Serena Sinigaglia: Odissea, storia di un ritorno

teatro Odissea Storia di un ritorno
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Notte inoltrata, dopo lo spettacolo mi sono attardato in giro per la città con Francesco chiacchierando e rievocando memorie del passato. Ma quello che è rimasto appiccicato ad entrambi sulla pelle è stato il viaggio di Ulisse a cui avevamo assistito al Carcano con lo spettacolo Odissea, storia di un ritorno, di Serena Sinigaglia.
All’inizio ero perplesso, diffidente, scettico. Ma non è così che mi sono sentito davanti al palco. Lì ho trovato una comunità intera. Più di ottanta cittadini che si avvicendavano nelle diverse scene. Creando nell’insieme un universo in cui tutte le soggettività avevano il diritto di essere e di esistere.
C’erano bambini, c’erano attori consumati, c’erano anziani, c’erano dragqueen e dragking, c’erano trans, c’erano disabili fisici e disabili mentali, c’erano persone in carrozzina. C’era il mondo, un mondo che veniva accolto, a cui veniva data la possibilità di esprimersi. Ad ognuno degli attori in scena Serena Sinigaglia riusciva a ritagliare un vestito attoriale e recitativo su misura, che si adattava alla perfezione.

Sì certo il lavoro sociale, sì certo bisogna rispettare le persone disabili. Ma queste che abitualmente sono formule vuote di significato, sul palco acquistavano un senso pieno, un senso di verità. Le vecchie categorie che mi avevano insegnato all’università, prima tra tutte che l’etica non può trasformarsi in estetica e viceversa, su quel palco avevano perso. Su quel palco che raccontava la storia di Ulisse etica ed estetica diventavano un tutt’uno. Si amalgamavano grazie a un lavoro durato più di due anni, che è riuscito a superare la pandemia da SARS-CoV-2.
C’è stato un lavoro capillare con la cittadinanza, che in tempi di lockdown è continuato anche sul web. Ci sono stati laboratori che hanno lavorato su scene diverse, ricucite insieme a posteriori grazie alla tenacia di ATIR e di Serena Sinigaglia, regista attenta all’umano, e grazie alla drammaturgia di Letizia Russo.

In scena un centinaio di persone tra cittadini comuni e attori consumati. Gli attori professionisti sostenevano, e creavano una giusta cintura protettiva con il  loro mestiere, persone che hanno appena iniziato ad avventurarsi sulla scena, e che quel poco che hanno assaporato l’hanno assaggiato con ATIR.
Perfettamente nella parte Mattia Fabris, che incarna un vecchio Ulisse smemorato che rievoca il passato e il suo viaggio. È lui che fa da voce narrante e fornisce il collante tra i diversi quadri di cui si compone la pièce. La sua narrazione, la sua verve interpretativa, tessevano l’intreccio necessario che ci faceva passare agilmente da Calipso ai mangiatori di loto, dalle sirene al ritorno Itaca, dalla morte del cane Argo alla vecchia nutrice, dalla strage al lamento di Telemaco per un padre mancato.

Odissea Storia di un ritorno

Sì, etica ed estetica si univano. Sono stati tanti i momenti di commozione.
Mi sono commosso anche perché mi sono identificato quando Penelope abbraccia Ulisse che finalmente riconosce. E quell’Ulisse, in quella circostanza particolare, era una persona in carrozzina a cui Penelope prestava le parole, perché lui a causa della sua disabilità non era in grado di pronunciarle. La scena finiva in un abbraccio.
Sì mi sono identificato. Perché i corpi disabili sono accuditi, lavati, curati, ma non sono abbracciati, non sono riscaldati dal calore di un affetto, di un amore. Questo sarebbe potuto capitare anche a me. Sì sul palco era un amore recitato, ma nella finzione del teatro c’è spesso molta più verità di quanta se ne trovi in tanti luoghi in cui viene cercata invano.

