Segnale d’allarme – La mia battaglia VR

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Fiacco. A dir poco fiacco lo spettacolo Segnale d’allarme, interpretato da Elio Germano e diretto dall’attore insieme a Omar Rashid.
Elio Germano appare da solo sulla scena. Ma anche le doti recitative di un interprete che tutto ha vinto a livello nazionale e internazionale sembrano appassire, non sorretto a sufficienza da una scrittura efficace.
Non a caso abbiamo usato la parola appare. Perché l’attore non è fisicamente sulla scena. Possiamo vederlo soltanto indossando dei visori e ascoltarlo attraverso le cuffie. In un’esperienza di realtà virtuale che ci ha lasciati alquanto perplessi.

Partiamo dal dato tecnico, dall’utilizzo dei divisori e delle cuffie. Dopo le prove di collegamento siamo immersi in una realtà virtuale che possiamo esplorare a 360 gradi. Così assistiamo allo spettacolo che in effetti si è svolto a Riccione.
Più volte la scena procede a scatti. Non capivamo quali occhiali da vista indossare, se quelli per vedere da lontano o quelli per vedere da vicino. Dato tecnico non indifferente, su cui non c’è stata data risposta nonostante la nostra richiesta di chiarimenti.

Sicuramente encomiabile il tentativo di introdurre nuove tecnologie e di confrontarsi con esse. Ma se il teatro è carnalità, se il teatro è rito comunitario, in cui corpi si incontrano uno spazio determinato, se il teatro è questo, non possiamo apprezzare questo tentativo tecnologico, che ci trasporta in un mondo autistico in cui siamo privati di ogni carnalità. Scompare la carnalità degli attori, degli spettatori, persino la nostra carnalità. Poiché non riusciamo più a percepite i confini del nostro corpo.
Siamo in un teatro privo di corpi, chiusi in un universo autistico.
Mi è stato fatto osservare che nel corso della storia dell’arte se è passato del Raffaello a Kandinsky, che anche i cubisti all’inizio non erano capiti. Come non era capito Picasso o Braque, e all’inizio non erano capite l’arte moderna e l’arte concettuale.
Pourrait être.

Ammetto il mio limite. Ma io di quei corpi, di quella carnalità, di quella passionalità, che passano attraverso i corpi presenti sulla scena, di quell’empatia che scorre all’interno della sala teatrale ho assoluto bisogno. Ne ha bisogno soprattutto quest’epoca in cui viene imposta una distanza sociale, che il teatro può aiutare a superare. Una distanza di cui il teatro deve reclamare il superamento, per ritrovarci uomini tra gli uomini.
Condivisibile o meno che fosse la scelta di Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti, di non trasmettere durante il lockdown spettacoli in streaming perché il teatro è presenza, allora le mie perplessità aumentano. Perché questo esperimento?

Veniamo invece alla pièce e al suo contenuto.
Inizialmente l’attore si presenta con fare bonario, persino accattivante. Ci propone un esperimento. Ci propone di immaginare un gruppo naufraghi su un’isola. Da lì parte per la costruzione di una società ideale. Tentativo interessante, senonché nella costruzione di società ideali, di utopie e distopie, eravamo abituati a cibi più saporiti. Basti pensare a La Repubblica di Platone, a La città del sole di Campanella, a L’isola di Huxley, a 1984 di Orwell.

Il tentativo di costruzione iniziale di un’isola in cui democrazia, partecipazione, comunità, siano realizzati l’abbiamo trovato abbastanza goffo. È infatti un monologo infarcito da luoghi comuni che sembrano piuttosto chiacchiere da bar. È vero che questo chiacchiericcio serve da base per mostrarci il pericolo, che poi in certe epoche è diventato una tragica realtà, di un passaggio da discorsi condivisibili a deliri farneticanti.
Il rischio è reale ma ci sarebbe piaciuto vedere espresso questo passaggio attraverso una scrittura più ricca e piena.
È accaduto. Non si può negare. Dalla condivisione si arriva alla costruzione del nemico. Dalla condivisione si arriva al Mein Kampf di Hitler. Ed è forse a quel punto. Mentre Elio Germano ci porta nel delirio nazista e nel Mein Kampf, che la sua verve attoriale trova modo di esprimersi e coinvolgere lo spettatore, per uno spettacolo che, a parte alcuni acuti, rimane opaco.
Gianfranco Falcone

Segnale d’allarme – La mia battaglia VR
regia Elio Germano e Omar Rashid
produzione Gold e Infinito
tratto dallo spettacolo teatrale La mia battaglia
diretto e interpretato da Elio Germano
scritto da Elio Germano e Chiara Lagani
aiuto regia Rachele Minelli
luci Alessandro Barbieri
fonico Gianluca Meda
fotografia Luigi Ruggiero e Filippo Pagotto
post-produzione Sasan Bahadorinejad
produzione Pierfrancesco Pisani

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