Sei Nazioni 2016: l’Italia ancora KO

Olimpico Italia Scozia al Sei Nazioni 2016
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La terza giornata del Torneo delle Sei Nazioni non è stata la giornata buona per evitare l’ormai probabilissimo cucchiaio di legno 2016. È noto che da sedici anni a questa parte la “conquista” dell’ignobile trofeo è questione tra Scozia e Italia, più quest’ultima a dire il vero. Alla fine degli 80 minuti di gioco finirà 36 a 20 per gli scozzesi, con un Olimpico frastornato e comunque sempre indulgente ed educato con la squadra azzurra.

tifosi a Italia Scozia Sei Nazioni

Purtroppo il ciclo Brunel si sta consumando nel modo più  triste, con una Italia che non riesce ad esprimere un gioco di personalità, perdendo le tradizionali qualità della mischia ordinata e facendo constatare il tramonto definitivo di alcune colonne della nazionale di qualche anno fa.

Giocatori di talento cercasi
Potrebbe essere il titolo dell’annuncio della nostra Federazione rugbystica ma, ahi noi, il problema non risiede (solo) nella qualità dei XV in campo ma evidentemente anche negli apparati di gestione del rugby italiano.
Un interessante articolo apparso sul settimanale Internazionale, tradotto dall’ Economist, “Perché l’Italia non vince a rugby” disamina in modo più o meno lucido il fenomeno italico e butta lì alcune cifre interessanti: abbiamo complessivamente più iscritti di Galles, Scozia e Argentina ed il numero dei nostri club è superiore a quelli esistenti in Australia e Nuova Zelanda. Di per se non è garanzia di successo avere un alto numero di iscritti (vedi Stati Uniti e Giappone) o di società sportive e non sappiamo con quanta intenzione sibillina l’articolo dell’Economist citi un solo progetto della nostra Federazione, ovvero il progetto statura, del 2006 circa, ovvero un programma di selezione di giovani giocatori soprattutto su parametri di peso e altezza.
Ecco, se dal Regno Unito citano solo un progetto del genere, viene subito da pensare alla solidità delle scelte federali in materia di lungimiranza, a partire dalle tanto controverse accademie federali  (nove) che non sembrano produrre i talenti che ci si aspettava.
Del resto l’unica recente novità di qualità che abbiamo portato in nazionale è Carlo Canna, numero dieci delle Fiamme Oro pescato dal campionato di Eccellenza e al Pro 12 nella stagione in corso. Carletto “il poliziotto” come lo chiosa un giornalista sportivo, le accademie non le ha viste neanche col binocolo eppure è il talento maggiore che l’Italia ha prodotto recentemente. Le accademie federali, luoghi dove i ragazzi selezionati vanno per allenarsi e studiare lontano dalla famiglia, sono al centro della diatriba tra appassionati e addetti ai lavori, una ridda di opinioni contrastanti che da un decennio lacera il pianeta di ovalia.
Costano molto in termini economici e non producono i risultati attesi.
La FIR gestisce una grande quantità di soldi e molti pensano che non siano spesi bene. Il livello dei nostri tecnici è incerto e sembra che vi sia proprio un gap nel settore tecnico alla base della scarsa formazione dei nostri giocatori più giovani.
Viene da pensare che il male oscuro che soffoca il nostro rugby sia figlio dell’andazzo generale del nostro paese, dove interessi di cortile, bassa moralità, poca professionalità e poco amore verso il rugby costituiscono la ricetta peggiore per portare in alto il nostro rugby.
Un’ultima cosa: regalare biglietti a scuole, imbucati, “miscredenti”, VIP, riempire a tutti i costi l’Olimpico per poter vantare partecipazione e sold out non fa bene al nostro rugby. I fischi che hanno accompagnato i calci di Laidlaw qualche anno fa potevano essere un episodio spiacevole, oggi sono lo specchio di una cultura rugbystica che non è decollata, anzi stiamo tornando indietro. Farebbe bene la Federazione a ragionare su questi segnali, è tempo che ogni impiegato, ogni quadro dirigente, ogni responsabile federale aumenti i giri del motore, è tempo di assumersi responsabilità.
Zobi la Touche

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