Spagna, elezioni 2016. La Brexit avrà il suo peso?

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Sulle elezioni spagnole di domani le analisi si sono concentrate sul tema delle alleanze per capire se si riuscirà a formare un governo dopo sei mesi di trattative, veti, scontri tra i partiti. In queste ore evidentemente dopo la vittoria del Leave al referendum sulla Brexit si aggiungono le valutazioni su quanto influirà questo voto epocale sulle elezioni in Spagna, in un paese che da decenni affronta il tema dell’unità dello Stato.
Allo scadere della campagna elettorale ne hanno subito approfittato, in particolare PP, Psoe e Ciudadanos con i loro leader che hanno cercato di far leva sulle paure che suscita l’uscita del Regno Unito suscita, alimentata dai media, e facendo appelli contro il “populismo”. Rajoy ha anche provato a rassicurare gli imprenditori spagnoli che lavorano con i britannici che tra l’altro detengono il 21% delle proprietà immobiliari.
La portavoce di Izquierda Unida (alleato di Podemos in queste elezioni) al parlamento europeo Marina Albiol ha spiegato che «la Brexit è “il frutto di politiche economiche austericide dettate da Bruxelles e Berlino” e ha fatto un appello per “costruire un nuovo modello d’integrazione che metta le classi popolari al centro delle decisioni”. “Una delle componenti che hanno motivato il Brexit è il modello neoliberale della Ue. Però la soluzione non è un’uscita unilaterale in chiave nazionalista che alimenta la xenofobia”» [1].

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Manifesti della campagna elettorale. Foto Pablo Fernández

 

 

 

 

 

Mariano Rajoy (Partito Popolare – PP), Pedro Sánchez (Partito Socialista – Psoe), Pablo Iglesias (Podemos) e Albert Rivera (Ciudadanos) dopo mesi di inutili tentativi per formare un nuovo governo che hanno fatto dire a Felipe González, presidente del governo tra il 1982 e il 1996, «un Parlamento all’italiana, senza italiani in grado di gestirlo» [2]. Di fatto il tempo del bipolarismo è finito e non siamo più ai tempi immediatamente successivi al franchismo quando, necessitando la fuoriuscita dalla dittatura, il compromesso era una soluzione che si poteva accettare.

Più o meno sembra che tutto lascia prevedere un’altra situazione di stallo con l’eccezione del sorpasso di Unidos Podemos, la coalizione Podemos e Izquierda Unida, ai danni del partito socialista ma senza poter immaginare un forza politica preponderante capace di dare una svolta.
Nonostante gli scandali sulla corruzione del suo partito e quello scaturito dalle intercettazioni telefoniche che vedono il ministro dell’interno Jorge Fernández Díaz provare a convincere l’autorità anticorruzione a mettere sotto inchiesta alcuni politici rivali, il Partito popolare dovrebbe essere ancora il primo partito con un 30%, al secondo posto Unidos Podemos intorno al 25% (ma per il particolare meccanismo di assegnazione dei seggi potrebbe avere una forza unguale al Psoe), il partito socialista con circa il 22% e Ciudadanos con circa il 15%.
«Tutti cercano di sedurre il partito socialista. Il PP gli propone una grande coalizione, Unidos Podemos un governo progressista, Ciudadanos un governo riformista. Tutti lo vogliono, ma il Psoe si nega. […]. Tutto lascia pensare che anche questa volta eviterà di governare con Podemos. Per due motivi. Sa, come tutti coloro che hanno letto i documenti pubblici di Podemos in questi anni, che il suo principale obiettivo è sostituire il Psoe […]. Ma il motivo più importante è il secondo. Come tutti i partiti socialisti europei, la funzione del Psoe è quella di fare da garante, presso Ue e poteri economico-finanziari, delle politiche neoliberiste e di austerità» [3].

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Campagna elettorale. Foto Maurizio Stanziano

E pur non essendo un partito rivoluzionario Podemos ha molte strade sbarrate. Come spiega Joan Subirats, professore esperto di governance e politiche pubbliche all’Università Autonoma de Barcellona «le forze economiche contrasterebbero un tentativo di formare un governo guidato da Iglesias. Lo si vede già dalle campagne dei giornali principali, tutti molto legati al sistema finanziario. Anche El País, che è anti Pp è preoccupato di salvare il sistema e appoggia apertamente i socialisti e Ciudadanos attaccando continuamente a Podemos» [4].
E ancora non va dimenticato che  chi riuscirà a governare dopo queste elezioni dovrà trovare il modo di uscire da un’onerosissima alternativa: tagliare otto miliardi di euro di spesa pubblica chiesti dalla Commissione europea, oppure pagare le sanzioni di Bruxelles per non aver rispettato le condizioni. E così, come titola un suo articolo Alberto Battaglia “Il paese non sfuggirà all’austerity” [5].
Forse la Commissione dopo la Brexit sarà più malleabile? O proprio per evitare ulteriori spinte verso comportamenti non adeguati si irrigidirà senza fare sconti come con la Grecia perché il nuovo governo non è sulla stessa lunghezza d’onda delle politiche neoliberiste?
Pasquale Esposito

[1] Luca Tancredi Barone, “E negli ultimi appelli fa irruzione la Brexit”, http://ilmanifesto.info/e-negli-ultimi-appelli-fa-irruzione-la-brexit/, 25 giugno 2016
[2] Il paragone con l’Italia è stato fatto in un’intervista concessa ad Antonio Caño, direttore del quotidiano El País, Fernanda Pesce Blazquez, “La Spagna senza bipartitismo si scopre italiana”, http://espresso.repubblica.it/internazionale/2016/02/15/news/la-spagna-senza-bipartitismo-si-scopre-italiana-1.250486, 15 febbraio 2016
[3] Loris Caruso, “Il populismo come forma di tecnologia comunicativa”, http://ilmanifesto.info/il-populismo-come-forma-di-tecnologia-comunicativa/, 22 giugno 2016
[4] Guiomar Parada, “La Spagna in transizione. Intervista a Joan Subirats.”, https://web.archive.org/web/20160625210438/http://www.eastonline.eu:80/it/opinioni/european-crossroads/la-spagna-in-transizione-intervista-a-joan-subirats, 23 Giugno 2016
[5] Alberto Battaglia, “Elezioni Spagna: destino segnato. Il paese non sfuggirà all’austerity”, http://www.wallstreetitalia.com/elezioni-spagna-destino-segnato-il-paese-non-sfuggira-allausterity/, 20 giugno 2016

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