La civiltà ittita attraverso spezie, aromi, profumi e le parole che li descrivevano

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Quando parliamo di popoli antichi siamo abituati a pensare alle guerre che hanno condotto, alle conquiste, ai reperti che ci sono giunti a testimoniare la grandezza della loro civiltà. Raramente ci soffermiamo a pensare che dietro tutto questo c’era gente comune: esseri umani che conducevano una vita normale, in parte diversa dalla nostra per ovvie ragioni, ma in parte molto simile a quella attuale. Gli antichi mangiavano, dormivano, lavoravano, si divertivano, litigavano, avevano problemi di salute, etc. e trascorrevano buona parte della loro giornata dedicandosi a queste incombenze.

La loro conoscenza delle piante e dei vegetali era molto approfondita, perché essi erano usati non solo alimenti per la dieta quotidiana, ma anche per scopi terapeutici e catartici.

La civiltà ittita si sviluppò tra il 1650 e il 1180 a.C., archeologicamente parlando nell’età del Tardo Bronzo, nell’attuale Turchia, precisamente in quella che sarà l’Anatolia classica. La loro capitale, Hattusa, era una grande città, uno dei centri più grandi dell’epoca, le cui vestigia possono ancora ammirarsi nei pressi dell’odierna Boghazköy, a circa 170 km. ad Est di Ankara.

Gli Ittiti erano un popolo di origine indo-europea, parlavano infatti una lingua appartenete alla famiglia delle lingue indo-europee, ma fecero propri usi e costumi, religione e, in parte, anche espedienti linguistici, propri delle popolazioni con cui entrarono in contatto. La grande quantità di testi che ci hanno lasciato, scritti principalmente su tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi, ci racconta della loro vita e della loro storia. La ‘letteratura’ ittita è costituita da miti, leggende, trattati politici, rituali di magia, testi medici, preghiere, vocabolari e lessici, e, in minima parte, testi economici.

I vegetali nella documentazione ittita

La mole di informazioni che si ricava dalla loro lettura delle tavolette ci illumina su molti aspetti della loro civiltà e, in parte, anche della vita quotidiana. Tra queste, possono ricavarsi anche utili informazioni relative all’uso dei vegetali.

Uno dei principali interessi di tutti gli esseri viventi, anche per ragioni di mera sussistenza, è il mangiare. Ci si nutre per ragioni di sopravvivenza, ma si mangia per piacere, per godere del cibo. Esattamente come noi oggi, anche gli Ittiti apprezzavano la buona cucina, il cibo ben preparato, gustoso, arricchito dai sapori particolari delle spezie e degli aromi.

La tipologia di testi da cui si possono ricavare notizie sull’uso dei vegetali e sulle proprietà ad essi attribuite sono innanzitutto i rituali magici, che non di rado erano eseguiti anche a fini terapeutici.

Non è possibile individuare una netta distinzione tra “spezie” ed “aromi“: dalla documentazione non risultano esserci due termini distinti. L’unica parola che conosciamo in relazione al piacere derivante dall’uso dei vegetali è sanezzi- traducibile come “gustoso, dolce, fragrante” e, in senso più ampio, anche “aromatico, profumato, odoroso”, sia in riferimento alle proprietà gustative che olfattive. Esso è infatti in relazione sia ad alimenti, come il formaggio, il cibo in generale, che ad olî profumati o a sostanze che emanano odore.

La distinzione tra spezie ed aromi è anche oggi molto controversa, pertanto il termine ‘spezia’ sarà qui riferito a vegetali o parti di essi (corteccia, germogli, stigmi, semi, ecc.) usati nella forma secca e che generalmente, ma non necessariamente, provengono da paesi tropicali, ma anche caldi e assolati, come per esempio in Paesi Mediterranei. Come tali saranno indicati qui, per esempio, la cannella, la noce moscata, la paprica, il piper nigrum (dal quale si ricavano vari tipi di pepe), il sesamo, lo zenzero, il cardamomo, il cartamo, i chiodi di garofano, la curcuma.

