In viaggio da Selma a Black Lives Matter con Alessandro Portelli

Black Lives Matter razzismo violenza polizia
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Gli Stati Uniti sono di nuovo in fiamme e continuano a bruciare. Colin Kaepernick inginocchiandosi su un campo di football durante l’inno americano è diventato il simbolo della protesta. Gli Stati uniti bruciano e sul terreno rimangono le vittime degli omicidi di polizia, da George Floyd a Breonna Taylor. Sembra che la vita delle persone di colore valga sempre di meno. È una storia di schiavitù che toglie il fiato e con cui l’America terra di libertà e di democrazia sembra non riuscire a fare i conti. Ne abbiamo parlato con l’americanista Alessandro Portelli. accademico e uno dei più importanti, se non il più importante, studioso di cultura orale e popolare in italia.

Perché il gesto di Colin Kaepernick è diventato il gesto simbolo del Black Lives Matter?
Direi che è accaduto sia per la grande visibilità del personaggio. È come se l’avesse fatto uno dei protagonisti della nazionale di calcio in Italia. Sia per il momento.
La cosa che mi sembra importante, e che poi si è confermata in quel breve sciopero di protesta dei giocatori di basket dopo i fatti di Kenosha in Wisconsin, è che tu puoi anche essere il più grande campione di football o di basket del mondo, ma in macchina, per strada, davanti a un poliziotto, resti sempre un nero. Quindi, il tipo di discriminazione e di violenza che colpisce gli afroamericani comuni è una cosa da cui non sono esenti neanche le persone famose.
C’è una solidarietà imposta in questo senso, proprio per il fatto che se sei nero sei sospetto. Il gesto di Kaepernick poi è in continuità naturalmente con il famoso gesto di Carlos e Smith a Città del Messico [arrivati primo e secondo nei duecento metri con relativo record del mondo, durante l’inno degli Stati Uniti sollevarono il pugno chiuso indossando guanti neri, ndr].
L’ambito in cui è meno difficile per gli afroamericani emergere e arrivare alla visibilità è lo sport. Quindi, in qualche modo anche le figure sportive sono caricate del compito di rappresentare un po’ tutti.

Il Black Lives Matter è in continuità con la marcia di Selma del 1965?
In modi diversi, con altre coordinate non c’è dubbio. Diciamo che la storia delle lotte degli afroamericani per i diritti e la piena cittadinanza comincia già dalla prima guerra civile. È una storia che non si interrompe mai. In questo senso è certamente in continuità.
Da altri punti di vista ovviamente le differenze sono infinite. Nel senso che la manifestazione di Selma era parte di una strategia di un’organizzazione come la Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King e così via. E naturalmente era un proclama dell’ideologia, dei valori, della non violenza.
Black Lives Matter sul tema violenza non violenza mi sembra più neutro. Sicuramente gli eventi di questi giorni non sono il risultato di una forza organizzata. C’è una dimensione di spontaneità di azione, di rabbia, che rimette in comunicazione più ancora che con Selma ’65, con le grandi rivolte urbane della fine degli anni Sessanta, ma anche con Los Angeles ‘92, Cincinnati 2001.

Quali sono, se ci sono, i cantori di questa nuova stagione di protesta?
Una delle cose importanti è quella che diceva Malcolm X, Quando sei in strada in queste condizioni non hai il tempo di metterti a cantare. Nelle manifestazioni per i diritti civili legate al contesto delle chiese nere, cantare insieme era una delle forme di comunicazione. Qui pare che nelle strade di Portland o di Kenosha non sembra che questo avvenga. Credo che in qualche modo alcune delle figure storiche del Rap abbiano anticipato questi stati d’animo. Una cosa che mi ha molto colpito, e forse questa è una differenza importante rispetto alle rivolte urbane, è il coinvolgimento e la solidarietà forte di elementi imprevedibili del mondo della cultura dominante. Per esempio c’è un genere musicale che è la Country Music, abitualmente associato con il peggio del sud rurale razzista. E in questi giorni due figure importanti della musica country, Chris Stapleton e Tyler Childers hanno preso espressamente posizione a favore del Black Lives Matter. E Tyler Childers ha scritto una canzone straordinaria, Long Violent History, in cui dice al suo pubblico bianco e rurale: Se avessero fatto a noi quello che storicamente hanno fatto e continuano a fare ai neri ma vi immaginate come reagiremmo noi?

LONG VIOLENT HISTORY
Riesci a immaginare di preoccuparti costantemente.
Dando calci e combattendo, supplicando di respirare?
Quanti ragazzi potrebbero trascinare giù da questa montagna.

