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La programmazione teatrale a luglio a Milano è stata superba. D’altronde dovevamo rifarci dalla pausa forzata imposta dal lockdown. Adesso siamo ad agosto. Per il caldo e la necessità di un legittimo riposo tutto procede più lentamente. Ne approfittiamo per scambiare qualche idea con Serena Sinigaglia, attrice, regista e direttore artistico di ATIR.
Bellissimo Michele Serra, come è bellissimo Massimo Popolizio, bellissima Cristina Crippa, bellissima Rita Pelusio. Giusto per fare dei nomi delle attrici e degli attori che ho visto in scena nelle ultime serate. Però un po’ anche che palle. Solo monologhi. Mi sembra che quello a cui abbiamo assistito sia stato il fantasma del teatro. E non ci sia stata una vera ripartenza?
Ma. Sei troppo ideologico. È comunque una ripartenza. Ed è comunque teatro. Il Teatro nasce nella misura in cui ci sono almeno uno spettatore e un attore. L’incontro accade. Certo, contemporaneamente il grande teatro inteso, non soltanto per il numero di attori, ma anche per il contributo degli scenografi, dei costumisti, dei designer, dei macchinisti, cioè la grande macchina del teatro, quella non è ripartita. Infatti la maggior parte dei teatri sono chiusi.

Voi gente di spettacolo che cosa potete fare per far ripartire il “grande teatro”?
Guarda…
Si ferma un momento. Avverto dell’imbarazzo, della tensione nella sua voce.
Ahimè! È un discorso di natura politica, che purtroppo da sempre ci ha trasceso. La Covid ha mostrato quanto debole è la nostra voce. Proprio come settore rispetto a tutte le altre voci in bilancio dello stato italiano. Manca una rappresentanza seria, manca una rappresentanza della base dei lavoratori dello spettacolo e manca soprattutto un interlocutore che prenda sul serio le istanze di un settore che sinceramente dovrebbe essere importante tanto quello dell’istruzione, della medicina, della sanità. È un problema che c’era anche prima.
Se tu guardi quanto viene destinato alla cultura in Italia! È un budget infinitamente più basso rispetto a tutti gli altri paesi europei. Pensiamo alla Germania. Con il piano di ripartenza post covid la Merkel ha praticamente raddoppiato i contributi. Proprio per venire in aiuto al settore e rilanciarlo.
C’è un problema politico macroscopico, di fronte al quale il singolo artista, il singolo operatore culturale, non è che può fare molto. Se non cercare di far sentire la propria voce attraverso i giornalisti amici, attraverso alcune situazioni virtuose che spero si rafforzeranno ulteriormente nel tempo come soggetti politici interlocutori. penso all’AGIS, a Attrici e Attori Uniti, che si sono trovati durante il Covid e hanno mandato lettere al ministro. Insomma c’è una battaglia da condurre a livello politico molto grande.
Mentre a livello locale, a livello personale, ogni artista può lottare per avere delle idee creative. Questo è anche un nostro compito. Se no che artista sei se non riesci a ribaltare i presupposti della realtà? Quindi, sono monologhi per il semplice fatto che ai calciatori viene fatto puntualmente il tampone, agli attori no. Quindi è illegale mandare più di un attore in scena. È tutto qui. Ancora una volta è un problema di natura economica, politica. Però ci si possono inventare delle cose. Ci si può inventare un teatro distanziato. Ci si possono inventare giochi per cui apparentemente c’è solo un attore in scena, ma in realtà ce ne sono quindici o sedici che stanno circolando su quel palco. Insomma, possiamo trovare delle idee di rilancio più creative. Ecco. È necessario staccarsi dalla concezione più tradizionale dello spettacolo, del pubblico. Anche attraverso una maggiore elasticità dei mezzi comunicativi. Tra cui anche quello di Internet, per continuare a fare il nostro lavoro e magari anche conquistare nuovo pubblico.

Serena Sinigaglia
foto Serrani

Quindi mi posso aspettare qualche sorpresa da ATIR nei prossimi mesi?
Assolutamente sì.
Mi vuoi dare qualche anticipo?
Da ATIR ti puoi aspettare sempre qualche invenzione.
Lo dice quasi gorgheggiando, con orgoglio.

