L’economia dello sport e del calcio professionistico durante la pandemia

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Lo sport è uno dei pochi settori ad aver assorbito discretamente la pandemia, senza effetti devastanti, e questo, da un punto di vista economico, gli ha permesso di scalare nuove posizioni nella speciale classifica dei comparti di maggior rilevanza all’interno del Sistema Paese.

Nel 2021 in Italia si è registrato un incoraggiante recupero dei ricavi generati dallo sport attestandosi a 78,8 miliardi di euro, non comparabili, certo, con i 95,9 miliardi del 2019, ma che comunque hanno contribuito alla crescita del PIL con un lusinghiero 3% grazie anche al ritorno del pubblico alle manifestazioni sportive e alla riapertura di piscine e palestre.
Nel dettaglio possiamo dire che il comparto produttivo dell’abbigliamento sportivo ha contribuito con ricavi di poco inferiori ai 10 miliardi di euro, ponendoci al secondo posto in Europa per l’esportazione di prodotti sportivi, contribuendo con un 16% al totale dell’export europeo. Si registrano poi i 2,5 miliardi della stampa sportiva – tornata sui livelli del 2019 – per finire con gli 11,7 miliardi di euro del settore scommesse sportive.
Sul fronte investimenti pubblici, invece, siamo fermi ai dati del 2019 che hanno registrato un gettito di 4,7 miliardi di euro pari allo 0,3% del PIL, che ci hanno relegato al quarto posto in Europa ben distanti dai 13,7 miliardi investiti dalla Francia, che riversa lo 0,6% del suo PIL in ambito sportivo.
Il dato relativo agli investimenti pubblici è importante da sottolineare perché genera comunque un effetto moltiplicatore e di sprone agli investitori privati, tenendo presente che 1milione di investimento pubblico ne attira circa 9 di risorse private, che generano a loro volta un fatturato annuo di 20 milioni[1].
Ma il fenomeno sportivo va visto anche in controluce nel senso che è interessante notare come molte discipline, ad esempio il nuoto, abbiano registrato una diffusione rilevante sebbene la sua Federazione abbia incassato meno di un terzo dei contributi pubblici ricevuti dal calcio. Questo a dimostrazione del fatto che il successo di uno sport non è sempre legato alla disponibilità economica ma principalmente all’efficacia delle iniziative poste in essere dalle singole Federazioni e, in ultimo, dall’effetto “trascinamento” provocato dai successi nazionali e internazionali.

