Somalia: una guerra infinita

Somalia bandiera
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Un rapporto di Save the Children spiega che, in Somalia, la polmonite uccide più di due bambini al giorno. Una malattia che può essere trattata con 50 centesimi di dollari al giorno. Sempre in atto una crisi alimentare per una guerra infinita.
L’inferno in Somalia è iniziato nel 1991 con la caduta del dittatore Siad Barre e da allora il paese è diventato un luogo di guerra e stragi dirette e per interposti interessi.
Un conflitto dimenticato e per il quale la comunità internazionale, a parte alcuni interventi dell’Unione africana, non ha attenzione e men che mai l’Italia che pure ha molteplici motivi storici.
Il 14 ottobre scorso due camion bomba sono stati fatti esplodere in una zona crocevia di attività e della capitale e ad oggi, dopo che alcuni feriti sono deceduti e i dispersi sono stati identificati, il bilancio è di 358 morti e altre centinaia di persone ferite.
«La radio francese Rfi, a giorni di distanza dall’attentato, riferisce dello shock ancora vivo nella popolazione. “Dopo aver assistito ad un attacco come questo – ha spiegato Mohamed Ibrahim, giornalista che vive a Mogadiscio – è difficile passare oltre. Si tratta di qualcosa che ha segnato tutti i somali. Abbiamo visto morire numerose persone sotto i nostri occhi, i feriti sanguinare, le case crollare e bruciare. Per tutti noi al trauma fisico si accompagna quello psicologico”» [1].
Dopo questo attentato il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed si era recato in alcuni paesi della regione per ottenere un supporto contro l’organizzazione integralista islamica somala al-Shabaab (“i giovani”) di matrice alqaedista che prova a conquistare il paese e che sembra alla base di questi attentati incluso l’ultimo. Il 28 ottobre altre ventisette persone sono morte a causa di esplosioni e attacchi nei pressi dell’albergo Nasa-Hablod di Mogadiscio.
Bruno Meyelfeld scrive che «dal momento che non colpisce nessun importante interesse strategico occidentale, attira poco l’attenzione dei mezzi d’informazione internazionali ed è meno conosciuto delle organizzazioni jihadiste nigeriane e saheliane» [2]. Un’eccezione è la Turchia che ha inaugurato una base con 200 soldati e destinata all’addestramento dell’esercito somalo che dovrà sostituire le truppe della missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) il cui ritiro dovrebbe avvenire, sulla base degli accordi della Conferenza internazionale di Londra, dal 2018. Un’eccezione – secondo Gina Musso – che sembra rendere «credibile la tesi circolata in questi giorni, secondo cui il vero obiettivo dei terroristi (ancora nessuna rivendicazione, ma pochi hanno dubbi sulla firma islamista di al Shabaab) fosse la base militare appena costruita da Ankara nella capitale somala e che un intoppo abbia fatto scattare il piano B» [3].
Ad una collocazione più internazionale pensa anche Luddu che spiega la recrudescenza terroristica anche «come conseguenza della crisi diplomatica in atto tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti da una parte e Qatar dall’altra, e delle ricadute di questa crisi sul contesto politico somalo. […] A questo proposito giova ricordare come ormai da alcuni mesi il Governo federale sia invischiato nella crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Emirati da un lato, e Qatar dall’altra. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno chiesto al governo federale somalo di unirsi alla condanna contro il Qatar, ma Mogadiscio ha respinto la richiesta dichiarandosi formalmente neutrale, di fatto, però, schierandosi con Doha. Ricordiamo che la Somalia ha messo a disposizione il proprio spazio aereo ai velivoli della ‘Qatar Airways’, per aggirare la chiusura dei confini con i Paesi vicini» [4].
Intanto raid aerei americani sono stati lanciati la scorsa notte nel nord del paese per bombardare basi terroristiche.

Per alcuni mesi si era respirata un po’ di calma in Somalia dopo l’elezione di Abdullahi Mohamed detto Farmaajo, ma il suo governo resta debole per le beghe interne, anche tra le forze di sicurezza, per la poca rappresentatività dei clan e sicuramente per il livello di corruzione. La Somalia resta uno Stato diviso, “balcanizzato” sempre sull’orlo di un fallimento definitivo.
Pasquale Esposito

 

[1] Andrea Barolini, https://www.lifegate.it/persone/news/somalia-conflitto-dimenticato, 2 novembre 2017
[2] Bruno Meyelfeld, “Un attentato cancella le speranze somale”, Internazionale 20 ottobre 2017, pag. 31. L’articolo è apparso su Le Monde, Francia.
[3] Gina Musso, “Somalia, bandane rosse contro il terrore. La base turca il vero obiettivo?”, https://ilmanifesto.it/somalia-bandane-rosse-contro-il-terrore-la-base-turca-il-vero-obiettivo/, 22 ottobre 2017
[4] Ludovica Passeri, “Somalia, non solo Al-Shabaab”, http://www.lindro.it/somalia-non-solo-al-shabaab/, 30 ottobre 2017

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