Serena Sinigaglia
Serena Sinigaglia foto Gianfranco Falcone

Che dire? È stata una serata di grande teatro, in cui una cittadinanza che senza ATIR si sarebbe trovata sparpagliata, costituita da individualità impossibilitate ad incontrarsi, si è trasformata in comunità. Questa è la ricchezza di ATIR. Questa è la ricchezza di Serena Sinigaglia. Regista che ha la grande capacità di toccare con la stessa lucidità e fluidità il filosofo Byung-Chul Han che fa da pretesto alla pièce Isabel Green con Maria Pilar Pérez Aspa; il duro atto di accusa di Utøya con Arianna Scommegna e Mattia Fabris; il testo Odissea, Storia di un ritorno, portando nel suo sogno e nel suo immaginario un’intera periferia. Il tutto sempre giocato con una scenografia in cui l’essenzialità è regina grazie alla maestria di Maria Spazzi.

Ma con una regista come Serena Sinigaglia non potevo limitarmi ad assistere al suo spettacolo. Con lei avverto spesso la necessità di un confronto più ravvicinato. È da questo bisogno che nasce il nostro dialogo.
Leggendo la presentazione dello spettacolo “Odissea, storia di un ritorno” mi salta all’occhio la capacità di coinvolgere i giovani dell’accademia, i cittadini, inoltre di relazionarsi con la strada ma anche con le grandi istituzioni. Qual è il segreto?
Ride di gusto. Sa perfettamente quanta fatica c’è dietro quel coinvolgimento.
Non c’è segreto. C’è lavoro, tenace, giorno dopo giorno, e amore per il dialogo, per l’incontro. Ci vuole molta pazienza, molta tenacia. Quello che vediamo al Carcano in questi due giorni, sabato e domenica, è qualcosa di veramente unico e speciale, anche per me stessa che pure pratico questa cultura di teatro da sempre. Però diciamo che questa è la sintesi, è la festa finale, di un percorso che dura da quindici, vent’anni, come lavoro sul territorio. Ma poi, proprio nello specifico sull’Odissea che dura da più di due anni, quasi tre, che ha accompagnato ATIR on the road fuori dal Teatro Ringhiera.
Il lockdown ha messo ulteriormente in crisi il teatro che già non godeva di buona salute. Quanto è difficile riprendere, senza perdere il contatto con la cittadinanza in generale e in particolare con quella che ATIR coinvolge nei laboratori?
Il Covid ha fatto saltare i nodi al pettine anche di un sistema teatrale non tutelato, sfibrato, scarsamente e malamente considerato a livello politico. Però il lavoro sul territorio è sempre stato un lavoro comunque molto extraparlamentare. Ti ricordi quando c’erano i partiti un tempo, quando esisteva la destra e la sinistra, millenni fa che c’erano gli extraparlamentari?
Razza estinta ormai.
Sì. È un po’ un lavoro che prima del Covid, e quindi anche con il Covid, devi fare con il porta a porta, per strada, incontrando le persone direttamente sulla strada, e nei loro luoghi di ritrovo, senza pretendere a priori che riconoscano nel teatro un luogo che è di loro interesse. Li devi portare tu, incuriosire tu. Questo è un lavoro che va fatto capillarmente. Milano è bella da questo punto di vista, perché dove meno te l’aspetti sorge un’associazione, ci sono cittadini che cercano di migliorare l’andamento del proprio territorio, che si impegnano per delle cause giuste. Quindi, a livello proprio della base c’è tanta vitalità e volontà di migliorare il proprio vivere civile, con o senza Ccovid. Questo non ha fatto così tanta differenza.
Riuscirai a costruire comunità anche a partire dal Carcano, che si trova in una zona centrale della città, con una composizione sociale differente da quella periferica di piazza Fabio Chiesa dove opera ATIR?