I termini ‘aromi’, ‘odori’ o ‘erbe/piante aromatiche’ saranno qui riferiti a vegetali di piccola taglia, spesso erbacei, con particolare riferimento alle loro foglie e ai loro steli, spesso coltivati negli orti domestici, ma reperibili anche allo stato selvatico. Erbe aromatiche possono essere ritenute: l’alloro, il basilico, il crescione, il dragoncello, l’erba cipollina, la maggiorana, la melissa, la menta, l’origano, l’ortica, il prezzemolo, il rosmarino, la salvia.

scrittura ittita
Rappresentazione di scrittura cuneiforme su una tavoletta ittita. Fonte Wikipedia

Dalla lettura delle tavolette, si deduce che gli Ittiti non avessero delle piante preferite per gli usi a cui abbiamo accennato, piuttosto si può dire che riuscivano a trarre il meglio, sia in termini di proprietà terapeutiche che gustative, dalla maggior parte dei vegetali commestibili e non che crescevano nei loro campi.

Molte delle spezie che sono state individuate nei testi sono usate comunemente anche oggi: il cumino bianco (in ittita harkis kappanis letteralmente “bianco cumino”, corrispondente al sumerico ÚGAMUN.BABBAR) e il cumino nero, detto anche nigella, (dandukuis kappanis letteralmente “nero cumino”, corrispondente al sumerico ÚGAMUN.GE6), il sesamo (sapsama-, sumerogramma ŠE.GIŠ.Ì), da  cui si ricavava anche l’olio, l’aneto (tiyati-). Tra le spezie usate nella forma di semi essiccati, sono menzionati il coriandolo (tarpatarpa(SAR)-, sumerogramma  ŠE.LÚSAR), il fieno greco (tiwatis, nome sumerico ÚSULLIM), il ginepro (la pianta: GIŠtaprinni-), l’assafetida (NU.LUH.HASAR). Probabilmente erano comuni anche lo zafferano e il cartamo.

Tra gli aromi, sono stati individuati l’aglio, in cui nome ittita probabilmente era *washarSAR,  (sumerogramma ŠUM.ŠEŠSAR, accadogramma (H)AZANNU), la cipolla (suppiwasharSAR) e particolari tipi di cipolle o, in genere, bulbacee (sumerogramma ZA.HA.TIN, accadogramma IZIZZU), il porro (TÚL.LÁ.GA.RAŠSAR, KAR.ŠUM abbreviato GAR.AŠ(SAR), sumerogramma TÚL.LÁ KAR.ŠUM, accadogramma BISRU), forse il basilico (hassusara), il finocchio (accadogramma SARANNA), il crescione (marashanhas sumerogramma ZA.ÀH.LI, accadogramma SAMIDU), la menta (accadogramma URNUM), il crescione d’acqua (naru-(SAR), dal termine accadico NĀRUSAR), la melissa (accadogramma ÚARGANNA), l’ortica (lappina(SAR)-), la maggiorana (o issopo) (sumerogramma GIŠZUPA), la ruchetta (gakkūsa-), il porro (sumerogramma TÚL.LA/KAR.ŠUM).

Questi fitonimi sono solo quelli di cui, ad oggi, si ritiene di aver trovato una identificazione. Uno dei principali problemi relativi allo studio dei vegetali, infatti, riguarda la difficoltà di identificarli e di associarli a specie vegetali a noi note.

Molti termini sono preceduti o seguiti da piccole parole poste in apice: questi sono i determinativi. Sulla scia della lingua sumerica e poi accadica, anche la lingua ittita classifica i nomi ricorrendo a delle ‘etichette’ che mettevano in guardia il lettore (antico, ma anche moderno). I determinativi guidavano nella lettura, poiché suggerivano a quale classe del reale il nome apparteneva: se il termine indicava una professione, o un nome proprio, maschile o femminile, o ancora una città, oppure un oggetto di legno, o di rame, etc. I determinativi usati per i fitonimi erano i termini sumerici (o sumerogrammi) GIŠ, Ú, SAR. Il determinativo GIŠ è sempre preposto al nome che determina, mentre SAR è sempre posposto; Ú, invece, generalmente precede il nome e solo in qualche caso lo segue. Nella traslitterazione  dal cuneiforme alle lettere, con cui presentiamo i testi, i determinativi vengono comunemente posti in apice, prima o dopo la parola.

