Sempre critica la diffusione dei vaccini nei paesi poveri

vaccini covid-19
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Amy Maxem, autrice di articoli di argomenti scientifici su varie riviste, in qualità di giornalista “senior” di Nature [1] ha pubblicato un intervento su quest’ultima sulla necessità di produrre vaccini anti-Covid 19 nei paesi a basso reddito.
La Maxem ha fatto il punto sulla necessità e sulle difficoltà connesse alla produzione di vaccini in modo da poter rifornire ogni necessità nel mondo. Rinnova quindi il vecchio quesito sulla cessione delle informazioni sulle produzioni direttamente ove insista la necessità vaccinale. Per fare questo occorrerebbe vincere la riluttanza delle case farmaceutiche sulla messa a disposizione dei propri brevetti.

I dati considerati non lasciano spazio ad interpretazioni diverse sul cambio di strategia nonostante le donazioni e gli accordi di cessione di dosi. Sulla situazione e sulla disponibilità di dosi bisognerà nel futuro scontare anche l’immissione sul mercato di altre soluzioni vaccinali dalle quali si attendono nuovi vigorosi impulsi e che potrebbero aiutare una più facile inoculazione nei paesi poveri.

Solo meno dell’1 % delle persone dei paesi a basso reddito risulta vaccinato mentre la percentuale sale al 10% nei paesi a reddito medio basso. Per i paesi ad alto reddito la percentuale sale ad oltre il 50% ed è questo dato, se si vuol tentare di vincere la pandemia, che si deve estendere in tutto il globo.
A questo proposito Peter Singer, un consigliere del Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), afferma che non si risolve facendo affidamento ad azioni caritatevoli di concessione del vaccino; occorre che si permetta ai paesi che ne necessitano di crearne e produrre il proprio vaccino.
Una prima risposta alle pressioni per produrre più vaccini era arrivata dalla Russia che ha concesso in produzione lo Sputnik V, il suo vaccino a doppio vettore virale, a 34 aziende farmaceutiche diverse nel mondo. Sono state però riscontrate difficoltà di produzione per la seconda dose. A questo proposito sarebbe tornato utile produrre il vaccino Johnson&Johnson, sempre a vettore virale ma con la necessità di un solo inoculo, ma l’azienda americana, come pure Pfitzer-Biontech che Moderna, ha addotto motivazione di qualità non sufficientemente garantite, limitandosi a concedere alle strutture indiane solo una possibilità di infialamento. I due più grandi produttori di vaccino a m-RNA non hanno collaborazioni alcune in India, Sud America e Africa.

La situazione politica circa la concessione della rinuncia alla proprietà intellettuale, inizialmente proposta da Biden alla quale anche la Germania si era detta contraria, era stata sostenuta con convinzione anche da India e Sud Africa in riunioni dell’OMS nello scorso ottobre. Oltre questo si era registrato, viste le difficoltà di allargare in modo significativo la produzione di vaccini, che alcuni ricercatori avevano tentato, come nel caso sudafricano, di copiare i vaccini esistenti riproponendoli. Altri ancora erano dell’idea di rivolgere l’attenzione alla produzione delle nuove generazioni di vaccini in attuale sperimentazione.

L’orientamento generale comunque sembra rivolgersi ad una delocalizzazione produttiva che appare la migliore soluzione per il futuro. Questo è supportato dall’analisi delle disponibilità annuali di dosi. Quella attuale è enorme, almeno 12 miliardi di dosi di vaccini Covid-19, ma ne necessitano molte altre. Inoltre le nazioni cosiddette ricche hanno prenotato forniture ben superiori alle necessità anche considerando i richiami, altre invece si trovano ad avere numeri insoddisfacenti rispetto alle necessità.

