Snake e il serpente che si mangia la coda: quando la storia si ripete

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Snake è uno dei più diffusi giochi per i cellulari, nato ancor prima degli sviluppi dell’era digitale. Lo scopo del gioco è quello di allungare sempre di più il serpente, facendogli mangiare tutto ciò che il display mette a disposizione, così che possa nutrirsi e procrearsi autonomamente. Il divertimento va avanti finché il muso del serpente non si scontra con degli ostacoli oppure quando, in un diabolico vortice divoratore, il serpente finisce per mangiare la sua stessa coda. Come se la coda fosse diventata, col tempo, ingombrante, insostenibile, e il serpente dovesse privarsene.

Quella del serpente che si mangia la coda è, del resto, un’ immagine che compare più volte nella cultura popolare, nell’immaginario collettivo e nella letteratura. Persino Nietzsche, il grande filosofo del Novecento, se ne serve per spiegare il concetto dell’eterno ritorno: un’immagine propedeutica, insomma, per una divulgazione filosofica e intellettuale.  Il “serpente nero” presente in “Così parlò Zarathustra”, infatti, è il simbolo della ciclicità del tempo, del suo farsi e disfarsi, generarsi e dissolversi. E’ l’emblema della morte e della vita che risorge, che si trasforma e si ricrea, del tutto uguale a se stessa: è l’infinito che rotola nel tempo e nello spazio indeterminato. Per il filosofo tedesco, significa ammettere che tutto è destinato a ripetersi, a mutare e poi a ripresentarsi invariato, in un universo in divenire che è insieme creazione e distruzione: “non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta?” si domanda Nietzsche nelle pagine del suo grande capolavoro filosofico. Il serpente nero in questione, tuttavia, è una probabile allusione a un simbolo ben più antico: l’uroboro, il serpente che si morde la coda, presente già nella cultura degli antichi Egizi. Orapollo, scrittore egiziano di Nilopoli, lo utilizza in una sua riflessione risalente a diversi secoli prima di Cristo per spiegare l’origine e l’andamento del mondo, affermando che il tempo “faccendo ogn’anno mutamento nel mondo, diviene giovane”. Dunque, ancora una volta, il serpente come manifesto di rinascita, di evoluzione, di dissolvimento e perenne trasformazione. Una rappresentazione positiva, insomma, che pullula e s’alimenta di vita.

Eppure, abbandonando quest’interpretazione, ci si rende conto che un animale che si nutre del suo stesso corpo non è proprio una simbologia idilliaca. È vero che c’è un qualcosa che si genera, ma è altrettanto vero che c’è qualcos’altro che scompare, non esiste più, si frantuma e decompone. E allora non rimane che chiedersi: il nuovo è davvero migliore del vecchio che ha sostituito? Ciò che viene dopo è necessariamente migliore di ciò che c’era prima? E quindi: ciò che distrugge, è sempre preferibile rispetto a ciò che viene distrutto? Non sono domande retoriche, poiché possono avere conseguenze pratiche davvero inaspettate. Così, traslando il “tutto si trasforma” della chimica in ambito storico, si va incontro ad amare sorprese.

La Rivoluzione Francese costituisce uno degli episodi più importanti (e contraddittori) dell’intera storia degli uomini, soprattutto perché essa ha gettato le fondamenta per le sorti dei futuri processi politici mondiali. Tuttavia, durante il suo svolgimento, ha conosciuto diverse fasi, ribaltando e ripudiando se stessa più volte. La fase più intensa, pregna di contenuto ideologico e che avrebbe continuato a godere di un’ampia eco mitizzante, è certamente quella del 1792-1794, quella di Robespierre e dei giacobini, quella radicale, ormai irrimediabilmente degenerata rispetto ai moderati e liberali principi originari. Proprio per questo, a tale deriva si opposero i padri della rivoluzione, quelli che volevano soltanto scalfire e abbattere la tirannia del re e i privilegi dell’aristocrazia e che pertanto temevano una svolta democratico-popolare. Proprio quella svolta che, non a caso, finirà per condannarli, per metterli sul patibolo e sul banco degli imputati, fino a ghigliottinarli senza pietà. Non è forse questo un serpente che si mangia la coda? Non è questo un processo storico che fa i conti con se stesso e con le sue origini, addirittura rinnegandole?
Destino analogo, del resto, a quello toccato ai seguaci del primo fascismo, che ne rimasero poi profondamente delusi quando esso si trasformò in un regime totalitario; o a tutti i patrioti italiani come Ugo Foscolo che si sentirono traditi da Napoleone quando capirono che egli non era certo un liberatore e che la sua avanzata s’andava rapidamente trasformando in una vera e propria occupazione militare. Una storia ciclica, insomma, ma non per questo meno cinica e spietata. Una storia che continuamente si ripete e poi si auto-condanna, prima fallisce e poi temerariamente si ripropone. La causa che ha fatto sì che se tali meccanismi storici abbiano spesso assunto queste derive va individuata nell’impossibilità di intraprendere e portare a compimento un cammino definito e coerente, a cui molto spesso, più che i rigorismi ideologici, si sommano interessi, compromessi, esigenze sopravvenute.

Tutto, probabilmente, sorge per poi tramontare e crescere, ripetersi infinite volte, e la luna piena di stasera è la stessa che domani ci concederà soltanto uno spicchio di luce. Così come i drammi e gli errori umani, commessi, perdonati e maledettamente compiuti di nuovo; così come le tragedie dell’umanità che, seppur condannate, si ripropongono senza sosta; così come le calamità naturali che spazzano via ogni cosa che l’uomo, coraggiosamente, si affannerà a ricostruire in attesa della prossima disgrazia. Probabilmente, anche i sentimenti, gli umori e gli stati d’animo delle persone sono destinati ad allontanarsi e riproporsi, a spegnersi timidamente e poi a riemergere con determinazione senza che gli uomini possano opporsi ai loro variabili andamenti.
Erri De Luca, nel suo libro “Tu, mio” scrive: “capita così anche a te, al culmine di una felicità di accorgerti che c’era già stata prima e che questo è un ritorno?”. Ma il ritorno è come un ricordo, non è scontato che si ripresenti sempre uguale: potrebbe esse mutato, sbiadito, affievolito o consumato. Potrebbe avere cambiato fisionomia, aspetto o essere semplicemente diverso rispetto alla sua forza originaria, potrebbe essere estraneo persino a noi stessi che pure l’abbiamo invocato e desiderato. Forse è davvero questa la sorte a cui la natura e la storia condanna l’umanità: un continuo ciclo evolutivo e distruttivo, un cerchio che si apre e si chiude avidamente, un destino, chissà, già segnato, che aspetta solo d’essere vissuto.
Perché neppure il serpente di Snake può crescere in eterno e dovrà accontentarsi, prima o poi, di ricominciare.
Lorenzo Di Anselmo

 

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