Sostiene Tabucchi

Tabucchi Sostiene Pereira
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Il Portogallo della grande “crisi”, della recessione, della disillusione economica, forse non ha il tempo ora di ricordare Antonio Tabucchi. Relegato al ruolo di predestinato, prossimo gran debitore europeo, il Paese iberico non ha forse voglia di fermarsi un momento assecondando così la sua proverbiale calma, in quella riflessione passionale espressa così bene nella commozione di un fado. Uno qualsiasi. Giustifichiamo il Portogallo, una delle ultime regioni “vere” e oneste della nostra povera Europa, annullata e oltraggiata dai conti in rosso presentati dai broker che occupano con sempre maggiore arroganza le stanze dei governi.


Scorci di Lisbona, 1994. Foto Giulio Corsi

Eppure quella Lusitania, bella e profonda, atlantica e rurale ha avuto ed ha ancora i suoi cantori. Se ne è andato di recente Josè Saramago, anni prima lo aveva fatto Amalia Rodrigues. A noi italiani restava Antonio Tabucchi. Egli è stato l’incontro con il Portogallo. Ci ha raccontato di Fernando Pessoa, ci ha narrato, attraverso gli occhi di Pereira, la dittatura sanguinaria e troppo  longeva di Salazar.

Antonio Tabucchi era nato a Pisa nel 1943. Amava i viaggi e le biblioteche. In uno di questi incroci gli capitò di conoscere Pessoa. I suoi eteronimi, la sua contraddittoria “inquietudine” lo rapirono. Lisbona fece il resto:  le bancarelle e le azulejos, il suono festoso dei mercati e quello dei campanelli dei tram sono la colonna sonora della sua vita. La laurea con una tesi sul Surrealismo in Portogallo, nel 1969, suggellerà l’idillio, e la sua vita, la sua opera ruoteranno per sempre intorno al paese adottivo.


Scorci di Lisbona, 1994. Foto Giulio Corsi

Tra tutte le opere, ricordiamo il “suo”, il “nostroSostiene Pereira. E lo ricordiamo anche attraverso la dolcezza degli occhi saggi e “buoni” dell’ultimo Mastroianni, che lo rappresentò al cinema, nel film di Roberto Faenza. Lo ricordiamo attraverso quelle pagine che, riga dopo riga, narrano le tappe di un viaggio delle idee. Il romanzo, storico, di una presa di coscienza sempre più consapevole di ciò che stava accadendo intorno alla “parca” e sobria vita quotidiana del cronista di un piccolo giornale. Il dramma della dittatura salazariana negli anni trenta raccontato attraverso gli incontri con un universo variegato di umanità cosciente che svela una realtà sempre più amara e drammatica. Che trascina il protagonista,ma anche il narratore ed il lettore, in una storia di denuncia della violazione, tra gli altri, dei diritti di espressione e di informazione. I soprusi della polizia segreta, la minaccia continua della repressione, la violenza e l’attuazione del terrore non sono il contorno della vicenda, bensì divengono via via l’alter ego naturale del bonario interprete.
Sostiene Pereira è come un’intervista. Come se il personaggio protagonista stesse lì davanti all’autore, che prende appunti su quanto gli viene riferito. Il cronista sembra essere proprio Tabucchi. Con maestria puntigliosa, attenta, con parole dolci ma ferme ci aiuta a comprendere cosa significa vivere in una dittatura. Ci mostra una nazione oltraggiata e privata del diritto di sapere, di informarsi. Ci parla di una cultura “ufficiale” manipolata, violentata e snaturata in nome di una propaganda illetterata.


Scorci di Lisbona, 1994. Foto Giulio Corsi

Ma non c’è solo Pereira. L’uomo nelle sue riflessioni diviene introspettivo, l’opera si trasforma nella descrizione interiore, la denuncia lascia spazio al naturale individualismo. La parola è sempre protagonista. Si  moltiplica, esponenziale, nelle missive senza destinatario, in forma di messaggi in bottiglie affidate al mare. “Si sta facendo sempre più tardi” è un romanzo epistolare in cui Tabucchi torna al surrealismo. Una modernità “estrema” che forse non lo rende troppo “leggibile”, ma che ce ne fa apprezzare comunque e ancora una volta le capacità di scrittore immenso.
Tralasciamo i premi letterari (tanti) vinti qua e là, ricordiamo il giornalista, (Corriere della Sera, La Repubblica…) l’impegno politico non dichiarato, ma palesato in una inscindibile e irrinunciabile difesa della democrazia e contro tutte le vessazioni e gli attentati contro di essa.
Tabucchi ci ha fatto sognare ad occhi aperti, ci ha condotti a comprendere lo sforzo del Portogallo, la rinascita di un paese nel nome di un nuovo progresso. Ci ha fatto sentire il profumo dei garofanirivoluzionari” dei mercati di Lisbona, la tenue fatica delle strade acciottolate e in salita dell’Alfama, l’odore forte di “bacalao” dalla finestre aperte dei ristorantini della baixa e della rua Augusta.
Un’ultima frase, tratta da una della sue lettere in “Si sta facendo sempre più tardi”,  è rivolta a coloro, come chi scrive, che avrebbero voluto conoscerlo un po’ di più, ma che non lo hanno potuto fare, forse anche per colpa di una cultura “ufficiale” dedita a tenersi alla larga dalla menti migliori.
Le persone sono lontane quando ci stanno accanto, figurarsi quando sono lontane davvero”.

Oporto. Parco Fondazione Serralves. 2011. Foto Giulio Corsi

Da tempo malato, è mancato una settimana fa, nella sua città adottiva. Da dove ci guardava, ci redarguiva e ci esortava a fare tutti di più per difendere i diritti essenziali nel nostro Paese.  E non solo.

Cristiano Roccheggiani

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