I determinativi sono parole sumeriche e accadiche (o accadogrammi) che, oltre ad essere usati come classificatori (determinativi, appunto) hanno significati loro propri nelle rispettive lingue. Questi significati sono mantenuti anche in ittita quando sono usati come termini e non come determinativi. GIŠ in sumerico significa “legno”, e come tale è usato anche in ittita; il suo equivalente, se vogliamo la sua traduzione, in ittita, è taru-. Quando è usato come determinativo, precede nomi indicanti vegetali apparentemente secchi, con parti legnose e corteccia, come gli alberi e gli arbusti: GIŠeya-“quercia”, GIŠERIN (ittita eripi-) “cedro”, GIŠkarpina- “pero”, GIŠtaprinni- “ginepro”, GIŠŠEM.ŠEŠ “mirra”, GIŠZUPA “maggiorana”. Anche alcuni nomi di frutti sono determinati da GIŠ, probabilmente per il loro aspetto esteriore. Si tratta, infatti, di frutti essiccati come l’uva passa, di cui conosciamo il solo termine sumerico GIŠGEŠTIN HÁD.DU.A, o le olive, probabilmente secche, anche queste conosciute con i nomi sumerici e accadici GIŠSERDU / ZERTUM. Essendo essiccati, essi apparivano con una parte esterna rugosa, simile ad una corteccia (legnosa) di albero.

Tra le sostanze odorose era usato l’incenso, probabile nome accadico GANAKTI, come risulta da un testo scolastico in lingua babilonese ritrovato a Hattusa che riporta una ricetta terapeutica per sconfiggere la malinconia. In questo documento sono elencate una serie di piante e semi utili per la preparazione di pozioni e medicamenti, tra cui GIŠNUMUN GANAKTI “semi di legno di incenso”. Come si può osservare, il termine composto da NUMUN “seme” in sumerico e GANAKTI “incenso” in accadico, è preceduto dal determinativo GIŠ.

L’altro determinativo spesso ricorrente a designare fitonimi è Ú. Il sumerogramma Ú di per sé significa “erba” e corrisponde all’ittita kikla-, welku(want)-, (GIŠ)happuriya-. Come determinativo, esso caratterizza piante verdi erbacee di piccole dimensioni. I fitonimi preceduti da Ú sono piuttosto pochi, e ancor di minor numero sono quelli per cui è possibile trovare un’ identificazione: Úarnitassi-, Úharaziya-, Úsuwaritassi-, Úpakkisitti-, Úkubbi-, Úharki– “erba bianca”.

Il terzo determinativo, SAR, è sempre posposto al nome. Esso sembra riferirsi a piante verdi prive di componenti legnose, ma tranne ciò, resta incerto quale sia il motivo per cui alcuni fitonimi sono determinati da SAR e quali da Ú. Secondo alcuni studiosi, SAR determina piante da giardino o da orto, anche ornamentali, talora infatti queste possono avere delle infiorescenze. Alcuni nomi di piante determinati da SAR sono: ankis(SAR)– forse “erba serpentina” o simili che può avere infiorescenza, Ú.KUR.RASAR “menta” e lappina(SAR)– “ortica”. Questo termine probabilmente deriva dal verbo lap– “ardere”, quindi lappina- sarebbe da intendere come “erba urticante, che brucia”, con lo stesso processo etimologico del latino urtica da uro “brucio”. Il determinativo SAR caratterizza anche delle bulbacee: GA.RAŠSAR “porro”, suppiwasharSAR “cipolla”, ŠUM.ŠEŠSAR/(H)AZANNU “aglio”. L’aglio, oltre che uso in cucina, è spesso usato anche come medicinale, insieme al cumino sia bianco che nero.

Un fitonimo determinato da SAR è naru(SAR)-. Dal momento che questo termine può essere associato al termine accadico NĀRU “fiume”, esso potrebbe essere identificato con il crescione d’acqua. Questa pianta è erbacea e perenne, ha il fusto ramificato e cresce nei luoghi umidi con acqua corrente e presso sorgenti. Le sue foglie si mangiano crude e fresche, in insalata, e sono usate anche per insapori altri vegetali. Secondo altre ipotesi, tuttavia, naru(SAR)– potrebbe corrispondere ad “aneto /pianta fiume”, in stretta  associazione a NĀRU “fiume”.

I determinativi dei fitonimi non sono sempre stabili: in alcuni casi si alternano, probabilmente in relazione alla parte della pianta a cui ci si riferiva. È questo probabilmente il motivo per cui il termine (GIŠ)ippi(y)a(Ú) “vite” può essere preceduto da GIŠ, probabilmente quando ci si vuole riferire alla parte legnosa della pianta, o seguito da Ú, in relazione alle fronde e alle parti verdi.