Certamente, certamente, che ci riusciremo. Come dicevo all’inizio della nostra chiacchierata il lavoro per costruire una comunità è un lavoro lento. Non è un lavoro veloce. È un lavoro che si fonda proprio sull’amore reale per le relazioni, e le relazioni tra gli esseri umani non sono mai facili. A maggior ragione laddove esiste una grande differenza sociale. Perciò in parte mescoleremo la nostra comunità a questa nuova comunità che dobbiamo ancora incontrare e conoscere bene. E ne fonderemo, spero, una ancora più trasversale a livello sociale, oltre che per le tipologie umane.
Odissea Storia di un ritorno Serena SinigagliaNello spettacolo di sabato e domenica avete privilegiato il lavoro sociale o il lavoro artistico. Oppure siete riusciti a creare una sintesi?
Io credo che lavoro sociale, per come noi lo intendiamo, è artistico. Nel senso che è l’arte della relazione uomo con uomo. E in fondo il teatro non è altro che la relazione uomo con uomo senza mediazioni, profondamente e altamente preziosa di questi tempi, dove il nostro approccio ai prodotti culturali è individuale o mediato dal digitale.
Il teatro è l’unico luogo che offre la possibilità di incontrarsi con un altro essere umano senza mediazioni. Il teatro è sempre sociale quando è buon teatro, perché crea una relazione tra attori e pubblico speciale, unica, un’esperienza umana unica.
Mi piacerebbe capovolgere queste categorie. Sono categorie dal mio punto di vista del Novecento. Bisognerebbe chiedere ai grandi intellettuali e studiosi, di fondarne o di intuirne delle nuove, di creare un nuovo linguaggio. Il teatro è sempre sociale quando funziona.
Secondo me si vede arte. Certo diverso è se tu mi domandi il dato estetico. Questo è un altro discorso. Sul dato prettamente estetico la presenza di Brera, dei ragazzi di Brera, la presenza di moltissimi professionisti a protezione di questo enorme lavoro, perché ci sono ottanta cittadini in scena e ottanta non sono pochi, crea il giusto contesto estetico perché l’arte della relazione, perché il benessere della relazione, possa emergere. È un po’ come nei tuoi racconti di quando vai a teatro. Se mancano le aperture per i disabili, se non ci puoi andare perché non c’è uno spazio per la carrozzina, non c’è uno spazio anche accogliente, può esserci lo spettacolo più bello del mondo ma la tua esperienza è priva di una parte essenziale, della relazione tra gli esseri umani, che si fonda sul rispetto, sull’ascolto, su tutti i valori che non smettono mai, e che per quanto possano essere vintage oggi, per me sono quanto mai essenziali.
Come ti ho detto mi ha colpito molto la tua capacità di coinvolgere i giovani, di portare ottanta persone a chiusura del lockdown totale sul palco. Prima erano solo i monologhi adesso vedremo al Carcano ottanta persone ed è un grosso risultato.
Questo è l’ATIR. Non sono io.
Beh. Tu sei parte integrante e anima di ATIR.
Ah sì. Assolutamente. Assolutamente. Profondamente, totalmente.
Nella presentazione dello spettacolo Odissea, storia di un ritorno scrivi: Odissea perché il cammino incerto e inquieto della vita è cosa umana, irrimediabilmente umana”. “Il cammino di Ulisse è il cammino dell’uomo, da sempre”.
Partendo da queste suggestioni una domanda.
Dov’è oggi Serena Sinigaglia anche alla luce della nuova esperienza al Carcano che ti vede direttrice artistica insieme a Lella Costa? Sei nella caverna di Polifemo, tra i mangiatori di loto, a Itaca?
No. Non sono assolutamente a Itaca. No. Sono per mare. Sono assolutamente per mare.
Sono per mare e diciamo che sto affrontando… Scilla e Cariddi? Le sirene?
Sono in mezzo a una bella bufera, a una tempesta. Chiaramente sono di fronte a un cambiamento
profondo di alcuni parametri della mia vita fino ad oggi. Il cambiamento è sempre auspicabile però fa sempre paura. Ne dovremmo parlare fra un po’ di tempo. Darsi tempo è fondamentale.
La meta qual è?
