Spagna, elezioni 2016. I partiti alla prova della crisi

Spagna Formentera
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Dall’inizio della crisi sono ancora molte le ombre che incombono sulla Spagna. Poche e fioche le luci che si vedono, soprattutto se ci si avvicina e si scoprono i particolari.
Nel primo trimestre del 2016 il Pil è cresciuto dello 0’8% e del 3,4% su basa anno, ma contemporaneamente bisogna registrare un deficit di bilancio a fine 2015 del 5,1% e il superamento del debito pubblico del 100% del Pil per la prima volta dal 1909. Il deficit è distante dagli impegni presi (4,2%) da Mariano Rajoy, sempre ben disposto con la Ue. Un risultato che impedirà il raggiungimento dell’obbiettivo 2016 fissato al 2,8%. Il rischio è una sanzione di 2 miliardi di euro. Ma per ora la Commissione ha deciso un anno di proroga sugli obbiettivi fiscali. Al di là di questo favore spiegato con la volontà di  non influenzare le elezioni di giugno, presto dovranno essere trovate misure aggiuntive.
Gli ultimi dati sulla disoccupazione sono migliorati rispetto al recente passato: a marzo sono diminuiti di 58.200 unità. In Spagna la disoccupazione totale è di circa il 21% sempre meno del quasi 24% del 2014, ma sono sempre più di 4 milioni di persone che ci restituiscono un quadro allarmante. Non solo leggendo i dati del novembre scorso dell’Istituto nazionale di statistica (Ine) circa il 60% della quota dei disoccupati è composta da persone che non trova un impiego da più di un anno  e un terzo di questi non ha più diritto all’assegno di disoccupazione, con quello che ne consegue sull’esistenza quotidiana. Quasi il 48% dei giovani sotto i 25 anni resta a casa senza lavorare e senza studiare. La Reforma Laboral varata dal governo Rajoy nel 2012 sono si cresciuti i posti di lavoro, ma la qualità e la durata sono diminuite.
Sempre l’Ine ci dice che nel 2015 si sono registrati 15.600.000 contratti a corto plazo (breve durata), undici volte il volume di quelli fissi [1].
Il risultato è che «tre milioni di persone abbandonano la classe media, per finire in una classe più bassa. È la Spagna di oggi, quella ancora in crisi, secondo i dati pubblicati dalla fondazione Bbva e dall’Istituto Valenziano di economia. Il titolo della ricerca Distribuzione del reddito, crisi economica e politiche redistributive indica già che qualcosa non deve aver funzionato nelle scelte di politica pubblica del governo delle destre. La ridistribuzione del reddito tra le famiglie non c’è stata, non come sarebbe servito. La perdita di occupazione, l’aumento del lavoro precario, di quello a tempo parziale perché non se ne trova uno per l’intera giornata, hanno impoverito gli spagnoli. Attribuire alla crisi questo vero e proprio disastro sociale non aiuta a individuare le responsabilità del peggioramento della qualità della vita di milioni di persone» [2].

Le condizioni socio-economiche della popolazione insieme al tema dell’autonomia/secessione e a quello della corruzione che ha colpito in particolare il Partito popolare (PP) e che resta ancora ben presente nella mente dei cittadini dovrebbero essere i problemi oggetto dei programmi delle formazioni politiche alle prossime elezioni per far cambiare marcia al paese.
Olaf Bernárdez Cabello, professore e vicedirettore della Cattedra UNESCO di Scienza Politica sostiene che «la Spagna, in questo momento, si trovi in una seconda transizione. Siamo ancora nel momento di poterla fare. Con la crisi economica, istituzionale e politica siamo arrivati a una situazione in cui sono necessari dei cambiamenti: qualcuno a livello europeo, soprattutto a livello economico e sull’applicazione di determinate direttive che non sono molto positive per la Spagna, e altre a livello nazionale, come la legge elettorale, una maggiore vicinanza fra partiti e cittadini, la riorganizzazione interna dei partiti sul tema delle liste aperte. Questa democrazia ha bisogno di riorganizzarsi» [3].

Queste elezioni vengono da lontano e si portano dietro una crisi politica che dura da dicembre scorso quando si svolsero le precedenti senza però dare un vincitore. Come prevedeva la Costituzione, dopo gli inutili tentativi fatti per trovare, a turno, un accordo di coalizione e governare il re di Spagna Felipe VI ha firmato il decreto per lo scioglimento del Parlamento e stabilito per il 26 giugno la data delle consultazioni.
Un grosso elemento di novità e che ha agitato le acque nel mondo politico spagnolo è stato l’accordo tra Podemos di Pablo iglesias e Izquierda unida di Alberto Garzon dopo aver superato l’ultimo ostaolo sulla questione delle liste.
Il Partito socialista (Psoe) intanto con il suo leader Pedro Sánchez prova a mantenere le distanze dalla nuova coalizione, ma rischia seriamente di arrivare terzo e lo stesso Sánchez che potrebbe essere messo alla porta dagli uomini potenti del partito.
Salvo risultati eccezionali che al momento nessun sondaggio prevede, Pablo Iglesias potrebbe andare al governo solo facendo un accordo con Sánchez indebolito, ma comunque chiaramente contrario al PP. Poi bisognerà vedere quanto concretamente riusciranno a stare insieme nell’opposizione alle politiche di austerità di Bruxelles. Va anche precisato che le divergenze ci sono sul referendum di autodeterminazione catalano che Podemos e Iu hanno garantito mentre i socialisti sono contrari.
Quelli più vicini al rispetto delle linee europee sono innanzitutto il PP e la formazione Ciudadanos, il partito catalano nato nel 2006 e con posizioni moderate. È possibile che crescano tutti e due e questa volta, non essendoci terze elezioni disponibili, finiscano con il governare. Il limite più rilevante per questa potenziale coalizione è proprio il premier uscente fortemente criticato da Ciudadanos per gli scandali che hanno coinvolto il PP e per il non aver eliminato la corruzione dal partito.  Il motivo di una possibile crescita, nonostante i disastri del suo governo ce lo spiega ancora il professor Olaf Bernárdez Cabello quando dice che «il partito che meno ha agito in questo periodo è stato il PP ma, nonostante tutti i casi di corruzione, credo che sarà la formazione più votata. Sono quelli che offrono una sensazione di stabilità nonostante non l’abbiano creata o non sia reale. La gente in questi casi vota ciò che già conosce e quello che gli può dare più sicurezza, ossia l’istituzionalizzazione del potere che in questo caso viene rappresentata dal PP» [4].
Pasquale Esposito

[1] Un approfondimento sui temi del precariato e delle tipologie di lavoro lo si può trovare in Silvia Favasuli, “Spagna, quando essere giovani è una disgrazia”, http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/17/spagna-quando-essere-giovani-e-una-disgrazia/29280/, 17 febbraio 2016
[2] Massimo Serafini, Marina Turi,“Socialisti, tra austerità e spinta al cambiamento”, http://ilmanifesto.info/socialisti-tra-austerita-e-spinta-al-cambiamento/, 12 maggio 2015
[3] Paola Giura, “Spagna, le necessità di un Paese senza governo”, http://www.lindro.it/spagna-le-necessita-un-paese-senza-governo/, 23 maggio 2016
[4] Paola Giura, ibidem

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