Sentenza di Appello sulla “Trattativa Stato-Mafia”

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Giovedì scorso alle 17:30 la Corte di Assise di Appello di Palermo ha emesso la sentenza su quello che è ormai conosciuto come il “Processo Trattativa”.
La decisione della Corte ha sostanzialmente ribaltato la sentenza di Primo Grado – pronunciata il 20 aprile 2018 con la quale venivano condannati a 12 anni di reclusione i militari del ROS e il mafioso Antonino Cinà, mentre a 28 anni era condannato Leoluca Bagarella – stabilendo che da parte dei boss ci fu effettivamente una tentata minaccia che però non venne trasferita, dagli ufficiali del ROS, ai competenti organi dello Stato.
Questo in sintesi è il convincimento che i giudici di Appello si sono fatti leggendo le carte del processo. Comunque, bisognerà attendere 90 giorni dal deposito della motivazione della sentenza e solo a quel punto avremo più chiare le ragioni del giudizio.

In questa attesa possiamo fare qualche ragionamento su una serie di punti della sentenza che appaiono opachi.
Intanto vale la pena porre in evidenza che l’eventuale impugnazione della sentenza di fronte la Cassazione, potrà avvenire solo se riscontrati i motivi previsti dall’articolo 606 del C.P.P. e solo a quel punto la Corte potrà giudicare – non certo più sul merito – bensì solo sull’aspetto formale della sentenza impugnata e cioè: errori nell’applicazione delle norme di diritto ed errori nell’applicazione delle norme processuali.
Quindi la Corte potrà anche decidere di restituire gli atti alla Corte di Appello che li ha emessi richiedendo altresì la celebrazione nuovamente del processo per l’esistenza di vizi formali ma più di questo non potrà fare. Quel famoso convincimento manifestato dai giudici dell’Appello non lo potrà cancellare nessuno.

Comunque proprio perché la Corte di Appello di Palermo ha ribadito la condanna dei mafiosi Bagarella e Cinà per avere minacciato organi dello Stato (senza individuare esattamente uffici e persone) sta a significare che un qualche tipo di incontro, oppure accordo, oppure trattativa, è sicuramente avvenuto e quindi viene legittimata la fondatezza delle accuse della Procura di Palermo che ha istruito il processo di Primo Grado.
Potrebbe, così, risultare particolarmente arduo immaginare che gli interlocutori dei mafiosi, cioè genericamente gli ufficiali del ROS, abbiano sì preso contatto con gli esponenti criminali ma che non abbiano successivamente comunicato gli esiti degli incontri a chi di competenza e a chi aveva chiesto loro di aprire la strada.
Quindi astenendosi dal forzare la mano affinché si accedesse alle pretese dei mafiosi o, comunque, ci si attivasse per aprire una trattativa.
Ed ecco perché, seguendo questa logica, i giudici di Appello hanno assolto i militari del ROS con la formula “il fatto non costituisce reato”, come a dire che il loro comportamento era dettato esclusivamente da uno spiccato senso del dovere.

Insomma, sembrerebbe che andare a parlare con un boss della mafia, in questo caso Vito Ciancimino, e chiedere lumi su come far cessare la guerra scatenata da Reina con gli attentati di Firenze (Via dei Georgofili nel maggio del 1993) e di Roma (Via Fauro sempre nel maggio del 1993), non sia da configurarsi come un reato. Quindi è reato per i mafiosi che minacciavano l’attacco allo Stato ma non lo si può riconoscere ai Carabinieri che non volevano aiutare la mafia ma solo “ragionare” con loro e quindi mancherebbe il dolo, un elemento essenziale per poterli condannare.

Diversa invece la questione riguardante l’altro imputato, Marcello Dell’Utri, assolto per “non aver commesso il fatto” e cioè di essere il portavoce dei mafiosi nei confronti del Presidente del Consiglio Berlusconi circa le minacce di azioni delittuose se, appunto, Berlusconi non avesse preso provvedimenti favorevoli all’organizzazione criminale. Va detto, per dovere di cronaca, che anche nel processo di Primo Grado i giudici ammettevano che non esisteva la “prova regina” del passaggio di tali minacce dai mafiosi al Presidente del Consiglio che rimaneva, quindi, all’oscuro dei fatti. Era però poco credibile che il più stretto collaboratore di Berlusconi, nei quasi quotidiani incontri con lui, avesse potuto sorvolare o dimenticare almeno di fare un accenno a tale questione.
La sentenza dei giudici dell’Appello arriva quindi alla conclusione che Dell’Utri non aveva la necessità di informare della gravità della cosa il suo interlocutore e pertanto non avrebbe commesso alcun reato, cosa che invece viene contestata al mafioso Bagarella e per questo motivo condannato per “tentata minaccia”.

Stefano Ferrarese

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