Crivellati di colpi, ammanettati e trascinati per le strade.
Finché non arriviamo in città in preda a una rabbia devastante.
Cercando risposte e armati fino ai denti?

Tra l’altro entrambi vengono dal Kentucky che lo Stato dove è stata assassinata Breonna Taylor, e in cui ci sono stati mesi e mesi di manifestazioni di protesta per questo assassinio di polizia, che è uno degli assassini più clamorosi degli ultimi tempi.
Se non sbaglio era un’infermiera che era a casa propria, la polizia ha fatto irruzione e l’hanno uccisa.
Sì.

Ci sono testi bellissimi come quelli di Mississippi Goddam e Strange Fruit. C’è il bellissimo libro di James Baldwin Dimmi da quanto è partito il treno. In cui c’è quella bellissima scena in cui Barbara, che è una ragazza bianca, e il protagonista nero si trovano da soli a camminare per strada con grande paura e grande terrore. Il terrore dei neri di vivere, di percorrere le strade.

MISSISIPI GODDAM
Questa canzone si chiama quel infetto schifo del Mississippi, e voglio dire, è un maledetto schifo in ogni sua parola.
L’Alabama mi ha sconvolta, il Tennessee mi ha fatto perdere il sonno, e tutti sanno di quell’infetto schifo del Mississippi.
[…] Voi non dovete vivere vicino a me, e allora datemi solo la mia uguaglianza. Tutti sanno del Mississippi, tutti sanno dell’Alabama, tutti sanno di quell’infetto schifo del Mississippi.
E questo è quanto!

STRANGE FRUIT
Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue alle radici,
neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi.
Una scena bucolica del valoroso Sud,
gli occhi strabuzzati le bocche storte, profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne bruciata.

Strange Fruit e Missisipi Goddam sono poi associate a una figura straordinaria come quella di Nina Simone. Salvo che Missisipi Goddam è degli anni Sessanta e Strange Fruit addirittura degli anni Trenta. Se vogliamo possiamo aggiungere 41 Shots American Skin di Bruce Spingsteen, recentemente.

AMERICAN SKIN (41SHOTS)
41 Spari. Lena prepara il figlio per la scuola.
Dice “Per strada, Charles devi capire le regole, se un poliziotto ti ferma promettimi che sarai sempre educato e che non fuggirai mai. Promettimi che terrai sempre le mani bene in vista”.
Perché è una pistola?
È un coltello?
È un portafoglio?
Questa è la tua vita. Non c’è alcun segreto.
Nessun segreto amico mio.
Potresti essere ucciso solo perché vivi nei tuoi panni americani.

E poi c’è tutta una tradizione di canzoni politiche, di canti di protesta. In questo momento quel tipo di forme non è direttamente evocato nelle manifestazioni che ci sono. Anche perché sono generazionalmente altre, con un’altra formazione. Io andrei a cercare un po’ di più nel mondo del Rap. C’è poi stato un periodo in cui il Reggae è stato percepito come una musica di protesta e di dignità afroamericana.
La cosa sorprendente è che la solidarietà si sparge fuori dei generi abitualmente connessi alle rivolte nere.

Il riscatto delle donne e lo stop ai processi di gentrificazione, l’avvio di progetti di riqualificazione delle periferie senza che i vecchi abitanti vengano buttati fuori potrebbe porre un limite alle violenze attuali?
È difficile immaginarlo. Intanto le donne sono al centro di tutta questa storia, nel movimento degli anni Sessanta, le figure come Ella Baker, Fannie Lou Hamer, Winnie Mandela, sono tanto importanti. E naturalmente Black Lives Matter è stato promosso da un gruppo di donne. Non c’è dubbio che questo è un ruolo storico che le donne afro americani hanno svolto da sempre. D’altra parte quando lei citava Mississippi Goddam e Strange Fruit rimandava a Billie Holiday e a Nina Simone. Cioè a due grandi volti femminili della cultura afroamericana.
Sulla gentrificazione evidentemente c’è anche la questione della costruzione di un ceto medio afroamericano più moderato, più vicino alle strutture portanti del partito democratico. Tuttavia quello che gli afroamericani sanno, anche gli afroamericani di successo, anche i grandi accademici per esempio, sanno di essere estremamente precari. Sanno che tutte le conquiste sono permanentemente a rischio. Quindi anche la costruzione di una élite afroamericana è sempre precaria.