La meta è trovare un equilibrio giusto, approdare a Itaca ma deve essere una Itaca in cui io mi possa sentire, senza bisogno di una strage, finalmente a casa. Perché noi sappiamo che la metafora dell’Odissea, come Dante docet, è che una volta che Ulisse è a casa, è tranquillo, è sereno, è in pace, l’animo inquieto, l’animo furioso, l’animo esploratore dell’essere umano lo porta di nuovo in viaggio.
Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ritieni che il fenomeno dei femminicidi sia un male dei nostri tempi oppure che abbia semplicemente cambiato volto? Un tempo le donne finivano in manicomio o bruciate sul rogo. Che cosa si può fare per contrastare il fenomeno del femminicidio?
Sono d’accordo con te. C’è sempre stato, da tutti i punti di vista. Anzi, sotto certi aspetti in passato era anche peggio. Perché la condizione media della donna era senz’altro peggiore da quella che ci è data di vivere. Deve cambiare, deve cambiare secondo me il maschio. In un momento storico a mio avviso abbastanza decisivo, si può fare davvero qualcosa per questo problema, adesso. Ci vuole la volontà da parte del genere maschile di cambiare, anche quando le madri stesse, o le mogli stesse, hanno comportamenti contro il genere femminile. Intendiamoci, non è che sono responsabili solo i maschi però sono i maschi a poter compiere la rivoluzione, a rifiutarsi non solo di stare alle regole del patriarcato. Ma anche di stare a quelle regole del matriarcato, quando quelle regole del matriarcato li portano a un bisogno di prestazione, a un’ansia di prestazione. Per cui io sono maschio, io devo avere la prestazione, io, scusa l’eufemismo, devo averlo più lungo, devo essere più forte, nel frattempo vengo viziato, vengo coccolato troppo, e non affronto le difficoltà della vita che fanno crescere.
Interessante quello che dici. In Spagna ma anche a Genova hanno iniziato i primi esperimenti di consultori per uomini che hanno avuto comportamenti abusanti e violenti nei confronti delle donne.
È fondamentale.
Torno indietro alla domanda su estetica, lavoro sociale, arte.
Quale domanda faresti agli studiosi per approfondire con le categorie di cui parlavi all’inizio dell’intervista?
Qui andiamo nella profondità dell’estetica contemporanea. L’estetica è scissa dall’etica? L’uomo di fronte all’uomo non è forse arte? Come la chiamiamo quest’arte? L’arte della relazione come la vogliamo chiamare? Il binomio teatro-sociale allora non è professionistico. Invece lo spettacolo al Piccolo è professionistico? Non bastano più queste contrapposizioni. Perché il lavoro della relazione può portare ad un altissimo livello di incontro con il pubblico anche persone che professioniste non sono. Quindi che cos’è più importante? È la relazione che si stabilisce tra il pubblico e gli attori. Ci possono essere moltissime modalità per arrivare a questa relazione. Questo poi non significa che non ci sia distinzione tra professionismo e non professionismo. Preferisco questa distinzione: professionismo-non professionismo a quella sociale-non sociale.
Allora posso dire sul palcoscenico si vedono ottanta non professionisti circondati, coadiuvati, da professionisti.
Preferisco definirlo così. È frutto di un grandissimo lavoro sul territorio, di coinvolgimento dei cittadini e di tutte le categorie più o meno fragili a un progetto comune, a una consapevolezza di cittadinanza comune. Il teatro è questo. Non è un film, è un altro discorso. È teatro, e ATIR ha sviluppato questa poetica nel senso proprio greco di poiesis, di relazione.
Gianfranco Falcone

Teatro Carcano
sabato 27 novembre ore 20:30 e domenica 28 novembre 2021 ore 16:00

ODISSEA. Storia di un ritorno
Ideato e diretto da Serena Sinigaglia
Drammaturgia Letizia Russo
In scena 90 partecipanti ai laboratori di teatro sociale e di territorio di ATIR
Attore-narratore Mattia Fabris
Un progetto ATIR
Co-produzione ATIR | Teatro Carcano

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