Confermo. Quella di ATIR è una sana follia.
Sì, sì. Sana follia. No non posso dare nessun anticipo. Ma stai tranquillo. ATIR proporrà una sana follia, quella stessa che ci ha guidato nell’organizzare il festival La Prima Stella dell’Estate. Fai conto che noi non abbiamo un luogo. Non abbiamo una casa. Non abbiamo una sede. Ma abbiamo costruito ugualmente una rassegna, al tramonto, in un posto così accogliente come il Parco della Chiesa Rossa. Per una compagnia indipendente come la nostra realizzare ventidue serate in cartellone, a getto continuo, con il rispetto della normativa Covid non è stato scontato per niente. In più con l’appuntamento al buio [Il pubblico non sapeva chi sarebbe andato in scena, ndr]. Quindi c’è stato un doppio a azzardo, però secondo me significativo. Il cui significato è chiaro. È un atto d’amore nei confronti del teatro ed è un atto di fiducia nei confronti del pubblico. Infatti il pubblico ha risposto.

Nella tua risposta hai sollevato tantissime questioni. Far sentire la propria voce. Quando io vengo a Teatro sento Serena Sinigaglia che parla della situazione anche politica del teatro. Se vado ad ascoltare Rita Pelusio sento lei e gli altri attori che sono con lei che denunciano la situazione che c’è. Ad esempio Massimo Popolizio e Davide Enia, alla fine degli spettacoli a cui ho assistito al Piccolo, scelgono di non parlare della situazione attuale in cui versa il teatro. Forse c’è una difficoltà ad avere una voce univoca?
No Gianfranco.
Lo dice scorata. Quasi sopraffatta dal dovere ribadire idee che ritiene scontate.
Non dovresti dire così. Tu che ami il teatro e in qualche modo sei sul fronte con noi. Cioè, anche qui. È ovvio che l’ambiente artistico per sua natura è un po’ egocentrico, talvolta narcisista, bisognoso di una propria anarchica indipendenza. Se no che arte sarebbe? In fondo è la rivendicazione di un pezzo di libertà E quindi è normale che Serena Sinigaglia faccia discorsi pubblici e Popolizio no. Ma non significa che poi Popolizio sia contrario ai miei pensieri. Magari altri, però non dobbiamo farlo noi due.
Magari altri possono strumentalmente approfittare delle differenze presenti nel mondo dell’arte. È sempre stato così. Ma persino tra Marlowe e Shakespeare… Cioè voglio dire, è sana la differenziazione artistica. E sappiamo anche che esistono artisti più impegnati e altri meno. Ma sulla bravura, sul talento, sulla capacità di incidere non si discute.
Le due grandi scuse per non occuparsi della nostra categoria sono proprio due. Sono storiche. Però queste ci sono sempre state. Una è “Ma tanto non vanno d’accordo neanche tra loro. Quindi, che cosa vogliono? Che si mettano d’accordo”.
Non è vero, non è vero perché se raddoppiano i fondi pubblici credo che il 99,9% periodico di tutti gli artisti esulterebbero. Quindi, non è che c’è un problema su questo. La cultura va difesa. Difendiamola come cittadini. E anche Popolizio, e anche Enia la difenderebbero.
L’altro grande pregiudizio che viene strumentalmente utilizzato per giustificare un’inerzia da parte del governo nel sostegno alla cultura è che “Se tu sei bravo – soprattutto nel mondo del capitale – se tu sei un bravo artista guadagni”. “Se tu non sei un bravo artista non guadagni”. E soprattutto “Se decidi di intraprendere una carriera così fragile, così precaria, significa che hai il fuoco E lo fai con o senza sostegno. Ma è una cosa subdola dire che “Guadagna chi è bravo”, non guadagna chi non è bravo. Rispetto a questo anche fior di intellettuali hanno compiuto dei passi falsi. Ad esempio quando ci fu la polemica in cui si affermò che “Lo spettacolo dal vivo non deve essere finanziato”. Quando c’è stato il grande virare dell’Italia verso il privato negli altri settori, ovviamente questo è ricaduto anche sulla cultura. Ci fu una polemica, che c’è sempre stata, ma fu più forte fino a una decina d’anni fa, sul finanziamento pubblico. Secondo alcuni non aiuta lo spettacolo dal vivo. Lo spettacolo dal vivo per diventare più di qualità, più competitivo deve conquistarsi da solo i propri denari. Questa è un’altra fregnaccia, grande come una casa.

Lo dice con tono deciso che non ammette repliche. Pronuncia quel Grande come una casa sillaba per sillaba, perché il senso non vada perso.