Alcuni fitonimi relativi a piante aromatiche e a spezie non hanno alcuna determinazione, tra questi vi sono kappani- “cumino”, tiyati- “aneto”. In questi casi probabilmente si allude non alla pianta nel suo complesso, ma solo alla parte usata come aromatizzante, nel caso specifico i semi.

L’individuazione dei vegetali e delle spezie

L’individuazione di vegetali e spezie è un lavoro estremamente complesso. Un esempio di ciò è dato dal termine accadico ÚuzzipirĀtum e da termini ritenuti ad esso simili o ad esso associati, quali: azupiru(m), azupirĀnu, azupirĀnitu, azukirĀnu. Per questi fitonimi è stata proposta la traduzione “(tipo di) zafferano” ma anche genericamente “pianta medicinale”. Un altro esempio di fitonimo di controversa individuazione è kunkuma(ti)SAR-, per cui si sono proposte le traduzioni di “cocomero” o “cetriolo?”.

L’identificazione dei fitonimi nei testi ittiti è condotta seguendo due linee metodologiche: il confronto (con i termini accadici o sumerici già noti o con altre lingue) e lo studio etimologico-comparativistico. Nel primo caso, si può avere la fortuna di individuare il termine ittita in una lista lessicale, cioè in una sorta di vocabolario multilingue, con accanto il corrispondente lemma già noto in accadico o sumerico. Sempre in questo ambito di ricerca, si può trovare la parola replicata da un termine accadico o sumerico già conosciuto in una copia o un testo parallelo o un passo parallelo all’interno di uno stesso testo. Nel secondo caso, si procede confrontando il termine ittita con lemmi di altre lingue antiche sia indo-europee che non.  Ricorrendo a questo tipo di ricerca, è stato possibile individuare il termine kappani- “cumino”. É questa una parola riconoscibile come una “culture word”, cioè è un lemma che ritorna simile in più lingue e più culture. Il termine ittita è infatti associato in una lista lessicale all’accadico ÚGAMUN, a sua volta   paragonabile al termine semitico orientale (accadico e assiro) KAMŪNU, ugaritico kmn, ebraico kammōn, ma anche al miceneo kumino, greco kúminon, fenicio chaman, nonché al turco kimyon, inglese cumin, russo e polacco kimn, ceco kmin, alto tedesco kumîn, e direi anche all’italiano cumino.

Un altro fitonimo simile è sapsama-  la cui traduzione “sesamo” o  “seme di lino” è ancora in discussione, anche se sono sempre più gli studiosi che propendono per la prima identificazione. Nei testi ittiti sapsama– corrisponde all’accadico ŠAMŠAMMU a sua volta associato al sumerico ŠE.GIŠ.Ì. Il fatto che sia usato anche cosparso su alcuni pani ci induce a ritenere che sia identificabile proprio con il sesamo.  Vi sono alcune corrispondenze lessicali anche in altre lingue: hurrita šumīšumi, ugaritico ššmn, miceneo sasama.

Talora, tuttavia, i vegetali sono identificati seguendo l’intuizione logica, come nel caso di hassussara-. Questo termine, di per sé, fuori dal lessico specifico riguardante i fitonimi, significa “regina”. Come fitonimo è stato supposto identifichi il basilico in base al confronto con il termine derivato dal greco basilikós che rimanda alla parola per re. Un altro esempio lo si è visto per “ortica”, lappina(SAR)-.  Questa associazione è ulteriormente favorita anche da un testo noto come “Kubaba e la Foresta dei Cedri” in cui lappina-  indica una pianta che può essere di ostacolo a chi vi si imbatte: «egli copre le montagne con le foreste. [ le … ] sono piantate con le ortiche (lappinit). [ .. (così che) un mortale [non può (?)] andarvi sopra».

Un termine derivato dalla stessa radice è GIŠlappiya- “brace (?)” o “legno resinoso (?)”, cioè materiale legnoso che brucia facilmente. Anche per il già considerato naru(SAR)– “crescione d’acqua” o “aneto” abbiamo visto come l’identificazione avvenga per l’accostamento all’accadico NĀRU “fiume”.