Aldilà dei consueti nomi che il grande pubblico conosce di intellettuali afroamericani come Spike Lee, e Oprah Winfrey, quali altri nomi potremmo mettere nel gotha della cultura afroamericana?
Intanto abbiamo appena perduto una figura epocale come quella di Toni Morrison, che è stata fondamentale anche come saggista per la riflessione politica. Una figura che è molto importante in questo momento, è Ta-Nehisi Coates, pubblicista e autore di libri importanti. In ambito accademico uno pensa a una figura come Henry Louis Gates, che è tuttora punto di riferimento per i black studies in ambito universitario. Ed è anche lui una figura presente nel dibattito pubblico, sui giornali, sulle riviste.

Parliamo di sogno americano. Più che un sogno sembra un’illusione. Abbiamo davanti una storia fatta di continue violenze: guerra civile, scioperi soffocati nel sangue, le proteste dei neri, la prima e la seconda guerra mondiale, la Corea, il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, e chi più ne ha più ne metta. Probabilmente ho dimenticato metà degli altri conflitti.
Però, se noi ci fermiamo solo questo non ci spieghiamo perché decine di milioni di persone vogliono andarci in America.
Perché vogliamo andarci?
Perché evidentemente ci sono anche delle esperienze di successo nella storia americana. È il paese a reddito medio più alto del pianeta e con una relativa mobilità sociale. Relativa.
Faccio una riflessione ed un esempio.
Uno dei libri che usavo nei miei corsi è un romanzo intitolato Polvere di ferro di Rebecca Harding Davis. È un romanzo del 1861. È il primo romanzo di fabbrica americano, ed è anche un proto romanzo femminista. In questo romanzo ad un certo punto c’è un operaio che manifesta del talento artistico. E una persona gli dice “Fai di te quello che vuoi. Ne hai il diritto”. Naturalmente per poter fare di sé quello che vuole avrebbe bisogno di mezzi e strumenti che non possiede. Quindi qui c’è l’illusione. Però, quello che mi sono sempre domandato è: “Sarebbe stato lontanamente pensabile dire ad un operaio italiano: “Hai il diritto di fare di te ciò che vuoi”? Naturalmente no. Ed è questo il nodo. Il nodo che c’è anche in tutto Springsteen. Da una parte abbiamo dei diritti, da un’altra parte questi diritti non sono riconosciuti e accettati. Però il fatto che abbiamo questi diritti ci dà il diritto a rivendicarli. Su questo c’è un libro molto bello e importante di Eric Foner Storia della libertà americana, ed è la storia di questo concetto, di come cambia, e di come funziona questa idea americana di libertà.
Non è solo una illusione e anche una libertà.
In questo momento ci sono solo due paesi al mondo in cui ci sia meno mobilità sociale che negli Stati Uniti. Questi due paesi sono l’Italia e la Gran Bretagna. I tre paesi al mondo in cui c’è meno mobilità sociale siamo noi, gli inglesi, gli americani. Quelli in cui ce n’è di più sono i paesi dell’Europa centro settentrionale, ma anche la Francia, persino la Spagna.
Quindi, gli Stati Uniti rispetto al sogno americano sono arretrati, siamo in una fase di stanca in questo momento?
Sì. Il punto fondamentale però è che, non solo in questo momento ma da generazioni, negli Stati Uniti ti dicono “Questo non va bene. Questo non è normale. Noi non siamo questo”. Almeno questo è quello che ti dicono figure come ad esempio lo stesso Bruce Springsteen. Poi ci sono anche quelli che ti dicono “No non è vero qui va tutto bene”. Poi ci sono quelli come Trump che ti dicono “Certo. Non va. Non funziona per colpa dei neri, degli immigranti, del resto del mondo”. Cioè, trovano dei capri espiatori. Però al centro c’è questo nodo per cui la scarsa mobilità sociale non è normale.
Mentre in Italia c’è forse una sorta di fatalismo rispetto a questo mancato ascensore sociale.
Beh in Italia l’ascensore sociale ha funzionato un paio di generazioni nel dopo guerra. Poi basta. L’Italia non è stata, come paese, fondata su questa idea come gli Stati Uniti. Il fatto che non funzioni non significa che non venga rivendicato. Questa rivendicazione può prendere forme democratiche, egualitarie, oppure può prendere una forma populista, come peraltro avviene anche da noi, di rabbia e frustrazione cercando i capri espiatori da altre parti.

Dove ha insegnato professor Portelli?
Prima ad Arezzo quando ero all’Università di Siena, poi alla Sapienza a Roma.
Di che cosa si occupa oltre a fare bellissime lezioni-spettacolo?
Delle stesse cose di prima, di America, di cultura popolare, del Circolo Gianni Bosio che è la più grande struttura italiana di lavoro sulla storia orale, e sulla memoria della cultura popolare.