Che lo sport possa essere un motore di crescita economica, non è sfuggito alla Commissione Europea sebbene i suoi interventi in materia possano apparire tardivi in quanto le assunzioni di responsabilità in area sportiva risalgono al 2009, anno di entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha aumentato i poteri del Parlamento europeo per consentire di adeguare le Istituzioni all’allargamento dell’Unione stessa.
Le linee di intervento della Commissione sono contenute nel “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea” (TFUE) e all’art. 165, paragrafo 1, si stabilisce che l’Unione “contribuisce alla promozione dei profili europei dello sport, tenendo conto delle sue specificità, delle sue strutture fondate sul volontariato e della sua funzione sociale ed educativa” [2]. Per il raggiungimento di questi scopi, la Commissione ha sollecitato gli Stati membri alla creazione di Forum e Osservatori in grado di registrare la dimensione di tutte le componenti la galassia sportiva al fine di ottenere i dati utili all’assunzione di decisioni strategiche. Più specificatamente, la raccolta di questi dati serve alla creazione di un Piano di lavoro per lo sport che viene aggiornato e adottato ogni tre anni, come è avvenuto nel dicembre scorso con l’approvazione del Piano 2021-2024, che pone in risalto tre aspetti e cioè: 1) il ruolo sociale dello sport, 2) la sua dimensione economica, 3) il quadro giuridico e politico dello sport.
A completamento poi di queste azioni, in parallelo viene data nuova spinta al Programma “Erasmus+” – cioè il programma d’azione nel settore dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport – che può disporre di una dotazione finanziaria di 28,4 miliardi di euro.
In questo ampia cornice entro la quale l’Unione Europea intende impegnarsi nelle politiche in materia di sport, penso che per la sua storia e per le particolari dinamiche che lo sorreggono, un discorso a parte vada fatto per il mondo del calcio. Una galassia, credo, a se stante che molte volte sfugge a valutazioni basate su quei criteri che invece sono applicabili ai vari comparti che costituiscono il mondo sportivo.
Infatti, se è vero che il calcio è lo sport – anzi, il gioco – più bello del mondo, è anche vero che è una attività diciamo ludica che da tempo ha assunto una dimensione economica tale da contribuire per primo a far sì che il comparto sportivo nel suo insieme, venisse considerato come non marginale per la crescita del Pil di diverse Nazioni.
Abbiamo accennato in precedenza al fatto che i danni economici arrecati dalla pandemia hanno in parte risparmiato l’organizzazione del mondo sportivo il quale comunque, va ricordato, è stato beneficiato dall’erogazione di sussidi al pari di altri soggetti economici, ma il mondo del calcio – nazionale ed estero – forse più di altri sembrerebbe essere stato appena scalfito dai rovesci pandemici tanto che le Società dei maggiori club hanno continuato a guadagnare molto; anzi, moltissimo.
È in pratica quanto ci dicono i dati forniti dalla relazione “Football Money League 2022” stilata come di consueto dalla società di consulenza e revisione Deloitte dove emerge che, in decisa controtendenza rispetto ad altri settori, le prime 20 squadre europee hanno registrato una crescita del loro fatturato attestandosi su 8,178 miliardi di euro nella stagione 2020/2021 contro gli 8,162 miliardi del 2019/2020 [3].
Nella statistica risalta il Manchester City dello sceicco Khaldun al-Mubarak come il più ricco di tutti i club, con un fatturato di 644,9 milioni di euro, corrispondenti ad una crescita del 17% rispetto la scorsa stagione. Seguono il Real Madrid con 640,7 milioni, il Bayern Monaco con 611,4 milioni, il Barcellona con 582,1 milioni e il Manchester United con 558 milioni, solo per citare le squadre più conosciute e seguite [4].
In questa galleria delle squadre dai bilanci ipertrofici, prima fra le italiane la Juventus che si posiziona al nono posto con un fatturato comunque di tutto rispetto e cioè 433, 5 milioni di euro, pari ad un incremento del 9% rispetto all’anno scorso. In più, va poi detto che a sorreggere la struttura dei vari club hanno provveduto gli ingenti capitali riversati da investitori provenienti dalla Cina, dagli Stati Uniti e Emirati Arabi.
Emblematico il caso dell’Atalanta che attraverso la sub-holding La Dea srl, detentrice dell’86% del club e di proprietà della famiglia Percassi, ha stipulato un accordo di partenariato con la Bain Capital – uno dei più grandi fondi di investimento al mondo – che entra nel capitale sociale della holding con un sostanzioso 55%. Soldi contanti che ristorano le casse atalantine e che apriranno al club le porte della notorietà al di fuori dei confini europei.

La sintesi della dettagliata statistica della Deloitte evidenzia in tre blocchi, che potremmo dire macroeconomici, le differenze sostanziali con il periodo 2019/2020 e cioè: un mancato guadagno globale, rispetto le aspettative, di circa 2 miliardi di euro causa Covid-19, un incremento di 4,5 miliardi di euro generato dai diritti televisivi e in genere dai mezzi di informazione e, in ultimo, una perdita secca di 111 milioni di euro causata dalla mancata vendita dei biglietti in conseguenza delle gare giocate a “porte chiuse”.
Quindi possiamo parlare di un bilancio in chiaro-scuro ma certamente non in negativo per la grande famiglia delle squadre di calcio professionistico, e ora che gli stadi stanno riaprendo senza limitazioni di pubblico, non è difficile pronosticare il ritorno a fatturati molto alti.

Per quanto riguarda l’Italia, dopo i già preventivati mancati guadagni causa l’esclusione dal mondiale di calcio in Qatar, aggiungerei l’esistenza di un problema non sempre osservato nella sua reale criticità e cioè la scomparsa di molti club professionisti, dai 132 registrati nel 2010 agli attuali 100, e con una situazione in bilico per molte società iscritte nei vari gironi della serie C [5].
Questo perché, in genere, il benessere economico delle squadre militanti nella massima divisione, procura a cascata quella stabilità economica alle squadre di provincia che sono state la fucina dove si sono potuti costruire, ad esempio, campioni come Roberto Baggio nel Vicenza.
È evidente che al di là del contributo che comunque il mondo del calcio italiano continua a garantire al sistema economico nazionale, bisognerà ritrovare la compattezza e la continuità di un tempo agendo sulla leva delle riforme, e sulla capacità di attrarre capitali e investimenti tali da rigenerare un settore che potrebbe darci molto di più.

Stefano Ferrarese

[1] bancaifis.it – Osservatorio sullo Sport System italiano – 31/3/2022
[2] europarl.europa.eu – “Note tematiche sull’Unione Europea –Sport” – novembre 2021
[3] valori.it – Luca Pisapia “Per i padroni del calcio la pandemia non c’è mai stata” – 23/3/2022
[4] www2.deloitte. com – “Deloitte Football Money League 2022” – marzo 2022
[5] sport.virgilio.it – “Squadre di Serie A, Serie B e Serie C 2021/2022” – marzo 2021

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