Spettri, un dramma familiare di Henrik Ibsen

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L’approccio a un testo di Ibsen è sempre piuttosto complicato, vista la densità dei contenuti dei suoi lavori e la diffidenza con la quale parte del pubblico italiano si rapporta con i suoi testi.
In particolare “Spettri”, scritto nel 1881 fra Roma e Sorrento, incontrò all’epoca l’opposizione della società norvegese, tanto che la prima rappresentazione avvenne a Chicago l’anno dopo e nel 1883 in Svezia, poiché il lavoro era considerato troppo critico nei confronti della borghesia di quel paese.
Il testo, organizzato su tre atti, classificato come dramma borghese, si inserisce nella seconda fase della drammaturgia di Ibsen, dove l’individuo è schiacciato dagli obblighi borghesi e non sembra avere alcuna possibilità di uscita.

Giovedì 20 Febbraio è stato possibile assistere alla Prima Nazionale di questo testo, per la regia di Walter Pagliaro. Devo effettivamente complimentarmi con il regista e gli attori e le attrici che hanno partecipato a questa interpretazione, anzitutto per la capacità di rimanere filologicamente vicini al significato del testo, senza riempirlo troppo di contenuti contemporanei, vezzo di alcuni autori che piegano un po’ troppo alle loro tesi dei testi che nascono con altri intenti.
In questo caso invece, lo spettacolo, che mostra una propria coerenza interna e una certa compattezza di rappresentazione, realizza egregiamente il proprio dovere, permettendo di entrare nel mondo che Ibsen voleva rappresentare.
La sobrietà della scenografia, in questo senso è coerente con la sobrietà della mise-en-scène. Premetto che generalmente preferisco le scenografie meno sontuose e magari appena accennate, perché permettono la liberazione della fantasia dello spettatore. In questo caso inoltre, buona parte dello spettacolo avviene in platea, molto vicino al pubblico, dove la prima fila è quasi a contatto con gli attori. Ciò avviene poiché le prime tre file di poltrone sono state coperte, diventando anche esse elemento scenografico.
Questa necessità di ridurre lo spazio scenico, ha forse una valenza simbolica: le vite che ci vengono mostrate nello spettacolo, sono poi così lontane dalle nostre? Gli spettri che vediamo rappresentati nello spettacolo, non sono forse anche quelli che tormentano noi?

Il testo originale, strutturato su tre atti, in questo caso è divenuto un unico spettacolo la cui durata complessiva e di circa 130 minuti. Vengono comunque mantenute nella struttura della rappresentazione, due brevi pause di qualche secondo che stanno ad indicare i momenti dove l’autore aveva previsto l’inizio del secondo e del terzo atto. Ciò aiuta lo spettatore a comprendere quale fosse il ritmo che l’autore volesse dare al lavoro. La lunghezza dello spettacolo preoccupa un po’, ma effettivamente tale scelta, che inizialmente ritenevo piuttosto discutibile, in realtà si dimostra essere una buona intuizione. Il concetto di compattezza, citato precedentemente, fa riferimento a tale opzione. La necessità di non prevedere pause serve da una parte a mantenere la concentrazione degli attori, che affrontano un testo molto complesso, e dall’altra, soprattutto a mantenere la concentrazione del pubblico. Tra una pausa e l’altra si sciama fuori dalla sala e quando si riprende, parte del pubblico ha perso l’attenzione.
Personalmente, ho gradito molto la possibilità di poter vedere tutto il lavoro senza interruzioni, perché lo ha reso più compatto e lineare, consentendo di mantenere costante la concentrazione necessaria ad assistere a un testo così importante. Certo, per coloro deboli di vescica, come chi scrive, il rischio di doversi alzare per risolvere problemi non procrastinabili, potrebbe divenire elemento di disturbo, ma è un rischio che va corso.

Questo testo, da sempre è occasione per far confrontare attori più navigati con altri più giovani, e va riconosciuto che il livello di recitazione complessivo di tutti si è dimostrato essere molto alto.

Anzitutto va effettuato un riconoscimento generale alla dizione degli attori. La battute erano chiare e comprensibili, con particolare attenzione allo spessore emotivo delle parole. Ciò è indice di attenzione e di rispetto verso il testo e il pubblico, in contrasto alla sciatteria che alle volte si incontra in alcuni spettacoli.

Particolarmente degne di nota, le interpretazioni di Micaela Esdra nella parte della signora Alving e di Giorgio Crisafi nella parte del Pastore Mendes. Micaela Esdra ha mostrato grande capacità espressiva e interpretativa, manifestando estrema consapevolezza del proprio personaggio. Giorgio Crisafi è meno appariscente, ma attraverso una recitazione dimessa in perfetta sintonia con il corpo anche esso prodigo di gesti, ha dipinto un pastore protestante come ci si immagina fosse nell’Ottocento. Esdra ha recitato per accumulazione, mentre Crisafi ha recitato per sottrazione. Altrettanto valide le presenze sul palco degli altri tre interpreti: Fabrizio Amicucci che esprime un ambiguo e piuttosto antipatico falegname Engstrand, rivelandoci un personaggio viscido, ma portatore anche esso di una certa sofferenza. Dalila Reas nella parte di Regine è capace di dare volto, letteralmente, ad una serie di sentimenti contrastanti, dai quali sembra essere travolta. Igor Mattei infine nella parte di Osvald, rappresenta un figlio piegato dal passato dei suoi genitori, con una recitazione nervosa e molto fisica. Che però, in alcuni momenti, ha perso la dizione.

Verso il finale, gli attori hanno un po’ perso la voce, cosa del tutto comprensibile, visto il grande impegno fisico e di concentrazione necessario per realizzare questo spettacolo. In fondo un piccolo peccato veniale per un lavoro che mi sentirei di suggerire, anche per la sua valenza filologica, a chi volesse approcciare per la prima volta alle tematiche complesse di questo grande drammaturgo norvegese.

Francesco Castracane

Teatro Palladium – Roma
dal 20 al 23 febbraio

Spettri, un dramma familiare
di Henrik Ibsen
traduzione di Franco Perrelli
regia di Walter Pagliaro
con Micaela Esdra (Signora Helene Alving), Giorgio Crisafi (Pastore Manders), Igor Mattei (Osvald Alving), Fabrizio Amicucci (Falegname Engstrand), Dalila Reas (Regine)
assistente alla regia Ilario Grieco
scene e costumi Luigi Perego
costumi Sartoria Farani
assistente alla scenografia Luca Filaci
relazioni con il pubblico Pinalba Dipietro
fotografo di scena Mattia Simoncelli

 

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