Lei ha citato Toni Morrison come saggista. Quale saggio di Toni Morrison consiglierebbe?
L’origine degli altri, ma anche Giochi al buio, che mostra come il razzismo non sia una deviazione, ma un elemento strutturale della dell’immaginario degli Stati Uniti.
Leggevo da recenti articoli apparsi sul New York Times di come le proteste dei neri americani abbiano profondamente contribuito a formare l’idea di libertà ed il progresso degli Stati Uniti. Lei è d’accordo con quest’ipotesi?
Ma. Questo è uno dei temi lui tratta il libro di Foner. Certamente.
Senza gli afroamericani l’America sarebbe meno libera. I gay sarebbero meno liberi, le donne sarebbero meno libere?
Mettiamola così. La cultura afroamericana e profondamente omofobica E sessuofobica. Basta leggersi Malcolm X, che è uno dei miei eroi. Ma le cose che riesce a dire sulle donne sono allucinanti. Sulla sessuofobia e sull’omofobia della cultura afroamericana non si discute.
No. Senza gli afroamericani gli Stati Uniti non esisterebbero. Lei citava Baldwin. Baldwin sull’omofobia e sulla sessuofobia nel suo stesso mondo ha scritto delle pagine decisive.

Come contestualizzare invece il movimento dei giovani che adesso è stato tacitato, e che manifestava contro l’uso delle armi?
Questa cosa è molto importante. Se le capita di vedere queste cose che ho fatto per Squilibri
We shall not be moved. Ci sono quattro CD e finisce con la registrazione delle manifestazioni dei ragazzi contro la violenza e l’uso delle armi.
Quello che succede a questi movimenti, non è che spariscono. È che si disperdono in profondità nella società. Per cui, i ragazzi che occupavano Wall Street, ma anche i ragazzi di queste manifestazioni di un paio di anni fa, sono stati la base per esempio del consenso a Sanders. Tutti i sondaggi indicano che i giovani al di sotto dei 25 anni sono radicalmente più a sinistra della media della popolazione. Non dobbiamo misurarli in termini di voti, anche se uno degli effetti del movimento contro le armi era quello di dire “Ragazzi appena potete, appena avete 18 anni andate a votare”. Sono importanti soprattutto come lievito sociale.

Trump potrebbe vincere a novembre? [*]
Trump può vincere. Sicuramente può vincere.
Terrificante.
Può vincere anche grazie a uno zoccolo duro di consenso, grazie a un meccanismo elettorale che favorisce la polarizzazione, che non richiede di avere la maggioranza dei voti. Negli Stati Uniti il presidente viene eletto in base al numero di membri di un collegio elettorale, che viene eletto stato per Stato. In ciascuno Stato tutti i voti, tutti i seggi, vanno a quello che ha la maggioranza. Quindi, anche non avere la maggioranza dei voti a livello nazionale, ma averli distribuiti in maniera da garantirsi una maggioranza in parecchi Stati chiave, permette la vittoria. È stato il caso del primo Bush. Ed è stato adesso il caso di Trump che ha avuto 3 milioni di voti in meno di Hillary Clinton.
Quindi c’è questo meccanismo elettorale e c’è un lavoro molto serio per scoraggiare la gente dall’andare a votare. Tra cui lo smontaggio del servizio postale per ridurre il numero di gente che andrà a votare per posta. Quando, in questo periodo con la Covid la gente magari preferisce votare per posta, piuttosto che andare alle urne. Infine, Trump ha già annunciato che se non vince lui vuol dire che l’elezione è truccata.
QAnon è una leggenda o esiste davvero?
No. No, no. Esiste. È una cosa che circola in rete. Cioè circola questa idea che ci sia una congiura di uno stato profondo, fatto tra l’altro di pedofili, che dominano clandestinamente il mondo e che Trump sia l’eroe chiamato dalla provvidenza a sconfiggerli. È un concetto che è molto diffuso.
Mi sembra che sia un po’ rievocare i Sette savi di Sion.
In qualche misura sì.

Le faccio una domanda provocatoria, forse bizzarra. Ma lei che ha studiato una vita e cercato di applicare l’intelligenza alla realtà non si sente disarmato da queste narrazioni?
No. Disarmato no. Aggredito sì. Una delle ragioni per cui sto passando parte della mattina a parlare con lei è che non ho ancora deposto le armi.

Gianfranco Falcone

[*] SI precisa che l’intervista è stata fatta prima che si scoprisse che Trump fosse affetto da Covid-19

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