Stato e famiglia massaie e ayatollah (della spesa).

economia banche redditi
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La Merkel  in qualche occasione pubblica ha evocato, per parlare di bilanci statali, la parabola della “casalinga sveva” che sta attenta nelle spese a non andare oltre alle entrate della famiglia. E ha affermato che gli stati devono nei propri bilanci imitarla! Da questa convinzione sono nate l’”austerità” e molte delle vicissitudini degli ultimi anni dei cittadini europei.

È una semplice esemplificazione di un principio del Liberalismo Classico (proprio quello del ‘700 di Ricardo e poi di tutti i Neoclassici) – prima si risparmia, poi si  può  spendere  anche se si tratta di investimenti produttivi. Mentre la visione marxiana inverte  i tempi e anticipa la spesa e pospone produzione  e risparmio.
Ma sui consumi l’oculatezza della nostra casalinga come incide?
La risposta alla domanda è facile: se tutti limitano i propri consumi, l’effetto complessivo è negativo e l’economia va in recessione! Con la contrazione dei consumi aumenta la disoccupazione e da qui nascono altri problemi alle famiglie “oculate” che potrebbero ulteriormente contrarre le spese a causa delle vicissitudine che inevitabilmente le recessioni comportano  ai cittadini.


Svezia. Stoccolma, piazza. Foto Davide Pisano
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È qui che è utile introdurre il concetto di “Paradosso della Parsimonia” di J. M. Keynes che si chiede come si può economizzare in un periodo di  contrazione della domanda provocata  della mania di risparmiare, quando è invece  indispensabile ricorrere ai risparmi per fronteggiare la depressione. Mentre è ovvio che per poter risparmiare qualcuno deve prima aver ricevuto i soldi da risparmiare, quindi  aver avuto un profitto o un reddito, e questo significa che prima c’è stato qualcuno che ha investito o erogato. Per cui l’investimento o erogazione deve venire prima del risparmio, non il contrario, come sostengono i Neoclassici, perché  se ognuno cerca di risparmiare di più in tempi difficili, la domanda complessiva cade, a causa del calo dei consumi e della scarsa crescita economica, riducendo il risparmio totale.
E visto che il maggior investitore e spenditore è lo Stato che ha la macchina per stampare soldi suoi (o la possibilità di emettere obbligazioni sul debito) teoricamente all’infinito, e quindi in caso di bisogno deve essere sempre lo Stato il primo a spendere e investire. Oltre a poter provocare il deprezzamento gestito della moneta per tenere il debito sotto controllo. E con questo Il nostro risponde anche alla domanda: ma è un principio valido anche per gli Stati il non andare mai (!) oltre i propri mezzi?
La massaia non può controllare come lo Stato il valore dei mezzi monetari che utilizza.
Questi  concetti possono chiarire il senso di molti dibattiti di questi tempi sul “patto di stabilità”, il “pareggio di bilancio” inserito in Costituzione ecc.
In Europa si è scelto di fare come la “casalinga sveva” risparmiare prima,  ma così si generano  continuamente problemi che sono sotto gli occhi di tutti, perché non ci sono le risorse che consentono di risparmiare – neppure alla Germania che ha visto incrementarsi costantemente il peso del debito sul PIL  nel 2013 all’80% – e nell’attuale  fase recessiva , misure tendenti a aumentare le entrate statali, come l’aumento dell’iva, risultano controproducenti e si verifica non l’aumento auspicato, ma una diminuzione del gettito. La disoccupazione ha superato la soglia della sostenibilità sociale.
Sarebbe  altrettanto importante che misure di aumento dei redditi non fossero misure compensative e cioè che si togliesse a fasce della popolazione per dare ad altre. Perché bisogna aumentare il  gettito complessivo, per cui rispetto a una ripresa dell’economia i paventati interventi  di qualche programma politico sulle pensioni d’oro (superiori a 3000 € mese!) da un punto di vista della ripresa economica  (e di Keynes) sono inutili e dannose. Questo a prescindere da disquisizioni tecniche su contributivo e retributivo e a prescindere da esigenze di giustizia sociale.
Il governo non può liquidare il suo deficit se la fonte delle sue entrate, il reddito nazionale, è in diminuzione. È la riduzione del deficit, non il debito, ad essere controproducente, perché implica lo spreco del capitale umano e fisico disponibile, a parte la miseria che ne scaturisce.
Come afferma  Robert Skidelsky (www.project syndicate.org, 21 05 2013)
«I risultati dell’austerità sono stati […]: quasi nessuna crescita nel Regno Unito e nella zona euro negli ultimi due anni e mezzo, ed un enorme declino in alcuni paesi; una piccola riduzione dei disavanzi pubblici, nonostante i grandi tagli di spesa; maggiori debiti nazionali.
Altre due conseguenze dell’ austerità sono state meno apprezzate. In primo luogo, la disoccupazione prolungata non distrugge solo la produzione attuale, ma anche quella potenziale, erodendo il “capitale umano” dei disoccupati. In secondo luogo, le politiche di austerità hanno colpito i soggetti collocati in fondo nella scala della distribuzione del reddito molto più severamente di quelli in alto, semplicemente perché quelli in alto fruiscono molto meno dei servizi pubblici.»

Alla luce di quanto sopra è completamente sbagliata l’affermazione del primo ministro britannico David Cameron: “Lo Stato non può spendere soldi che non ha”. Perché tratta gli Stati come se avessero di fronte gli stessi vincoli di bilancio delle famiglie o delle imprese. Così come, ancora in attesa di verificare,  l’impostazione di Alesina per cui livelli di debito elevati possono causare una mancanza di crescita, non è forse una mancanza di crescita che causa elevati livelli di debito?
Francesco de Majo

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