Sommersi dalla plastica, senza nessuna speranza?

plastica spiaggia
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Siano sommersi dalla plastica e la produzione continua ad aumentare senza sosta e senza che il riciclaggio possa liberarcene. Significativo lo spot “Wasteminster. A Downing street disaster“ diffuso da Greenpeace Uk e realizzato dallo studio creativo Birthplace attraverso la società di produzione Park Village e con la partnership di Method & Madness. Una statua raffigurante il premier Boris Johnson mentre declama davanti alle telecamere dei grandi risultati raggiunti dal Regno Unito sul fronte dell’inquinamento un’immane montagna di rifiuti di plastica lo travolge.

Per quanto sia paradossale la plastica, come è noto, è oramai dentro la catena alimentare, galleggia per estensioni inimmaginabili negli oceani ed è stata trovata persino nella Fossa delle Marianne da ricercatori giapponesi. Provoca danni a noi stessi e a tutto il Pianeta. Ma continuiamo a far poco.

Fon è finita qui perché ci sono problemi sul trasporto di rifiuti, riciclabili o meno, che spesso fanno il giro del mondo. In particolare si muovo dai paesi ricchi a quelli poveri e in via di sviluppo. Nonostante ci sia stato ratificato un accordo internazionale, non dagli USA, per cui le plastiche non riciclabili non sono commerciabili, per esempio, “a inizio 2020, la Malesia ha rispedito almeno 4.000 tonnellate di rifiuti di plastica illegali verso i 20 paesi di provenienza, tra cui 43 container verso la Francia. Ma, nei primi sette mesi dello stesso anno, il paese ha ricevuto oltre 33.000 tonnellate di rifiuti dal solo Regno unito, con un aumento superiore all’81% rispetto all’anno precedente (12). Poiché la pandemia di Covid-19 ha causato un incremento dell’utilizzo di plastica monouso, la crisi dei rifiuti potrebbe ulteriormente allargarsi, nonostante la legislazione internazionale” [1].

rifiuti di plastica grafico

Come abbiamo scritto più volte è ingannevole pensare che ne usciremo con il riciclaggio, e questo riguarda qualsiasi altro materiale, perché le quantità non sono da molto tempo gestibili. Bisogna diminuire, e non di poco, la produzione della plastica e conseguentemente il suo consumo. In particolare per le plastiche monouso. Contemporaneamente bisognerebbe tendere al riuso completo dell’imballaggio utilizzato in tutti i settori produttivi. Il vecchio “vuoto a rendere” deve ritornare nella catena distributiva.

In questa direzione è per esempio andata la nuova legislazione approvata all’unanimità in Cile dove si obbligherà “anche i supermercati, i minimarket e i magazzini sia ad offrire opzioni di bevande in contenitori adatti al vuoto a rendere, che a ricevere l’imballaggio del consumatore. Inoltre, per quanto riguarda le bottiglie usa e getta, sarà richiesto di includere nell’etichetta le percentuali di plastica riciclata in Cile” [2].

Il rapporto Plastic Waste Makers Index della fondazione australiana Minderoo è illuminante sulla produzione della plastica. Premesso che la Minderoo è collegata all’industria dei metalli e criticato per alcune mancanze, i dati e le informazioni sono impressionanti anche in considerazione dell’aumentato livello di attenzione all’emergenza ambientale. Aggiungo, a dimostrazione che se non muta il modello di produzione e consumo il Pianeta andrà verso la catastrofe.

Nel rapporto si legge che “nei prossimi cinque anni, la capacità produttiva globale per i polimeri da materia prima vergine per plastiche monouso potrebbe crescere di oltre il 30%, e per alcune singole società fino al 400%. Questo vorrebbe dire una catastrofe ambientale: molti dei rifiuti generati dalla plastica usa e getta finirebbero nell’ambiente, nei paesi in via di sviluppo con sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti“.

Nel 2019 più di 130 milioni di tonnellate di plastica monouso sono diventate rifiuti e il 35% di queste bruciate.
I guardiani della produzione della plastica”, definite così dagli autori sono multinazionali, dalla petrolchimica alle istituzioni finanziarie, prestano attenzione alla sostenibilità, ma “quasi tutte hanno in programma di aumentare la loro capacità di produzione di plastica vergine piuttosto che ridurla“. Si tratta di una catena solida perché, secondo il rapporto, venti istituzioni finanziarie, tra cui i colossi statunitensi BlackRock Capital Group e Vanguard Group, detengono quote per più di 300 miliardi di dollari nelle società che controllano a loro volta i produttori di polimeri.
Di questi ultimi, nel 2019, 20 producono il 55% di tutti i rifiuti di plastica monouso generati globalmente, il 55%. A comandare la classifica ci sono le americane ExxonMobil e Dow e al terzo posto la cinese Sinopec. La nostra Eni è al quarantesimo posto.

Ciro Ardiglione

[1] Aude Vidal, Il dilagare dei rifiuti nel sud-est asiatico, Le Monde Diplomatique, Maggio 2021
[2] Erika Menvrillo, In Cile stop alla plastica monouso, approvata all’unanimità l’ambiziosa e storica legge che vieta polistirolo e usa e getta, https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/cile-vieta-plastica-monouso/, 24 maggio 2021

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