Le parti delle piante

A seconda dell’uso, gli Ittiti utilizzavano tutte le parti delle piante: foglie corteccia, le radici, i semi. Dai testi è stato possibile individuare la terminologia specifica relativa alle varie parti delle piante. La parola più comune per indicare il fogliame, e in genere per le parti verdi che ricoprono il fusto o il gambo, è (GIŠ)lah(h)u(wa)rnuzi-, che possiamo tradurre con “fronde”, un sinonimo potrebbe essere considerato (GIŠ)parsdu-; la singola la foglia è detta hurpasta(n)-. Questo stesso termine è usato anche in riferimento alla buccia della cipolla (suppiwashar), formata di fatto da foglie sovrapposte.

La parola per albero e qualunque altro vegetale che presenti un fusto legnoso è taru-, parente del greco dóru. Questo termine è riferito al tronco, poiché il ramo propriamente detto è  alkista(n)-, che indica anche il tralcio legnoso della vite.   Il “germoglio, pollone” è GIŠtarsa-. Il termine per radice è surki-, che ricorda il  latino surus “ramoscello”;  il bulbo o tubero è gapanu– o  gapnuessar-, derivato dall’accadico GAPNU.

Relativamente ai fiori, conosciamo il nome generico alil- “fiore”, associabile al greco greco leírion e al  latino lilium. Lo stelo del fiore era chiamato hapusa(s)- e i petali sono detti (GIŠ)parsdu-, termine che, come già visto, indicava probabilmente anche il fogliame verde.

Tutte queste parti erano usate in relazione all’uso per loro più consono. Forse la corteccia, le parti legnose, le foglie secche, ma anche i semi, erano bruciati per fumigazioni, infatti ricorrono con verbi come samesanu- “bruciare, consumare riducendo in fumo; semesiya- “bruciare qualcosa per fumigazioni”, o anche poste in una sorta di incensiere detto huprushi- e bruciate a fini catartici. I semi potevano anche essere tostati o bruciati come si deduce dalla loro menzione con i verbi zanu- “tostare” e warnu- “bruciare”.

Con i vegetali si facevano anche dei fumenti mescolando parti di piante con acqua bollente e aspirandone i vapori. É per noi singolare osservare che tra le sostanze bruciate come aromi siano annoverate anche il miele e il sale. Evidentemente il principio alla base degli elenchi nei testi era l’associazione di ciò che modifica il sapore del cibo, indipendentemente dalla natura della sostanza. In quest’ottica, il sale poteva entrare a buon diritto in un elenco di sostanze vegetali.

Con le parti più dure, come la corteccia, lo stelo, le radici, si preparavano tisane, tramite bollitura (zanu- “bollire”), talora frantumate fino a ridurle in polvere (pussai- “pestare”, kinai- “frantumare, polverizzare”) o anche solo pestate e spezzettate (arha duwarnai– “spezzare”, iskalla- “pestare, spezzettare”).

Era consuetudine utilizzare anche delle miscele dette sanezzi kinanta. I vegetali che si prestavano a questo uso erano molto aromatici e odorosi: il ginepro (GIŠtaprinni-), il cedro (GIŠERIN, itt. eripi-), la quercia (GIŠeya-) e altre piante non ancora identificate, come la “canna dolce” (GI.DÙG.GA), e ancora GIŠparnulli-, GIŠhappuriya-, GIŠšahi(š)-.

Gli olî e i loro usi

Come abbiamo accennato in precedenza, l’aggettivo sanezzi- può corrispondere a “gustoso” in relazione al gusto, ma anche “fragrante”, in relazione all’olfatto. Questo aggettivo ricorre con il termine warsula– “odore”. In un testo sanezzis warsulas è riferito ad una miscela di olio e di cedro, che dunque doveva avere un odore ritenuto piacevole. Con questo aggettivo è denotato anche il profumo emanato dalla combustione miscela di più sostanze legnose, ritenute aromatiche: la canna dolce (GIŠsahi-), GIŠhappuriya- e GIŠparnulli-.

Il termine generico per olio è sagan, corrispondente al sumerico Ì, che indica sia grasso animale che olî vegetali; in modo più specifico, Ì.GIŠ indica solo gli olî ricavati da alberi. Ungersi con oli profumati era consuetudine per attendere a cerimonie religiose o pratiche rituali, o per celebrazioni particolarmente importanti, come l’ascesa al trono di un sovrano, ma anche per fini catartici e terapeutici.

Gli olî vegetali usati erano diversi: l’olio di oliva (GIŠSE20ERDUM), l’olio di sesamo (Ì šapšama-, corrispondente al sumerico GIŠŠE.GIŠ.Ì e all’accadico Ì ŠAMŠAMMI), l’olio o la resina di cipresso o di ginepro (GIŠŠU.ÚR.MIN) usato a scopi terapeutici.

