volta il mondo virtuale consente di raccogliere infinite memorie individuali e collettive che altrimenti andrebbero perdute. Si sta facendo memoria di coloro che sono morti nella pandemia, «per sottolineare oggi e ricordare domani che non furono soltanto numeri ma anche persone, amate da altri e amorevoli verso altri. Così pure si dovrebbe tentare di fare memoria dei minuti atti delle scuole, degli insegnanti, dei dirigenti scolastici, per ricordare gli sforzi, le soluzioni trovate magari lì per lì, che hanno funzionato, oppure anche no. Gli errori sono importanti, perché da essi si può imparare tanto».

Qualche anno fa, Norberto Bottani scriveva il libro Requiem per la scuola provando a immaginare un futuro per la disastrata istruzione italiana. Davanti ai grandi rischi di una situazione peraltro immobile poteva prevalere il disfattismo della descolarizzazione, così come un’ingenua speranza che la grande malata italiana ce l’avrebbe fatta da sola. Nessuna delle due strade è certo percorribile, e ce ne accorgiamo ancor più oggi. Con la pandemia da Covid-19 siamo stati obbligati a ripensare l’apprendimento/insegnamento, il ruolo dei docenti, la presenza degli studenti/studentesse, i tempi e i luoghi dell’istruzione, tra didattica a distanza e fuga dalle classi. Per affrontare tutti questi cantieri aperti ci vuole coraggio e umiltà. Non dobbiamo temere di misurarci con le grandi sfide che la scuola italiana ha di fronte, senza cedere agli opposti estremismi del “tutto andrà peggio” o “tutto andrà meglio”. La crisi della pandemia ha generato un’enorme miniera di riflessioni, analisi e progetti, ma dalle parole ora bisogna passare ai fatti.

La generazione Covid è rimasta segnata dalla crisi, ereditando un senso di vulnerabilità. Abbiamo sperimentato le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole sul piano degli apprendimenti e delle relazioni umane tra bambini e adolescenti. Sono cresciute le disuguaglianze educative, con il grande rischio che aumenti la dispersione e i bambini e gli adolescenti già fragili la lascino per sempre.

L’incremento della povertà educativa – spiega la relazione del Rapporto 2021 dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione – «richiede una prospettiva multifattoriale» con azioni complementari tra organizzazioni diverse che coinvolgano scuole, enti locali, fondazioni e Terzo Settore. Con iniziative e a lungo termine. Ci salverà la scuola? Forse bisogna crederci.
Antonio Salvati

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