La sofferenza distributiva di dosi vaccinali nel mondo, che pure attraverso l’organizzazione Covax sembrava avesse ottenuto una risposta strategica, ha dovuto incontrare una scossa negativa. La si è scontata per le limitazioni delle autorità indiane alle esportazioni di vaccini quando il loro paese si trovò a dover affrontare un contagio imponente, nella scorsa primavera, con solo il 2% della popolazione vaccinata e con sul proprio territorio il maggior produttore di vaccini mondiali, il Serum Institute of India, molto impegnato a fornire dosi per le necessità globali del vaccino Astra Zeneca. A questo si aggiunga che malgrado la disponibilità russa a far produrre Sputnik V, la mancata autorizzazione dell’OMS per questo vaccino ne impedisce la diffusione attraverso il programma Covax.

Ad avvalorare le necessità che insistono sull’attuale situazione pandemica, l’autrice riporta le parole del direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Non rimarrò in silenzio quando le aziende e i paesi che controllano la fornitura globale di vaccini pensano che i poveri del mondo dovrebbero accontentarsi degli avanzi“.

Questo è il quadro delle problematiche attuali e su esse si connettono le speranze di alcuni che sperano siano più facilmente producibili nuovi vaccini a subunità proteiche. L’ipotesi è che enormi quantità di lieviti o cellule di insetti riescano a produrre sequenze peptidiche in grado di far produrre anticorpi anti Sars-Cov 2. Non viene però dichiarato come far uso dell’adiuvante (tipo saponina), una sostanza atta a migliorare la risposta immunitaria indotta dal vaccino e di cui necessitano i nuovi vaccini in corso di autorizzazioni come il Novavax e il Sanofi. Dovrebbero essere superati problemi inerenti ai  brevetti ed anche di approvvigionamenti di materie prime per le enormi quantità richieste. Secondo alcune voci, i ritardi circa le autorizzazioni al commercio per l’azienda produttrice di questo vaccino, sono legati ai problemi di approvvigionamenti delle materie prime con i quali ultimamente si è costretti a confrontarsi.

Marina Tomarro su Vatican News, nel riportare gli aggiornamenti sulla pandemia che ormai riguardano oltre 200 milioni di contagi nel mondo, titola con forza il richiamo dell’OMS: “Non lasciare indietro nei vaccini i Paesi più poveri” [2].
Stesso spessore del richiamo del direttore generale dell’OMS ma con accuse più circostanziate le riporta Il Fatto Quotidiano [3] che riprende il grido di allarme di Emergency e Oxfam Italia, l’organizzazione internazionale no-profit che ha come obiettivo la riduzione della povertà globale. Secondo quanto riportato dalla testata le due note organizzazioni asseriscono che : “ dal G20 sulla Salute di Roma non sia stato compiuto nessuno passo concreto verso la “sospensione dei monopoli di Big Pharma per garantire l’accesso ai vaccini nei Paesi a basso reddito”. Una minaccia, sottolineano le due organizzazioni, che tocca direttamente anche il nostro Paese visto il legame tra l’insorgenza di nuove varianti e la scarsa copertura vaccinale nelle zone in via di sviluppo.

Nasce invece dal Washinton Post, ripresa da Andrea Capocci del Manifesto [4], la diffusione di notizie circa presunti sprechi di vaccini, soprattutto Astra Zeneca e Johnson&Johnson, lasciati scadere per essere stati acquistati dai paesi ricchi, stoccati ma non utilizzati a causa di una presunta diffusa scarsa fiducia sulla loro efficacia. Ovviamente viene sottolineato quanto questo spreco sia deleterio nel mentre nei paesi poveri vi è assenza di soluzioni vaccinali e di quanto questo sia invece necessario per la soluzione della pandemia.
Emidio Maria Di Loreto

[1] https://www.nature.com/articles/d41586-021-02383-z/; https://doi.org/10.1038/d41586-021-02383-z
[2] https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-08/covid-vaccini-paesi-poveri.html
[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/06/emergency-e-oxfam-g20-salute-solo-parole-sui-vaccini-ai-paesi-poveri-servono-fatti/6312903/
[4] https://ilmanifesto.it/vaccini-scaduti-lo-spreco-dei-paesi-ricchi/

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