Stato d’emergenza: la Tunisia come l’Egitto?

Tunisia Tetti di Tozeur
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L’attentato terroristico del 26 giugno scorso, durante il quale un giovane tunisino ha ucciso con un kalachnikov 38 persone e ferite una quarantina sulla spiaggia dell’hotel Imperial Marhaba a Port El Kantaoui, nei pressi di Sousse, è il peggior attacco che sia mai stato perpretato, dopo l’indipendenza nel 1956. Il marzo scorso c’era già stato l’attentato al Museo del Bardo di Tunisi.

La flebile democrazia tunisina ha subito un colpo mortale non solo per la potenza dell’attentato ma soprattutto perché sconquassa la sua democrazia in sviluppo e perché demolisce una parte dell’economia del paese e cioè il turismo.

Prima di esporre le varie questioni che si presentano va detto, come ha scritto chiaramente Samy Ghorbal, che troppe domande non hanno e forse non avranno risposte. Perché l’albergo Imperial non aveva nessuna protezione? Perché si sono dovuti attendere 35 minuti prima che le forze dell’ordine arrivassero? E le forze di polizia in questo periodo non aveva meglio da fare che preoccuparsi degli esercizi commerciali aperti per chi non rispetta il Ramadan? [1]. Come dire organizzazione totalemente inefficiente. Ad esser buoni.
Sicuramente il lassismo e la connivenza di Ennahda nei confronti delle organizzazioni salafita-jihadiste e lo smantellamento nel 2011 della Direzione della sicurezza dello Stato (DSE) da parte dell’allora ministro dell’interno Farhat Rajhi hanno avuto un ruolo nella diffusione del terrorismo.
Ma la ragione principale della diffusione tra i giovani (sono oltre 3.000 quelli andati a combattere sotto le insegne del vessillo nero) delle idee propagandate con grande capacità comunicativa  dallo Stato Islamico e da al-Qaida appartiene alla condizione giovanile e più in generale a quella economico-sociale della Tunisia.

Annamaria Rivera sostiene che «è soprattutto l’irrisolta questione economico-sociale a costituire il brodo di coltura del terrorismo jihadista. Anzitutto: vittima del Fondo Monetario Internazionale non è solo la Grecia; la stessa Tunisia ha dovuto pagare lo scotto del Piano di aggiustamento strutturale con l’aumento di tasse e imposte, il blocco dei salari, la revisione della protezione sociale, il congelamento della Cassa di compensazione (che stabilizza i prezzi dei prodotti di base). Inoltre, i governi succedutisi dopo la fuga di Ben Ali, tutti d’ispirazione neoliberista, mai hanno affrontato problemi quali la disoccupazione galoppante e le drammatiche disparità regionali. Come confermava nel 2013 il Rapporto dell’International Crisis Group, dal punto di vista sociologico i giovani salafiti appartengono alla stessa “gioventù rivoluzionaria che ha combattuto le forze dell’ordine durante la sollevazione (…) e che, inoccupata e sovente disorientata, nel salafismo trova un’identità e un utile sfogo”»[2].
Le popolazioni isolate e lontane da Tunisi vedono lo Stato come un usurpatore, un’entità che si accaparra risorse della loro terra e c’è un sentimento diffuso contro quello che, importato dall’Algeria, viene definito “hogra” e che è dietro anche alla radicalizzazione religiosa. Una risposta alle leggi repressive, alla violenza della polizia e a quella dentro le carceri. Questo risentimento «è particolarmente sentito nelle zone ricche di minerali o presunte ricche come il triangolo Gafsa-Metlaoui Redeyef  (produttore di fosfati) o il Sud (Tataouine, Medenine, Kebili) che ha alcuni giacimenti petroliferi. […] e spiega il successo della campagna demagogica “winou’l benzina? “(“Dov’è il petrolio? “), lanciato nel maggio dai sostenitori dell’ex presidente, Moncef Marzouki, che ha guidato numerose devastazioni di edifici pubblici e la distruzione di diverse stazioni di polizia» [3].
Se queste sono le cause principali la risposta della leadership tunisina quasi tutta orientata alla repressione non farà fare molta strada alla Tunisia.

Il 4 luglio il presidente Béji Caïd Essebsi ha annunciato lo stato d’emergenza dopo che erana stati arrestate 1.000 persone e ad altre 15.000 è stato interdetto di uscire dal  paese. Lo stato d’emergenza vuol dire coprifuoco, divieto di assembramenti, controllo della stampa.
La libertà è stata nuovamente sequestrata.
A queste misure si devono aggiungere le 24 moschee chiuse e Il presidente del Consiglio Islamico Superiore, Abdallah Loucif, è stato licenziato. E poi, come sta accadendo in altre parti del mondo, è iniziata la costruzione di un muro di sabbia lungo 168km al confine con la Libia nel tentativo  di controllare persone e merci, armi soprattutto, che entrano ed escono dal paese [4].
Lo stato d’emergenza era già durato tre anni, dal 2011 al 2014 ma questo non aveva impedito l’espansione del salafismo e della violenza.

Intanto il terrorismo ha provocato un crollo delle attività turistiche tutte orientate verso i cittadini stranieri. Secondo l’agenzia di stampa tunisina Tap, il numero di turisti registrati tra l’uno e il 10 luglio scorsi è diminuito del 57,7% rispetto allo stesso periodo del 2014 e del 74,8% rispetto allo stesso periodo del 2010, prima della rivoluzione del 2011. Mentre la ministra per il Turismo Salma Rekik la perdita del settore per il 2015 sarà di oltre 515 milioni di dollari e cioè l’équivalente dell’1,1 % del Pil. È la conseguenza è appunto un significativo rallentamento della crescita economica.
Ancora una volta per migliorare le condizioni economiche non basta la repressione. C’è anzi il rischio che la Tunisia si ritrovi in condizioni simili a quelle dell’Egitto dove il terrorismo alza sempre più il tiro in risposta alla repressione.
Pasquale Esposito

[1] Samy Ghorbal, “Tunisie : pourquoi la jeunesse est-elle si perméable aux sirènes salafistes?”, www.jeuneafrique.com, 10 luglio 2015
[2] Annamaria Rivera, “Stato d’emergenza tunisino, democrazia a rischio”, www.ilmanifesto.info, 5 luglio 2015
[3] Samy Ghorbal, ibidem
[4] Marlène Panara, “Tunisie: qu’ont fait les autorités tunisiennes depuis l’attentat à Sousse?”, www.jeuneafrique.com, 10 luglio 2015

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