Sergio Caputo all’Auditorium: la metamorfosi démodé di Pop, jazz and love

Sergio Caputo auditorium Roma
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Di tempo ne è passato, quasi vent’anni in realtà, dall’uscita del suo ultimo album. Ma il ritorno, per Sergio Caputo, uno degli artisti più innovativi della scena musicale italiana degli anni ’80-’90, avviene in grande stile: dopo aver celebrato il trentennale (2013) di Un sabato italiano, suo primo ed indimenticabile successo, con un remake in chiave jazz intitolato Un sabato italiano 30′, esce finalmente il suo nuovo disco di inediti, Pop, jazz and love, presentato con un concerto tenutosi due giorni fa a Roma, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica.

Sergio Caputo manifesto auditorium

La sala gremita testimonia un successo già annunciato per questo evento tanto atteso, soprattutto dai seguaci più fedeli del musicista romano, che, insieme alla band composta da Paolo Vianello al piano, Luca Pirozzi al basso, Alessandro Marzi alla batteria e Massimo Zagonari al sax, ha rispolverato molti dei vecchi successi, riarrangiandoli e reinterpretandoli, e ha suonato alcuni dei brani inediti tratti dall’ultimo lavoro, mescolando – com’è tipico del suo stile inconfondibile – pop, jazz, blues e musica latina.
Le note di Bimba se sapessi, accompagnate dal sax di Zagonari, danno il via al concerto, mentre alle spalle dei musicisti scivolano le immagini dei “pasticci pittorici” dello stesso cantautore, appassionato d’arte. Ingredienti che preannunciano al pubblico una serata indimenticabile, con il potere di far dimenticare il mal di mare viscerale che questo mondo ci dà. Segue C’est moi l’amour, brano recente, che fa da contrasto alla successiva e sempre sorprendente Metamorfosi, esempio perfetto della scrittura brillante ed ironica di Caputo.
I love the sky in september introduce alle sonorità jazz del concerto: una ballata delicata e dolcissima, alla quale fa seguito la suggestiva Straight for my heart, primo dei quattro brani del nuovo album presentati durante la serata. Piccoli sogni in abito blu…, l’incipit poetico della bellissima Spicchio di luna, una delle più amate dallo stesso cantautore, che nel riarrangiarla, afferma: «L’ho resa quella che avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, uno standard jazz». Nota di merito all’eleganza del pianoforte di Paolo Vianello, il cui solo, alla fine del brano, conquista un meritatissimo plauso del pubblico. Il secondo brano estratto da Pop, Jazz and love è Everybody look so beautiful in Paris, un brano jazz/pop simbolo delle sonorità fuse da Sergio Caputo in quest’ultimo lavoro, che precede le immagini malinconiche, fumose e un po’ retrò di Merci Bocù (Un’insegna verde menta mi promette un whisky bar, un juke box sussurra wasciù-wariu-và), piccolo personale tuffo al cuore. Intanto arriva, attesissima, Un sabato italiano, emblema del pop inteso come incastro perfetto tra melodia orecchiabile e ricerca linguistica (Così ci avventuriamo nella Roma felliniana, equilibristi in bilico sul fine settimana).
Dopo circa 45 minuti, la band lascia Caputo da solo sul palco. La chitarra acustica prende il posto di quella elettrica e accompagna il musicista in un viaggio nel passato, rispolverando brani meno conosciuti, ma che hanno ugualmente suscitato l’entusiasmo dei fan più fedeli. L’unplugged comprende Weekend, Ma che amico sei?, Non bevo più tequila, Flamingo.
Il secondo tempo del concerto prosegue con il ritorno della band sul palco e la presentazione del nuovo singolo in italiano, caratterizzato da una ritmica complessa ma al tempo stesso coinvolgente, A bazzicare il lungomare. L’allegro cha cha cha de L’astronave che arriva infiamma ancora gli animi (L’hai vista tu la luna a marechiaro? L’ho vista, sì, e abbiamo pure chiacchierato) e apre la strada all’ultima parte della serata, intrisa di sonorità latine: la bossa di Hemingway caffè latino, Cristina – quarto brano del nuovo disco -, Italiani mambo e Il Garibaldi innamorato, che concludono il concerto tra gli applausi incessanti e le richieste di bis. Accontentate dal cantautore romano con Cimici e bromuro e la meravigliosa Mettimi giù, egregiamente eseguita dalla band.
Nessuna delusione, dunque, per il pubblico in sala, nonostante Pop, jazz and love sia scritto quasi interamente in inglese. Caputo ha vissuto infatti circa dodici anni negli Stati Uniti e, reduce dall’esperienza americana trascorsa a riconquistare le proprie radici da jazzista, coltiva – con questo progetto – l’intento di rivolgersi ad un pubblico internazionale. «I testi sono usciti in inglese perché l’inglese è la mia seconda lingua e questo è uno dei motivi per cui la musica mi viene fuori più facilmente e spontaneamente in inglese che in italiano», afferma il cantautore in una delle sue ultime interviste. «Solo una canzone, A bazzicare il lungomare, è scritta in italiano perché è nata in italiano, di ritorno da un concerto in una città della costiera».
Pop e jazz perché da sempre, il lavoro di Sergio Caputo tende a far dialogare questi due generi musicali, «poppizzando il jazz e jazzando il pop» – com’egli stesso sottolinea; un’inclinazione che nel corso degli anni ha dato forma ad un vero e proprio stile, definito da molti, “caputiano”. E love perché l’amore, tema principale delle sue canzoni, aveva bisogno di essere decantato in modo diverso rispetto agli album precedenti: non più solo storie “strappa-budella”, ma amori felici.
Una scelta non azzardata ma senza dubbio rischiosa, per chi è abituato ad apprezzare la sua capacità di utilizzare la lingua italiana costruendo immaginari surreali e poetici, e a riconoscerne l’unicità artistica nell’animo da romantico démodé in lotta perenne con le nevrosi della vita quotidiana e lo spirito da cantore degli inganni dell’amore e della sua inevitabile finitezza, con lo sguardo ironico sempre rivolto al passato.
Piccola nota di demerito: che fine ha fatto I love jazz ? Nessun accenno a quello che, personalmente, considero l’album più bello e ricercato di Sergio Caputo, i cui brani, Blu elettrico (Nell’album dei capricci tuoi dipingimi), Vacci piano col blues, Un buffissimo spray, Quasi per caso, avrebbero accompagnato perfettamente la presentazione del nuovo lavoro in cui il jazz, ancora una volta, la fa da padrone.
Ora mi ha morso un blues, e m’immergo in questa nuvola di note in bianco e nero ancora per un po’.
Angelica Falcone

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