USA: l’eredità di Trump. Una democrazia da importare

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Dopo l’indecente baccanale dell’Epifania, in queste ore Donald Trump sta cercando seppur pigramente, di riportare una calma molto relativa, attraverso richiami comunque palesemente conditi di livorosa ipocrisia. Contestualmente ha già fatto sapere infatti che non presenzierà alla cerimonia di insediamento di Biden il prossimo 20 gennaio, accettandone in questo modo almeno di fatto e implicitamente la vittoria elettorale. Purtroppo, è evidente che il pesante dado ormai sia tratto, e non certo a partire da ora; e l’assalto al Capitol di Washington non è altro che il canto del cigno di una gestione di governo moralmente degradante e politicamente pericolosa e violenta in senso estremo. Oggi appare evidente così che il “presidente” stia prendendo qualche timida distanza dal recente raduno orgiastico e “bicornuto” per ottenere una sorta di salvacondotto da giocarsi quando riprenderà la sua esistenza di “semplice” ultramiliardario reazionario, per usare un eufemismo.

L’incognita più preoccupante è costituita dal lascito, ovvero quella eredità “concettuale” e materiale che resterà di questa abietta occupazione quadriennale della Casa Bianca. Trump è riuscito a compiere infatti un passo comunque storico, pur nella sua truce drammaticità: ha abbattuto definitivamente gli ultimi ruderi di etica e ha sdoganato per sempre la peggiore sedimento di seguaci, legittimandone il coinvolgimento politico e istituzionale e incoraggiandone l’ideologia del non-pensiero, una sorta di neo-nichilismo. Non solo degli Stati Uniti, ma in gran parte del cosiddetto mondo occidentale: basti pensare a quanti capi di governo, o aspiranti tali, ne hanno seguito, o stiano rincorrendone, il modello. A partire dall’inizio del suo mandato insomma fu subito evidente che nulla sarebbe stato più come prima, che tutto avrebbe avuto un ripugnante indirizzo oltranzista di odio sociale.
Per mettere in pratica i suoi propositi, l’amministrazione Trump si è avvalsa della “preziosa” collaborazione di gruppi organizzati, dediti a veri e propri atti di terrorismo, nonché della “consulenza” di eminenti personaggi votati alle più inverosimili pratiche di cospirazionismo e negazionismo; ha essenzialmente inteso legalizzare forme di violenza reiterata, portando alla ribalta personalità e raggruppamenti collettivi socialmente e umanitariamente ostili, ma allo stesso tempo estremamente nocivi. Ma è stata anche l’amministrazione che, grazie a una disarmante semplicità di lessico, ha saputo comunicare efficacemente e meglio di tutti verso la direzione dell’organo non-pensante di decine di milioni di americani: la pancia. La società statunitense più retriva ha trovato così nel “presidente” il degno rappresentante, un delegato “immorale” capace di elevare alla massima potenza interi pezzi di comunità composti da elementi della peggiore società. Con il pretesto, annunciato attraverso l’elementare repertorio ruotante intorno all’espressione social “America first”, si è data libera parola a tutto quanto di politicamente scorretto e tenuto nell’ombra: razzismo, suprematismo, sciovinismo. In sintesi, un ritorno clamoroso all’oscurantismo più becero, un’involuzione della società impensabile fino a poco tempo fa.

A dire il vero, da almeno un secolo gli Stati Uniti sono i protagonisti sulla scena internazionale di turpi operazioni volte al sabotaggio delle democrazie, soprattutto quelle di tipo “sociale”. I governi, via via alternatisi, si sono resi responsabili di enormi crimini verso l’umanità, invadendo e imponendo una forza spropositata, contrapposta molto spesso alla scarsa organizzazione strategica anche di paesi in via di sviluppo e calpestandone tutte le istanze di emancipazione di volta in volta proposte.
Con Trump, tuttavia, abbiamo assistito a qualcosa che ha percorso parallelamente anche questa politica: ad operazioni di “esportazione di democrazia” verso l’esterno, si è aggiunto infatti un ostentato isolazionismo nazionalista, come mai prima nella storia degli Stati Uniti si era palesato. Di per sé questa ideologia è del tutto nuova, per lo meno per quanto riguarda le istituzioni ufficiali. Suona di fatto del tutto stridente un concetto sovranista per un paese che negli ultimi due secoli ha fatto delle liberalità, a dire il vero soprattutto economiche, il suo manifesto programmatico.
Ma è altrettanto evidente, ed è l’aspetto più grave, che il cuore degli statunitensi, di cui ben 74 milioni hanno nuovamente votato per Trump alle presidenziali, batta ineluttabilmente in quella direzione e lo faccia trasversalmente ad ogni strato della popolazione; ciò, nonostante gli enormi danni provocati da questa amministrazione, a cominciare proprio dalla gestione dell’emergenza epidemiologica. Si tratta, come detto, di un preoccupante specchio dell’umanità intera, volta oggi in massima parte ad affrontare le sue debolezze, le sue sconfitte, facendo sprofondare la testa nelle sabbie dell’intolleranza e degli egoismi, della esclusione dell’altro “a prescindere”.

Così il muro costruito da Trump al confine con il Messico, altro non è che la linea dietro la quale ci si ostina a nascondere l’immondizia dei fallimenti di una società che non vuole prendersi l’impegno di rimettere al centro delle proprie esistenze il desiderio di voler costruire un futuro migliore, contrapponendo ad esso il concetto del “poco, tutto adesso, e solo per me”.

La nuova amministrazione Biden, chiamata a rimettere un minimo di ordine dignitario nella politica e nella società, avrà innanzitutto il compito di non tradire questo minimo di attese; per lo meno ci si aspetta che non si limiti a spostare il problema attraverso una nuova fase di “esportazione” al di fuori di quella democrazia di cui invece avrebbe bisogno finalmente in casa propria. In questo senso oggi prevale senz’altro il pessimismo, con un po’ di speranza però di esserne smentiti.
Cristiano Roccheggiani

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