Spagna: è sempre crisi politica e sociale

Spagna manifesto elettorale Psoe
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È di qualche giorno fa la notizia di un rialzo delle stime di crescita da+2,7% a +3,2% dell’economia spagnola. Partiti che non trovano un accordo per un Governo e l’economia che viaggia a prescindere. A molti seguaci del liberismo non parrà vero di poter dire che meno la politica è presente e meglio è.
Evidentemente non è così perché molti altri indicatori economici classici dicono altro. A cominciare dal rating sul lungo termine della S&P Global Ratings: BBB+e cioè qualità media e titolo sensibile alle circostanze avverse.
Del resto in Spagna la crescita economica «pare poggiare su fondamenta di argilla – il settore trainante è infatti il turismo – e nuove bolle, come quella degli affitti, che ha sostituito quella della compravendita e della costruzione, potrebbero scoppiare nel futuro prossimo, soprattutto se vengono meno le favorevoli condizioni macroeconomiche, dovute alla politica monetaria del BCE e ai bassi prezzi del petrolio» [1].
La disoccupazione totale è del 19,6% secondo l’ultimo dato dell’OCSE e intorno al 45% quella giovanile per una marea di disoccupati . E poi bisogna dire che come succede in tutta Europa l’inversione di tenenza della disoccupazione è frutto di una maggiore facilità a licenziare, a contratti a tempo determinato e con condizioni lavorative peggiori, a cominciare dal livello del reddito.
La UGT trade union in un suo rapporto spiega come gli straordinari non pagati ai lavoratori spagnoli tra il 2010 e il 2015 sono pari a € 12,5 miliardi alla quale si aggiungono € 3,5 miliardi persi dal il sistema di sicurezza sociale della Spagna. I vantaggi a favore del capitale fanno si che i paese iberico è fra i dieci maggiori paesi con più di 1.000 persone classificate come super-ricche. La differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi sono saliti tra il 40 e il 50 percento facendo della Spagna il paese ad economia avanzata con la più alta crescita di ineguaglianza dall’inizio della crisi nel 2008 [1].
E quando la Spagna, graziata insieme al Portogallo dall’Europa, per deficit (con il quale ha costruito questa crescita del Pil)  eccessivo dovrà rientrare, se non interverrà la politica, le condizioni di vita peggioreranno per un’ulteriore stretta di vita sullo stato sociale.

Galizia. La Coruña, panorama 2010. Foto Pasquale Esposito
Galizia. La Coruña, panorama 2010. Foto Pasquale Esposito

Torniamo alla politica. Se il 31 ottobre prossimo non vedrà la luce un nuovo Governo, la Spagna per la terza volta in un anno andrà alle elezioni il giorno di Natale. Ci ha riprovato a settembre Mariano Rajoy, ma non è andata diversamente dal tentativo di Pedro Sánchez a marzo: sono mancati sei voti alla maggioranza di 176 voti ottenuti con il suo partito (Pp), di Ciudadanos e Coalición Canaria.
Ma dopo il drammatico Comitato federale del Partito socialista (Psoe) e le dimissioni di Sánchez di ieri il leader popolare ce la potrebbe fare ad essere rieletto premier grazie ad un po’ di astensioni di deputati socialisti.

Cosa ha portato alle dimissioni il leader socialista e a complicare ancor di più la caotica situazione politica spagnola? A parte quelle strutturali sicuramente le elezioni amministrative in Galizia e in Euskadi che hanno visto la pesante sconfitta del Psoe provocando l’affronto a tutto campo del suo leader da parte della vecchia guardia ed in particolare della presidente dell’Andalusia Susana Diaz, che è a capo della federazione socialista più forte. Le pressioni sono arrivate anche dagli gli ex premier socialisti González e Zapatero.

In Galizia Podemos-En Marea sorpassa per voti il Pasoe (19% vs 18) e il Partito popolare (Pp) del presidente uscente Alberto Nunez Feijoo, ottiene la maggioranza assoluta dei seggi (41 su 75) davanti appunto a Podemos (14) e Psoe (14). Anche nei Paesi Baschi i socialisti subiscono una pesante sconfitta che fa perdere 7 dei 16 seggi che avevano e Podemos incassa due seggi in più del Psoe. A vincere è il Partito nazionalista basco (Pnv), del premier regionale uscente Inigo Urkullu con 29 seggi seguiti con 17 scranni agli indipendentisti di Bildu.
Alle pressioni Sánchez, dopo la sconfitta elettorale, ha risposto con la volontà di convocare le primarie per scegliere il nuovo segretario nazionale e quindi decidere dell’appoggio al tentativo di Rajoy per la formazione del Governo e di convocare un Congresso straordinario a novembre. Questo suo tentativo dopo due giorni convulsi, di liti furibonde tra la leadership e l’opposizione, è fallito e così ha rassegnato le dimissioni.
Pasquale Esposito

[1]  Steven Forti, “Spagna ingovernabile, verso nuove elezioni?”, http://temi.repubblica.it/micromega-online/spagna-ingovernabile-verso-nuove-elezioni/, 9 settembre 2016
[2] James Lerner, “Spanish economic recovery through savaging workers’ living standards”, https://www.wsws.org/en/articles/2016/09/09/spai-s09.html, 9 settembre 2016

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