Simon Reynolds, Retromania. Il futuro rivolto al passato

copertina libro retromania
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Retromania, certamente interessante come libro, mi diceva un mio amico, con spunti efficaci ma con il prosieguo della lettura perde di solidità. Ma lui è uno scienziato della cultura, insegna all’università. Può essere un testo universitario “solo” per dove il discorso si allarga con i raffronti.
copertina libro retromaniaPer me, più modestamente, Retromania di Simon Reynolds è un ottimo libro di storia musicale di quella che si occupa del pop nel senso più largo del termine e che ha la capacità di avere una visione ampia, appunto, che coglie ad altri ambiti culturali facendo collegamenti all’evoluzione tecnologica (mp3, file sharing, iPod, piattaforme social…) e al business.
Non mancano citazioni colte a consolidare il pensiero, come Walter Benjamin quando parla di collezionismo, di Jean Baudrillard quando lo collega al tempo e di Fred e Judy Vermorel, studiosi del fanatismo musicale, secondo i quali «la collezione è un surrogato del contatto».

Un libro pubblicato originariamente nel 2011 ma che vale la pena di leggere per la quantità di spunti e osservazioni che conservano una loro solidità. Come spiega l’autore nell’introduzione Retromania «è più che altro un indagine non solo sul perché e per come del rétro in quanto cultura e industria, ma anche sui temi più ampi che riguardano il vivere nel vivere, il vivere del e il vivere col passato».

Questo modello di sguardo ed esaltazione del recente passato che sembra escludere il futuro dal nostro orizzonte, non riguarda solo la musica, ma il cinema, il teatro, la moda… Una sovraesposizione del culto del passato che ha riguardato molti aspetti del quotidiano e che ha subito un accelerata con la diffusione di mezzi personali, i cellulari, e social, le piattaforme di condivisione, che hanno fatto esplodere il fenomeno del ricordo attraverso l’auto-documentazione. E così sono cresciute a dismisura una serie di offerte culturali, di spettacoli, di pubblicazioni che esaltavano gli anni passati. È dai primi anni ’70 che si nota l’accelerata «verso un interesse per i residui del passato nel presente, un imponente dietro front culturale che ha aperto la strada all’industria della nostalgia con le mode i revival rétro, al postmodernismo (pastiche e rinnovamento di stili storici) e all’affermazione del “patrimonio”».
Un “delirio documentale”, come lo definisce, che porta alla nascita di documentari (I Love the 70s, 80s, Britannia), al fenomeno delle reunion e dei tour dei vecchi gruppi rock come Rage Against the Machine, Blur, Pixies, Dinosaur Jr, My Bloody Valentine, Pavement… che trovano i loro interessi, economici e non, e i fan «invecchiati che possono tornare giovani».

E così registriamo eventi come quelli degli Sparks che, nel 2008 a Londra, in ventuno serate, eseguirono gli altrettanti album della loro carriera; tra la fine del 2007 e gli inizi del 2008 i Sonic Youth eseguirono, in concerti in giro per il mondo, il loro «capolavoro» del 1988 “Daydream Nation” per ben 24 volte.
Altro fenomeno di riappropriazione del passato musicale passa dalle tribute band e dalle pedissequa ricostruzioni di eventi musicali o di un video musicale come quello che Reynolds ricorda: File Under Sacred Music del 2003, rifacimento del video del concerto «tenuto dai Cramps nel 1978 al Napa State Mental Institute, di fronte ad un pubblico di autentici malati mentali che ascoltavano il sound “psychobilly” del gruppo dondolando ossessivamente». L’autore ci ricorda anche della ricostruzione del Concerto for Voice & Machinery, «la leggendaria performance allestita nel 1988 all’ICA (The Institute of Contemporary Arts di Londra, ndr) da elementi della famigerata formazione rumoristica tedesca Einstürzende Neubauten e degenerata in una rivolta del pubblico».

Reynolds sostiene che «la ricostruzione è una conseguenza del – e per certi versi una reazione al – boom della tutela del patrimonio: i musei, gli spettacoli di storia vivente (la rievocazione delle battaglie, e degli antichi mestieri nei villaggi), la conservazione come ideale culturale. L’arte ricostruttiva rientra poi una più ampia cultura della copia: il karaoke, gli spettacoli televisivi come Stars in Their Eyes con gente comune che recita la parte di artisti famosi, il business (ingente ma ignorato dai media) delle tribute band, le sottoculture online delle fan fiction e della parodia su You Tube, fino al mostruoso successo di videogiochi come Rock Band e Guitar Hero. A livello più intellettuale abbiamo esempi come Fenêtre sur Cour dell’artista Pierre Huyghe (la finestra sul cortile disco di Hitchcock riambientato in un complesso residenziale parigino) con lo Psycho e rifatto fotogramma per fotogramma da Gus Van Sant».
Questi e altri fenomeni portano con sé l’allontanamento della musica dalla realtà del vivere quotidiano. L’autore ci spiega che fino agli anni Novanta i musicisti intervistati parlavano di società, politica, cultura e se cercavano dei riferimenti lo facevano fuori dalla musica (la letteratura, l’arte), poi «la musica cominciò ad essere descritta in termini di altra musica, riducendo la creatività ad un gioco di gusti e preferenze».

Lo sguardo, l’ancorarsi al passato fino allo «stallo temporale» è un fenomeno musicale antico come il trad jazz (revival jazz degli anni Venti quando faceva ballare l’America) che tra il 1945 e il 1956 era il meglio per i giovani britannici di allora per divertirsi, un’esplosione di libertà, anche nei costumi, dopo la guerra ma anche un rifiuto del pop di allora e degli esperimenti bebop. L’inizio del tramonto arriverà per il trad con l’esplosione della Beatlesmania.

«Il club jazz appartiene a una lunga tradizione di sottoculture musicali inglesi fondate su un intensa proiezione verso l’America nera, un continuum che tocca i blues club dai quali sbocciarono gruppi come Bluesbreakers di John Mayall, gli Yardbirds e i Rolling Stones per proseguire con i soulboys e i jazz-funkettari degli anni ’70 e ’80, i maniaci della deep house, i fan della Detroit techno gli estimatori dell’hip hop underground a partire dai novanta».

Uno sguardo al passato al quale si rivolse anche il movimento rave che tra il 1988 e 1993 spazzava con spensieratezza via ogni cosa che trovava davanti, ivi inclusa la Storia, ma poi diventava old skool hardcore di cui la band rap Jurassic 5 era un esempio.

Da leggere anche il capitolo No Future dedicato sostanzialmente al punk dalla sua nascita a partire dai tentativi che per anni si fecero intorno al concetto, tipico di una cultura reazionaria, di ritornare alle radici del rock’n’roll anni cinquanta e del garage rock anni sessanta. Ci ricorda la figura fondamentale di Malcom McLaren che partendo dalla sua boutique, Let It Rock, inizierà un viaggio che lo porterà a fare da manager di un gruppo rock anarchico, i New York Dolls precursori del punk insieme agli Stooges per «l’accento sulla posa e non sulla bravura». Altri precursori del punk furono i Dr Feelgood, un gruppo pub rock, che rispetto a tanti gruppi che suonavano in «bettole sovraffollate» a metà anni settanta, avevano un’intensità maniacale che avrebbe influenzato tutti, dai Jam ai Gang of Four. Mentre negli USA si andavano affermando i Ramones e Patti Smith che tra i suoi proclami più famosi c’era: Non me ne frega un cazzo del passato ma cazzo se me ne frega del futuro.
Ciro Ardiglione

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