Il loro costo variava anche in base alla qualità: quello definito “olio fine”, Ì.DÙG.GA, aveva un costo pari al doppio  se paragonato ad altri olî. Questo, mescolato con olio di cedro, miele e sesamo, per aumentarne l’odore e le proprietà purificatrici, era detto Ì.DÙG.GA LUGAL-UTTI “olio fine della regalità” ed era tra i doni inviati ai sovrani di paesi stranieri ritenuti amici che si apprestavano a salire al trono per la cerimonia dell’intronizzazione. L’olio fine era usato anche nei rituali funerari: dopo l’incinerazione, le ossa del defunto erano ripulite e deposte in un recipiente pieno di olio fine, da cui poi erano prese, asciugate e avvolte in panni di lino.

Il suo uso cosmetico è documentato in una narrazione mitologica, il Mito di Heddammu, in cui la bella dea Ishtar cerca di sedurre il mostro Heddammu e per questo scopo si fa un bagno, si unge con olio fine e si copre di ornamenti. Un’altra testimonianza viene da una lettera, in cui un re ittita scrive alla madre di aver finito l’olio per ungersi, o ancora in un altro testo in cui un uomo dice di aver saputo da una donna in quale modo ungersi per presentarsi al cospetto delle divinità.

L’olio fine era usato anche a scopo culinario, probabilmente per pietanze particolari, a giudicare dal fatto che nella narrazione di alcuni rituali. In una attestazione è detto essere mescolato con il vino, che potrebbe essere meglio inteso come aceto.

Le spezie

Da quanto abbiamo constatato fino ad ora, se spezie che sono state individuate nei testi ittiti sono: il cumino, il sesamo, il coriandolo, il fieno greco, il ginepro, l’assafetida, l’aneto, forse lo zafferano e il cartamo.

Il cumino (kappani-), bianco e nero, e il coriandolo (tarpatarpa(SAR)-, ŠE.LÚSAR) sono elencati in liste di semi di vario genere. Il coriandolo e il fieno greco (tiwatis) erano tostati, come anche attualmente si usa.

Il sesamo era molto usato nelle preparazioni. Esso era usato per condire il pane, detto “pane al sesamo” (NINDA. ŠE.GIŠ.Ì), ma anche per pietanze dolci: sono menzionati “pane al miele di sesamo”  e “pani schiacciati, cosparsi di sesamo”.
Il sesamo nell’antichità era coltivato nelle regioni del Vicino Oriente antico, come per esempio in Mesopotamia a partire dalla seconda metà del iii millennio a.C., dove era arrivato in seguito ai contatti con la penisola indiana.  La valle dell’Indo, infatti, compare come Meluhha nei testi sumerici, e le relazioni tra le due regioni sono note fin dal iii millennio.
Dal sesamo si ricavava anche un olio detto con termine sumerico ŠE.GIŠ.Ì, corrispondente all’ accadico Ì ŠAMŠAMMI. Esso che era usato anche come sostanza catartico-rituale mescolato altri vegetali profumati, come il legno di cedro e il miele.

Il ginepro (GIŠtaprinni-)  noto agli Ittiti doveva essere quello conosciuto come Juniperus communis,  che attecchisce in habitat sassosi, necessita di poca acqua e sopporta forti escursioni termiche: tutte caratteristiche che ben si confanno all’Anatolia centrale. Anticamente questa pianta era coltivata anche in Mesopotamia. I semi di ginepro erano usati a fini terapeutici, come ci attesta un passo rituale in cui essi sono macerati nell’acqua, insieme a frammenti di minerali (lapislazzuli, cristallo, cristallo di rocca, oro, argento), forse polverizzati o solo lasciati in infusione, ed altri vegetali (grano), “canna dolce”, GIŠparnulli-, GIŠsaḫi-) e olio di cedro e di tamarisco.

L’assafetida (lat. asa foetida, sumerico NU.LUH.HASAR) in un testo è usata insieme all’aglio, a fichi, uva passa, olio e miele. Attualmente si utilizza la resina ricavata dalle sue radici che, una volta essiccata, viene ridotta in polvere. Il suo sapore è molto simile a quello dell’aglio con un retrogusto di pepe nero. Questa spezia era nota in tutto il Vicino Oriente antico, come testimoniano i testi assiri.

Rita Francia

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