Senegal. Al ballottaggio Sall prova a vincere contro Wade e il suo sistema di potere

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Il 25 marzo sapremo se il Senegal vedrà interrompere il dominio politico dell’ottantacinquenne presidente uscente Abdoulaye Wade, con la sua carica di nepotismo, con alle spalle già due mandati iniziati nel 2000 [1]. La Commissione elettorale nazionale autonoma (Cena) ha annunciato ufficialmente la data e che al ballottaggio vi andrà il suo ex-primo ministro Macky Sall e leader dell’Alleanza per la repubblica (Apr) partito da lui fondato dopo l’uscita da quello del presidente.
Quello che non sapremo da subito è se la politica cambierà marcia e direzione per migliorare le condizioni di vita dei senegalesi attraverso scelte che rendano le sperequazioni meno diffuse e laceranti.

Ma torniamo alle elezioni. Quelle svoltesi il 26 febbraio sono state precedute, a Dakar e in altre città, da manifestazioni, violenti scontri con il luttuoso strascico di morti. La prima scintilla scoppiò quando, lo scorso anno, Wade avviò il tentativo di riforma costituzionale che oltre ad abolire il Senato avrebbe consentito l’elezione del presidente con solo il 25% dei voti e che avrebbe favorito la successione alla guida del paese di suo figlio Karim [2]. Alle elezioni avrebbe dovuto partecipare anche il cantante Youssou N’dour, ben noto a livello internazionale e idolo in patria  ed esponente del Movimento 23 (M23), il movimento che ha capeggiato lo scontento popolare nei confronti del presidente. La candidatura fu respinta per il mancato riconoscimento delle diecimila firme necessarie a sostenere una candidatura.
I candidati che si sono sfidati, Wade compreso, sono stati quattordici a dimostrazione della disintegrata realtà politica del paese e dell’incapacità di esprimere una leadership condivisa in grado di impedire una terza elezione del presidente uscente. Non solo ma alcuni degli aspiranti sono stati alleati di quest’ultimo come gli ex primi ministri Moustapha Niasse, Idrissa Seck e Macky Sall. In lizza c’era anche il segretario dello storico partito socialista Ousmane Tanor Dieng. Moustapha Niasse è a capo del fronte della società civile riunita nel movimento M23 e del collettivo dei giovani ‘Y’en a marre’ (‘Basta così’).
Alle elezioni ha partecipato poco più del 58% degli elettori e, come si diceva, al ballottaggio del 25 marzo andranno  Abdoulaye Wade (34,81% dei voti) e Macky Sall (26,58% dei voti) avendo sconfitto nettamente Moustapha Niasse (13,20%) e Ousmane Tanor Dieng (11,30%).
Al momento il divario tra i due contendenti sembra assottigliarsi per la capacità di Sall di coagulare intorno a sé altri oppositori. Infatti i dodici candidati sconfitti più l’escluso Youssou N’dour si sono uniti allo sfidante mettendo in piedi Rassemblement des forces du changement (RFC). Nel corso di una conferenza stampa l’ex-premier Sall ha dichiarato che <<RFC è la sintesi di tutte le nostre forze, delle nostre energie e dei nostri mezzi. Insieme andremo alla conquista dei voti…>> [3]. Sembra così configurarsi un fronte popolare per abbattere il potere di Wade.

Questo il quadro elettorale ma in primo piano l’esigenza di un cambio radicale della gestione di un Paese dove il futuro non sembra a portata di mano per una popolazione che per il 55% non ha vent’anni e dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 50%. La corruzione è endemica e non c’è ancora la volontà di combatterla. Lo stesso Wade nel 2009 ammise di aver dato un’ingente somma di danaro ad un funzionario del FMI.
Negli ultimi decenni <<le elite hanno continuato a frenare qualunque crescita industriale, facendo dell’accaparramento di licenze di importazione, derrate alimentari e prodotti manifatturieri i mezzi per costruire fortune personali>> [4].
Per l crescita del sistema paese e il conseguente miglioramento delle condizioni dei senegalesi poco o nulla è stato fatto. L’agricoltura non riesce a stare al passo con il fabbisogno nazionale ed è rimasta ancorata alla coltura delle arachidi e alla sua commercializzazione controllata da una ristretta cerchia che incassa i guadagni dall’importazione dell’olio. Per la pesca non si è pensato alla rinegoziazione con i paesi europei che hanno potuto sfruttare le risorse. Non esiste una politica energetica che potrebbe sfruttare energie rinnovabili evidentemente <<le importazioni di petrolio, fonte di reddito per le elite e di profitti colossali per le banche commerciali francesi: Bnp Paribas e Société générale  finanziano queste operazioni con crediti a breve termine a tassi d’interesse proibitivi>> [5]. A proposito delle società francesi bisogna dire che di fatto dominano tutti i mercati con le già citate banche ma anche con France Télécom, Total,Bouygues e soprattutto con le politiche monetarie e di cambio esistenti nella zona del franco Cfa.
Se l’industria chimica non riesce a sfruttare l’enorme disponibilità del fosfato quella metallurgica non esiste nonostante la presenza di ferro. E il turismo non riesce a fare progressi.
E così che da paese leader dell’Africa negli anni sessanta ora le sue prospettive di crescita (2,7% annuo) tra il 2011 e il 2015 sono distanti dall’Etiopia (8,1% annuo), Mozambico (7,7%), Tanzania (7,2%), Congo e Ghana (7%), Zambia (6,9%) e Nigeria (6,8%) [6].

Pasquale Esposito

[1] Dopo venticinque anni di opposizione Wade, alla guida del Partito democratico senegalese, sconfisse nel 2000 l’allora presidente Abdou Diouf (accusato egli stesso di diffuse malversazioni) mettendo fine al dominio del Partito socialista.
[2] Nei dodici anni gli “aggiustamenti” costituzionali, spesso diretti all’ampliamento dei poteri del presidente, sono stati una quindicina.
[3] “Présidentielle au Sénégal : Sall renforce sa coalition, Wade cherche une consigne de vote”, www.jeuneafrique.com, 11 marzo 2012
[4] Sanou Mbaye, “L’Africa decolla, ma senza il Senegal”, Le Monde diplomatique/Il Manifesto, febbraio 2012, pag. 10
[5] e [6] Sanou Mbaye, ibidem

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