Io sono orgogliosa di far parte di una società dove se pago delle tasse giuste, contribuisco a creare una società più equilibrata, quindi anche con una sanità per tutti. Peccato che le tasse che noi paghiamo non sono giuste.
Una cultura a disposizione di tutti, per me è forse l’unico valore di un sistema democratico. Non ne vedo altri, visto poi che oggi di democrazia c’è poco. Ma non pago lo spettacolo per pagare l’attore. L’attore a prescindere deve essere bravo. Io pago lo spettacolo per permettere i cittadini che non potrebbero pagarlo, di partecipare. Quindi la prospettiva è completamente diversa. Pagare la cultura è proteggere i cittadini. Non è proteggere il singolo lavoro dell’artista.
C’è un’enfasi particolare nelle parole di Serena Sinigaglia. Queste parole non sono soltanto un programma artistico. Appare chiaro che sono idee su cui questa attrice e regista di talento ha scommesso tutta la sua vita.
Ci si auspica che se un artista lavora al Teatro Piccolo, ma fa schifo, a un certo punto non lavorerà più. Un artista deve essere bravo. Poi anche lì, potremmo andare avanti a parlarne per due giorni. Chi decreta chi è bravo e chi non lo è?
Mi colpiscono le affermazioni lucide, affilate, piene di pathos di questa artista.

Bella lì. Mi è arrivata la locandina con il programma 2020-21 del teatro Piccolo. Interessante come al solito. Il piccolo è una delle istituzioni più prestigiose del Teatro italiano, ma si parla ancora di distanziamento, di mascherine, di sanificazione. Almeno fino a dicembre. Che cosa ne pensi?
Penso che non dipende dal Piccolo. Oramai quello che io ho captato che si è quasi certi che tornerà un’altra ondata terribile del virus. E che comunque fino alla primavera prossima avremo delle restrizioni nelle nostre libertà dovuto al fatto che questo benedetto virus continua a circolare.
Questa è la grande paura. Senti. Mettiamola un po’ sul farsesco. In questo forse sono contagiato dall’ultimo spettacolo che ho visto con Rita Pelusio.
Nel calcio ci si può toccare, dribblare, entrare in contatto. Invece gli attori devono stare a distanza. Quindi mi sorge una domanda: Nel calcio sono tutti congiunti? Stiamo assistendo a un coming out di massa? A una manifestazione di poliamore da cui risulta che sono tutti congiunti?
Serena Sinigaglia accoglie la mia boutade con ironia. Ride apertamente, di gusto.
Mettiamola così. O forse semplicemente gli fanno i tamponi con regolarità.
Perché agli attori no?
Perché gli attori non muovo lo stesso denaro, e soprattutto quelli dal vivo, lo stesso numero di persone. Quindi hanno un impatto economico e politico evidentemente ininfluente.
Ci stiamo avvicinando una situazione in cui il distanziamento sociale diventa un eufemismo per dire controllo sociale? Quindi dimenticarsi di essere comunità con diritti e doveri?
C’è un grande rischio. Per questo torno alla domanda con cui abbiamo aperto la nostra bella chiacchierata. Per questo non mi scaglierei contro i monologhi. Nel senso che qualsiasi circostanza, qualsiasi evento, occasione, ci riporti in sede comunitaria, è in questo momento quanto mai preziosa. Noi come operatori dobbiamo sforzarci di sostenerla. Secondo me voi come giornalisti, dovete cercare di diffonderla, di proteggerla più che mai. Più che di criticarla, dovete diffonderla, sostenerla, proteggerla. E il pubblico a sua volta deve fare, non solo come un tempo, la propria scelta estetica con cui sceglie di andare a vedere questo regista o quell’altro.
Nel momento in cui viene a vederci sceglie di farsi vedere.
Scegliere di ricordare in gran numero è ricordarsi insieme che la cultura è fondamentale per una società sana.

È una sorta di invocazione, di preghiera laica quella pronunciata da Serena Sinigaglia. È una preghiera a cui ci associamo volentieri, fiduciosi che la cultura, questa eterna fenice, possa sopravvivere a questi tempi bui. E se per fare questo dovremo ascoltare monologhi ancora per molto tempo ben vengano. Perché come dice Serena Sinigaglia il rito del teatro si compie anche solo in presenza di un attore e di uno spettatore.
Ben venga anche la diversità di chi si pronuncia alla fine di ogni rappresentazione perché il mestiere e i mestieri del teatro, dello spettacolo dal vivo, possano trovare nuovo impulso e creatività.
Ma ben venga. Anche chi non si pronuncia.
Gli uni e gli altri sonio portatori di virus ben più pericolosi del coronavirus. Portano il pensiero e le emozioni che ci rendono umani. Noi speriamo in questo contagio.

Gianfranco Falcone

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