Se questo è un uomo

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Immobile, al centro della scena c’è Valter Malosti.
È una scena grigia, essenziale.
Nevica. Il gioco delle luci rende quella neve reale.
È una scena grigia, illuminata da bagliori improvvisi, che a scatti tagliano il palcoscenico per dare più spessore alle parole.
Valter Malosti è al centro. Ha una valigia in mano. È in piedi. Là starà per quasi tutto lo spettacolo. È una figura ieratica quella che evoca la tragedia vissuta e narrata da Primo Levi nelle sue opere.
L’attore è la con la sua voce a rappresentare l’irrappresentabile.
L’attore è là, a rappresentare attraverso una recitazione essenziale il mondo di Auschwitz, narrato da Levi in opere come Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e salvati.

Se questo è un uomo. Valter Malosti. Foto Tommaso Le Pera

È proprio l’opera Se questo è un uomo a dare il titolo allo spettacolo, andato in scena al teatro Parenti di Milano.
Quello che fa Malosti è al limite del non teatrale, come ha affermato lo stesso attore regista.
Lo spettatore è rapito dalle parole che si susseguono una dopo l’altra, essenziali, scabre, nude. Sono le parole di Primo Levi, mirabilmente evocate dalla recitazione ieratica di un Malosti che non concede nulla alla retorica, nulla al mestiere di attore. C’è un’umiltà del dire, del raccontare, dell’arte attoriale che arriva al cuore dello spettatore.
Durante la rappresentazione non c’era nessuna di quelle oscene lucette blu, che troppo spesso sfarfalleggiano dai cellulari degli spettatori.
Quello a cui abbiamo assistito al teatro Parenti a Milano è stato un rito catartico, religioso.
Malosti con la sua recitazione scarnificata ha rappresentato l’essenza del testo di Levi. Un testo estremamente complesso, capace di raggiungere un livello così alto e profondo, da assurgere a capolavoro della letteratura.
Non è solo testimonianza, quella di Levi. Nessuna parola è fuori posto. E nella riduzione teatrale si ha la nudità della parola che dà senso assoluto, significato alle cose.
In quest’opera – così come ci ha raccontato Malosti – si trovano una quantità di registri espressivi. molto interessanti. Formano una sorta di partitura complessa, specialmente nelle zone filosofiche, quelle in cui l’autore si mette dal di fuori, a fare considerazioni che purtroppo ci riguardano ancora oggi.

Il merito di Malosti è stato quello di esibire sul palcoscenico un’essenzialità, che andava di pari passo con l’essenzialità presente nelle parole di Primo Levi. Un’essenzialità del resto stupendamente piena. In questo l’attore è stato senza dubbio aiutato dall’uso essenziale dei rumori, dei suoni che hanno fatto da contrappunto alla recitazione, che a tratti diventava onirica. Dimensione onirica sottolineata anche dalle apparizioni in scena di Antonio Bertusi e Camilla Sandri, che si muovevano in scena come fantasmi evocati a rappresentare tutti gli uomini e le donne del lager.

Attraverso la condensazione scenica effettuata da Domenico Scarpa e Valter Malosti abbiamo rievocato pagine buie della nostra storia, ma soprattutto abbiamo fatto un viaggio nell’Ade. Abbiamo attraversato l’orrore di un’epoca. Abbiamo cercato con Levi di capire non solo Se questo è un uomo, ma quale spazio rimanesse all’uomo per opporsi all’orrore di campi, che ancora prima che di stermini furono di annientamento. Annientamento di tutto ciò che ci rende umani. A questo annientamento alcuni si opposero. Non sappiamo se con virtù umana, se con la virtù dei santi, o semplicemente perché la sorte e il destino stesero la loro mano pietosa.
Sta di fatto che molti di quelli che sopravvissero portarono dietro la vergogna inestinguibile dell’essere sopravvissuti.
Levi rievoca i pochi che riuscirono a tenere viva una fiammella di umanità: Lorenzo, l’operaio italiano che per sei mesi divise il cibo con lui. Rievoca il prigioniero che continuava a lavarsi nonostante sembrasse inutile, e lo faceva perché sapeva che non offrendo il proprio consenso all’orrore, poteva sperare di non abdicare alla propria umanità. E dopo di lui rievoca Jean Samuel, il ragazzo che pur avendo un posto privilegiato non si dimentica degli altri.
E a tutto questo, e ad altro ancora, Levi dà voce.
A tutto questo Malosti presta la sua arte recitativa, scabra, essenziale. Ma raggiungere questa essenzialità non è stato semplice.
Per me, per il tipo di attore che sono, è stato difficile essere così scarno. Questo ruolo mi ha insegnato a scarnificare la mia recitazione. Credo che un attore puro avrebbe avuto magari qualche remora a lasciar perdere tutte le possibilità che il testo offrirebbe ma sarebbe stato enfatico. Sarebbe stato sbagliato.

Se questo è un uomo. Valter Malosti. Foto Tommaso Le Pera

Ci sono diversi punti in cui la semplicità diventa potenza.
In particolare ci ha colpito la scena in cui la potenza espressiva di Levi, quella di Malosti, e quella di Dante s’intrecciano, si fondono, diventano tutt’uno.
Leggete. Poi chiudete gli occhi e provate a immaginare.
Jean e Levi attraversano il campo. Devono recuperare la zuppa per la baracca.
In quella passeggiata Levi sente l’urgenza di spiegare a Jean il canto in cui Ulisse incita i compagni al folle volo. Allora Dante, Levi e Malosti sono un tutt’uno di prosa, versi, recitazione.
Ed è in momenti come quelli che scopri la verità del teatro.
Malosti sorride quando gli svelo il mio entusiasmo per quella scena. Sorride e mi racconta qualcosa in più della sua arte.
Tra l’altro quello è l’unico punto in cui riesco a sfogare un pochino, in qualche modo, i cavalli attoriali. Perché tutto è trattenuto. La scrittura di Levi è trattenuta, perché è ragionante. Esclude in qualche modo la violenza, l’odio. Tra l’altro tutto il testo di Levi è innervato da Dante. Ci sono parecchie piccole, micro citazioni di Dante.

Grande prova quella di Malosti. Aiutato in questo dall’uso sapiente delle luci ad opera di Cesare Accetta. Coadiuvato dalle scene di Margerita Palli, dai madrigali di Carlo Boccadoro, tratti dall’opera poetica dello stesso Levi. Madrigali che, posti in punti strategici, danno a Malosti l’opportunità di una breve sosta in quel folle volo durato due ore, che è la messa in scena dell’opera di Primo Levi.
Folle volo che ci fa dire: ben venga la follia sacra di Malosti. Ben venga la follia del teatro.
Gianfranco Falcone – http://viaggi-in-carrozzina.blogautore.espresso.repubblica.it/

Teatro Parenti – Milano
8-20 ottobre 2019

Se questo è un uomo
durata 110′
dall’opera di Primo Levi (Giulio Einaudi Editore)
condensazione scenica a cura di Domenico Scarpa e Valter Malosti
uno spettacolo di Valter Malosti

in scena Valter Malosti e Antonio Bertusi, Camilla Sandri
scene Margherita Palli
luci Cesare Accetta
costumi Gianluca Sbicca
progetto sonoro G.U.P. Alcaro
tre madrigali (dall’opera poetica di Primo Levi) Carlo Boccadoro
video Luca Brinchi, Daniele Spanò
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro di Roma – Teatro Nazionale
progetto realizzato in collaborazione con Centro Internazionale di Studi Primo Levi in occasione del 100°anniversario dalla nascita di Primo Levi (1919 –1987)

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