Stato di emergenza: linguaggio militare, restrizioni e regole democratiche

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In questi giorni il linguaggio militare si fa sempre più breccia sostituendo la parola lotta o contrasto alla pandemia da Covid-19 con “guerra”, le mascherine e le apparecchiature medicali diventano “munizioni”.

Ma oltre alle parole si aggiungono gli atti e vediamo la discesa in campo dei soldati e delle loro strutture. Lo si può capire se le loro attività sono circoscritte nei compiti e ben vengano per il grande supporto che stanno dando alle situazioni di emergenza sanitaria.

Questo non deve farci tralasciare la riflessione sui gravi rischi che si possono correre per il dopo. Mi sovvengono due interventi. Il primo è quello di Lucia Capuzzi che a proposito della “narrativa bellica” riporta la metafora fisica della Istèresi, «il fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina. Per analogia, numerosi analisti hanno prospettato il rischio di una “isteresi sociale e politica” alla fine della pandemia di coronavirus». Un fenomeno che è già accaduto con l’attentato alle Torri gemelle i cui inasprimenti, ma anche forme di spionaggio delle vite private, sono per lo più rimasti tali anche dopo.

L’altro intervento che voi lasciare alla vostra attenzione è quello “filosofico” di Raquel Vidales che invita a ragionare. Nel riportare le parole del filosofo novantaduenne Emilio Lledó ci riporta alla paura durante la Guerra civile spagnola e allo “smarrimento” di allora e di oggi. Il rimedio è con la filosofia «cercare di mettere ordine nel caos». E le parole del pensatore Santiago Alba Rico che anch’egli invita a ragionare, «”non dobbiamo dimenticare che stiamo attraversando un periodo pericoloso di democratizzazione e l’ascesa del populismo. Resta inteso che lo stato di allarme è necessario, ma è necessario fare attenzione perché questa situazione può alimentare questa tendenza. Possiamo approfittare della pausa per rivedere con calma il nostro modello sociale o, al contrario, lasciarci trasportare dall’ardore del momento e finire come la Repubblica di Weimar”, ricordando l’ascesa di Hitler in Germania» [2].

Queste preoccupazioni non sono campate in aria perché le restrizioni e la presenza dell’esercito sono pesanti in alcuni paesi. Andrea Zambelli usa il termine, e non a caso, di “virus del golpe” riferendosi a paesi come Israele, Serbia e Ungheria dove i governi di destra stanno approfittando dell’emergenza. Quando parla di Israele scrive che «il premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu in soli quattro giorni, ha chiuso i tribunali, ha esautorato il parlamento, e ha ordinato ai servizi segreti di tracciare i cittadini tramite i dati di telefonia mobile. Misure, con il pretesto di proteggere la salute pubblica, che danno al governo poteri senza precedenti, compreso in tempi di guerra. Ciò mentre Netanyahu, che ha perso tre elezioni di fila in 18 mesi, si trova a capo di un governo dimissionario e con la spada di Damocle di un processo per corruzione e frode – ora comodamente rimandato fine a fine maggio». In Serbia il Parlamento è stato sospeso nelle sue funzioni di legislatore e si va avanti per decreti che vengono approvati dal presidente della Repubblica, dalla premier e dalla presidente del parlamento che, «secondo quanto previsto dalla costituzione, possono dichiarare lo stato di emergenza senza voto del parlamento» [3].
Sia pur ben lontani dalle misure in questi tre paesi, in alcune città della Francia come Nizza è stato adottato il coprifuoco serale con militari e polizia a vigilare che nessuno esca fatta eccezione per le poche categorie autorizzate.

Il Governo italiano è andato avanti per decreti, questa volta sì giustificati rispetto ad una prassi che negli ultimi anni ha visto esautorare il ruolo del Parlamento con la decretazione d’urgenza senza che ce ne fossero motivi validi. Ma ora quanto legiferato deve essere approvato dal Parlamento e non può essere altrimenti. Certo i parlamentari dovranno trovare le modalità e i tempi per farlo in condizioni di sicurezza, ma i principi vanno rispettati.
L’opposizione e la maggioranza sono ancora distanti per una discussione e approvazione nei tempi giusti. L’opposizione vuole dire la sua e la maggioranza non vuole che il Decreto Cura Italia vengo stravolto nei contenuti anche perché Italia Viva preme per discuterne.
Intanto Conte ha subito la moral suasion del Presidente Mattarella affinché vada in Parlamento a presentare quanto deciso per l’emergenza Covid-19, perché non vuole un Parlamento svuotato non solo del suo ruolo di legislatore ma anche di controllore dell’esecutivo.

A proposito delle funzioni democratiche, in un’intervista di Annalisa Cuzzocrea al Presidente della Camera, Fico sostiene che «il Parlamento dev’essere in prima linea, non può arretrare, come non arretrano i medici e altre categorie. Lo voglio ricordare a tutti. E questo perché nelle fasi emergenziali il Parlamento non solo resta un presidio a garanzia dei principi democratici, ma è chiamato a offrire sostegno a chi fronteggia in prima persona l’emergenza e a chi subisce il peso economico e sociale di questa situazione» [4].
Pasquale Esposito

[1] Lucia Capuzzi, “L’analisi. I militari per strada: il vero rischio è che poi ci restino”, https://www.avvenire.it/mondo/pagine/i-militari-per-strada-il-vero-rischio-che-poi-ci-restino, 21 marzo 2020
[2] Raquel Vidales , “Filosofía de urgencia en estado de alarma”, https://elpais.com/cultura/2020-03-23/filosofia-de-urgencia-en-estado-de-alarma.html. 24 marzo 2020
[3] Andrea Zambelli, “Israele, Serbia, Ungheria: il virus del golpe”, https://www.eastjournal.net/archives/103995, 23 marzo 2020
[4] Annalisa Cuzzocrea, “Fico: «I parlamentari sono come i medici: non possono fermarsi. Voto online? Difficile»”, la Repubblica, 17 marzo 2020

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