Stefania Consonni. Le geometrie del tempo – Il romanzo inglese del Settecento

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Il romanzo inglese del ‘700, di cui gli artefici furono Defoe, Richardson, Godwin, Fielding e Sterne, è il capostipite di un genere che nacque “già elastico e robusto”.
Una nuova espressione letteraria attraverso la quale i suoi autori leggevano e interpretavano il mondo in forme narrative e di immaginazione più moderne, ma sopratutto più vicine ad un pubblico di lettori che stava, anche lui, modificando i propri connotati.

copertina del saggio di Stefania Consonni Le geometrie del tempo. Il romanzo inglese del SettecentoNel suo saggio “Geometrie del tempo”, Stefania Consonni analizza la creazione artistica del romanzo alla luce della inter-disciplinarietà, attraverso le riflessioni filosofico-artistiche sull’opera creativa che si sono susseguite nei secoli affiancandosi o contrastandosi; un’amplificazione di orizzonte attraverso cui l’autrice propone una comprensione più profonda di un genere, il Novel, che a partire dal XVIII secolo ha saputo misurarsi con la mutevolezza incontrollata dei tempi e del mondo, restando sempre “un campo di osservazione privilegiato”.

Lo studio imposta la riflessione attorno ad un “nucleo archeologico e critico”, il Plot; rappresentazione della triade Mythos-Mimesis-Praxis, i cui capisaldi saranno poi l’Invenzione, l’Imitazione Ideale, che si sostituisce a quella letterale, l’Espressione, l’Enfasi, necessaria alla resa efficace delle passioni, concludendo con l’Ammonimento e il Divertimento. Il Plot si fa paradigma quindi, e si codifica attraverso “la stagione speculativa della critica umanistica” italiana che, conquistando presto anche l’Europa porterà ad una nuova forma di “dispositivo linguistico e sociale della rappresentazione”.

Ed è proprio all’alba del ‘700 che inizia a dipanarsi la matassa intricata delle teorizzazioni sulle arti pittoriche, poetiche e poi anche musicali, avviando un nuovo modo di osservare cose e persone, che “passa attraverso le innovazioni nella percezione dello spazio e del tempo e delle azioni” e confluisce “in una lettura diversa del mondo chiamata romanzo”. Tutte le discussioni, le distinzioni fin lì alimentate giungono alla concezione di artificio, di necessità e soprattutto di illusione, elementi fondanti di un nuovo genere di cui Henry James, un secolo più tardi, scriverà essere “la più indipendente, elastica e prodigiosa delle forme letterarie, perché si impernia sui meccanismi spazio-temporali di vuoti e di accumuli di un tempo che viene plasmato mediante effetti di composizione e di forma”.

Tra ‘600 e ‘700 – scrive la Consonni – prende forma un immaginario narrativo legato ad un ordine e ad un compiuto geometrico”, una sorta di “immaginario epocale” che porta rapidamente ad un modo moderno di intendere il testo letterario e con lui il pensiero e il linguaggio. “Immaginario basato su un’idea di realtà razionalmente organizzata, ordinata, statica e completa, imperniata sul Great Chain of Being, con il quale il Novel deve confrontarsi”. Della realtà e del susseguente realismo, sarà proprio la letteratura del ‘700 che per prima, attraverso il romanzo, si renderà totalmente ricettiva a studiare l’organizzazione del mondo e, farsene traduttore, nel rispetto della propria inclinazione a renderlo più leggibile.

Il novel del ‘700 fornisce un quadro della realtà diverso da quello del trattato filosofico: le sue forme infatti ci devono mentire attraverso un uso di “modelli” di parole e di pensieri al fine di inscenare il rapporto con la realtà. Il realismo del romanzo quindi appare “come un’organizzazione del mondo tesa, non a copiarlo ma a tradurlo, a cifrarlo, a renderlo leggibile, a classificarlo, a caratterizzarlo, a introdurvi preferenze”; e gli autori che di esso sono gli antesignani, modellano la propria identità letteraria relativamente allo sguardo sul mondo che intendono sottolineare. Daniel Defoe utilizza il plot episodico, sequenziale, per la sua ‘Moll Flanders’, e pur non essendo particolarmente raffinato, ha un notevole peso tematico, sottolineando da una parte il conflitto che nel ‘700 era già evidente tra l’interesse individuale e l’instabilità sociale, e producendo dall’altra uno dei primi romanzi che riflette sul problema dell’unità narrativa.

Ma se Defoe propone un romanzo con un plot seriale poco legato, in pieno genere picaresco, Henry Fielding disegna un ordine più rigoroso, conscio del fatto che una forma simmetrica sia molto più importante; ricerca formale che Samuel Richardson porterà avanti tramite una rappresentazione “pittorica”; quegli “ampi tableaux” che Jane Austen supererà poco dopo, “ricamando textures più coerenti e flessibili”. Se da un lato William Godwin nel suo ‘Caleb Williams’ si ispira a Defoe utilizzando “il narratore in prima persona e la prosa confessionale” praticando anche una perfetta techné aristotelica nell’unità di una trama all’indietro, dall’altro Richardson, “racchiude il ‘700 nella appassionata e tortuosa trama d’amore di ‘Clarissa’”, narrazione fitta di micro e macro aspetti della storia sociale, politica e letteraria, “catalogo comparativo di dramatis personae, ognuna con atteggiamenti e motivazioni peculiari”.

Uno studio verticale e trasversale, questo della Consonni, attraverso il quale, analizzando teorie e teorizzazioni del passato e del presente, si disvelano le opere di autori che su quelle riflessioni filosofiche e artistiche svilupparono vere e proprie architetture letterarie, pilastri nella costituzione e nella espansione di un genere che divenne immediatamente fondamentale al nuovo modo di indagare e comprendere la realtà.
V.Ch.

Stefania Consonni
Le geometrie del tempo – Il romanzo inglese del Settecento
Donzelli Editore

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