Somalia. Ancora guerra senza vie d’uscita

Somalia bandiera
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Uno stato che è difficile definire tale. Due decenni di guerra. Sofferenze che sembrano inarrestabili. Questa è la Somalia. Da alcuni mesi è aumentato il rischio di innescare un processo destabilizzante oltre i confini.
Soluzioni di pacificazione diverse dall’opzione militare sono sempre più lontane. Nonostante siano fallite tutte dalla missione Restore Hope all’inervento dell’esercito etiope.

L’undici luglio scorso un duplice attentato a Kampala ha esportato la guerra somala in Uganda. A Kampala il terrorismo di matrice islamica ha fatto 74 vittime e decine di ferite tra persone che seguivano la finale del mondiale di calcio in un rugby club e in un ristorante etiope. La firma è dei giovani muja’eddin di al-Shabaab [1].
E’ la prima volta che un attentato suicida viene utilizzato fuori dal territorio somalo. E’ la risposta che i combattenti islamici hanno voluto dare alla decisione presa dall’Unione Africana di aumentare le truppe di peace keeping del contingente Amison [2]. L’Uganda, insieme al Burundi, è uno dei maggiori sostenitori nonché fornitori di truppe.

La battaglia è sempre più cruenta perché al-Shabaab ha deciso di conquistare tutto il paese attraverso il controllo di Mogadiscio e di Villa Somalia dove ha sede il Governo Federale di Transizione (GFT) appoggiato dalle nazioni africane e dalla comunità internazionale con gli Stati Uniti in testa insieme all’Europa.
Sono circa duecento milioni di dollari gli impegni finanziari di Washington per l’appoggio al governo federale. Qualche giorno fa la Commissione europea ha stanziato altri 47 milioni di euro per sostenere la missione dell’Unione africana e il suo contingente.
Sia l’Europa che gli Stati Uniti collaborano per un programma di adestramento delle forze di sicurezza governative (Eutm – Somalia Training Mission).
La situazione dopo l’attentato di Kampala ha continuato a peggiorare. Il 24 agosto scorso all’hotel Muna, nel centro di Mogadiscio, i miliziani di al-Shabaab, con uniformi di soldati governativi, hanno ucciso ventiseisei civili e sei parlamentari e poi si sono fatti esplodere. Ma sia prima che dopo il 24 agosto scontri militari e attentati hanno mietuto decine di vittime e centinaia di feriti solo a Mogadiscio.

Notizie di guerra arrivano anche da altre parti della Somalia dove i tentativi di allargare il controllo del paese da parte di al Shabaab non mancano. In particolare nel Somaliland e nel Puntland dove ci sono stati tentativi di infiltrazione come quando la cittadina di Bosaso è stata attaccata da un commando.
L’inasprimento del conflitto lo si legge anche nelle accuse da parte del governo di rapimenti di bambini, da collegi e scuole coraniche, per reclutarli e farli combattere a fianco dell’esercito di al-Shabaab [3].
E per vincere la guerra le fazioni stanno provando, a suon di dollari e promesse di potere sui territori, ad ottenere l’appoggio dei pirati somali che oramai dispongono di risorse economiche, di armi e munizioni [4.

Intanto il governo islamico-moderato di transizione con a capo l’ex leader delle Corti islamiche Sharif Ahmed non riesce a migliorare nessun settore della vita pubblica e quindi non trova consensi tra la popolazione. I somali sono anche infuriati per gli errori delle truppe dell’Amson che nei suoi attacchi ai ribelli finisce con provocare numerose vittime e feriti tra i civili.

Le condizioni di vita restano spaventose. Secondo un report del Food Security Nutrition Analisis Unit (Fsnau) la metà della popolazione ha bisogno di aiuto. Oltre trecentomila bambini sono malnutriti e settantamila in serio pericolo di vita. Gli sfollati non si contano più. Nela periferia di Mogadiscio molta gente è accampata da anni. Tutte le associazioni umanitarie lamentano l’impossibilità di organizzare assistenza.
Le ragioni della guerra continua a prevalere. Al momento un barlume di confronto per una tregua non si intavede.
di Pasquale Esposito

[1] Al Shabaab fu fondato nel 2004 e conta circa duemila combattenti. Al loro interno figurano ex combattenti dell’Afghanistan, giovani provenienti dall’area dei Tribunali islamici e dissidenti dello storico partito islamista. La radicallizazione è avvenuta con l’arrivo dell’esercito etiope in difesa del governo in carica.
Nel 2007  hanno dichiarato la loro affiliazione ad Al Qaeda che in diverse occasioni ha ufficialmente sostenuto le loro azioni. Tuttavia non sono ancora certi i legami finanziari tra loro.
Al Shabaab di fatto rappresenta l’opposizione armata alle istituzioni federali e insieme a quello che resta le milizie di Hizbul Islam e degli altri moimenti e leader controllano l’80% del territorio.
Si potrebbe dire che i due punti fondanti del loro programma sono l’espulsione dei caschi verdi ed in genere delle truppe straniere e l’istaurazione di una repubblica islamica con la rigida applicazione della legge coranica.
[2] Dal 19 al 27 luglio si è tenuto un vertice tra i rappresentanti dell’Unione Africana e venne deciso che, Amisom, la missione di peacekeeping presente in Somalia, potesse contare su altri quattromila soldati, in aggiunta ai circa seimila già disclocati nel paese.
[3] “Somalia, un centinaio di bambini sequestrati da Al Shabaab“, www.peacereporter.net, 12/07/2010
Il gruppo insurrezionale islamista, Al Shabaab, è accusato dal governo somalo di aver sequestrato un gruppo di circa cento bambini, sottraendoli da alcuni collegi e scuole coraniche, per reclutarli e farli combattere contro le forze governative.

[4] Gettleman scrive in un suo reportage che uno dei più famigerati capi Garfanji <<avrebbe dirottato una mezza dozzina di navi e usato i milioni di dollari ricavati dai riscatti per costruire una piccola divisione di fanteria>>, in Jeffrey Gettleman, “Somalia la nuova vita dei privati“, La Repubblica 3 settembre 2010

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