Software libero: appunti tra etica, legalità e condivisione della conoscenza

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Inizialmente solo per curiosità e spirito di ribellione, mi sono avvicinato al software libero e in seguito, sempre più con consapevolezza. In tutti questi anni ho avuto la fortuna di conoscere persone che mi hanno aiutato in questa mia crescita.
Non è necessario essere informatici, io non lo sono, ma l’essenziale è condividerne i principi, i quali sono indissolubilmente legati fra loro, non solo in astratto ma in pratica.

Se proviamo a dare un’occhiata da vicino alle community che si occupano di software libero noteremo che vengono applicati nella pratica. Ma è tutto rose e fiori? Siamo in presenza della civiltà ideale? Assolutamente no, in definitiva le comunità sono fatte da persone, ci sono quelle che aderiscono in modo naturale a tutto questo, altre un po’ meno, altre che lo fanno solo per farsi vedere e persone che vedono solo l’aspetto business del software libero. Perché è giusto ricordare che anche nel freesoftware si possono fare i soldi, ma il modello di business è diverso (cit. Italo Vignoli).

Se prendiamo ad esempio Red Hat l’azienda americana che quest’anno ha fattura 3 miliardi di dollari, è una dimostrazione di quanto sia possibile guadagnare nel rispetto dell’etica e della community.
Oppure tutte quelle aziende che sui territori si occupano di open source dando assistenza alle aziende che fanno parte del tessuto economico.
Oltretutto, questo caso c’è una circolarità del denaro ed un principio etico, ovvero, io azienda che installo software libero, ho l’assistenza di una ditta, in ambito software libero, che a sua volta opera sul territorio; a differenza delle grandi multinazionali in ambito IT, che portano tutti i
loro ricavi alle isole Cayman.

Ma torniamo al titolo, che, a mio avviso è l’estrema sintesi del mio pensiero. Quando installo nel mio computer un software libero sono certo che è legale (non c’è nessun copyright), è etico perché è uno dei principi cardini della community, è parte integrante di quelle che sono le quattro libertà ovvero:

  1. Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo. La libertà di usare un programma significa libertà per qualsiasi tipo di persona od organizzazione di utilizzarlo su qualsiasi tipo di sistema informatico, per qualsiasi tipo di attività e senza dover successivamente comunicare con lo sviluppatore o con qualche altra entità specifica. Quello che conta per questa libertà è lo scopo dell’utente, non dello sviluppatore; come utenti potete eseguire il programma per i vostri scopi; se lo ridistribuite a qualcun altro, egli è libero di eseguirlo per i propri scopi, ma non potete imporgli i vostri scopi.
  2. Libertà di studiare il programma e modificarlo. L’accessibilità al codice sorgente è una condizione necessaria per il software libero, altrimenti non avrebbero senso neanche la libertà 1 e la 3.
  3. Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo.
  4. Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. Questa libertà comprende quella di usare e rilasciare le versioni modificate come software libero. Una licenza libera può anche permettere altri modi di distribuzione; insomma, non c’è l’obbligo che si tratti di una licenza con copyleft. Tuttavia, una licenza che imponesse che le versioni modificate non siano libere non si può categorizzare come licenza libera. C’è condivisione della conoscenza sono libero di scegliere quale programma e quale sistema operativo installare nel mio pc e sono certo che la mia privacy viene rispetta.

Tutte queste tematiche meriterebbero di essere sviluppate più approfonditamente, ma, spero quanto meno di avervi incuriosito.
Giordano Alborghetti

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