Stefano Ferrarese, Senza via di uscita

Sardegna Italia anni '50
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È stata una sfida importante e alquanto perigliosa quella lanciata da Stefano Ferrarese nel suo sesto libro, ovvero proporre alla platea dei lettori degli anni ’20 del secolo XXI, un piccolo romanzo dalle evocazioni e dalla narrazione a tinte fortemente neorealiste.
Lo ha fatto attraverso un racconto di percorso; sentiero a volte diritto, altre obliquo, di una epopea collettiva che potrebbe, e dovrebbe, essere sempre rimembrata con i dovuti ossequi da parte di intere comunità.
Oggi per le giovani generazioni a noi coeve, avere il mondo a portata di mano lo si dà forse un po’ troppo per scontato. Tuttavia, se l’attuale società può ancora permettersi il lusso di sostenere ampi strati di popolazione giovane – mettendola al riparo dagli affanni quotidiani – è perché a partire dalla seconda metà del secolo scorso gran parte della nostra comunità nazionale ha conosciuto fin troppo bene la fatica e il sacrificio. Impegno e sudore di donne e uomini che dovettero considerare la necessità quasi come l’unica virtù a disposizione per inventare di sana pianta il loro futuro.
La narrazione, prende le mosse quasi simbolicamente nella stalla di una fattoria, alle porte di un paesino dell’Umbria.
La nascita di un vitellino nella fragile e un po’ sperduta collettività – nuova fonte di una ricchezza al tempo stesso agra e precaria – coincide con la presentazione del giovane Antonio, il personaggio principale del romanzo. La sua strada non vorrà farla somigliare, e non lo sarà, come quella di aspirante ciclista vagheggiata dal padre, poi schiacciata, negata ed avvilita sull’altare dell’esigenza comunitaria della fattoria.
Quella immaginata da Antonio dovrà essere invece una esistenza segnata da un destino ineluttabilmente legato alla lettura e alla scrittura, con le sue mani conservate e preservate dall’oltraggio del lavoro nei campi, e destinate quasi con monotona ripetitività al pestaggio dei tasti della sua malandata macchina da scrivere.
Siamo nell’estate del 1956, un anno cruciale per le storie che, da questo momento in poi, Antonio dovrà affrontare, abbandonate le radici arcaiche della vita contadina, aperto ora a nuovi percorsi, fino a raggiungere i rami alti e aguzzi della notorietà, in un tragitto circolare condito anche dalle inevitabili delusioni della vita – che è poi il grande contenitore di ogni storia – fino alla scoperta di una nuova dimensione esistenziale.
Il paese nativo è ora alle spalle, con le sue ingenue semplicità, gli affetti familiari e di vicinato, la comunità contadina pura. Certezze rudi, che però hanno il respiro troppo corto per le naturali ambizioni di Antonio, pronto ormai a transitare sulle lingue di asfalto urbano che stanno abbracciando il mondo che cambia.
Sarà una nuova Itaca per lui? Forse la storia e i richiami si faranno sentire un giorno. Ma è ancora presto, e di questo momento ne approfitta con sapiente discrezione l’Autore suggerendo, di fronte l’imponente sfida del “boom” economico, che l’emigrazione non è solo quella delle braccia, ma anche quella delle menti.
Antonio arriverà a Roma e diventerà ufficialmente “compagno” nella redazione de’ “L’Unità”, giornale che a quel tempo non aveva bisogno di presentazioni. Per lui sarà come la scoperta di una galassia, un sistema di stelle di natura varia, che prenderanno forma e sostanza nei caratteri dei personaggi incontrati, a cominciare dai colleghi giornalisti.
Il talento di Antonio troverà conferma, senza ostacoli, cristallizzandosi in una crescita continua.
Ma forse sono i rapporti umani ad essere ancora acerbi, bisognosi di tempo per maturare e allora Ferrarese lentamente fa sì che la storia-Odissea ceda il posto alla “Commedia” dantesca, simbolicamente rappresentata dall’incontro di Antonio con tre donne, al tempo stesso ispiratrici e guide, che lo accompagneranno in un ideale viaggio dall’Inferno al Purgatorio fino al Paradiso.
Rossana, Rina e Diana, rispettivamente lo “scontro” con la dura realtà; l’“attesa” e il riposo dagli affanni della vita e infine l’“incontro”, tanto bramato che regalerà un pacifico appagamento.
Sono queste le individualità che segneranno probabilmente l’intera esistenza di Antonio, le tre dame necessarie allo sviluppo e al completamento dell’uomo, compito che l’Autore – va detto – non a caso concede convintamente all’altro sesso.
La cornice di questa entusiasmante esistenza è, in definitiva, la “semplice complessità” della nostra Storia, emozionalmente fatta ripercorrere nelle varie tappe che l’hanno cadenzata; i fatti di Ungheria del 1956, il completamento della Rivoluzione Cubana, e via via fino all’apparire di un Mondo non più diviso dai canoni ideologici del secolo passato.
Forse però il vero filo conduttore dell’intera storia è rappresentata dalla preziosa arte della memoria, una protagonista presente e magistrale – e Stefano Ferrarese che ha dialogato con il lettore senza mai nascondere le carte – conduce Antonio proprio verso quelle vie “cieche” che poi danno il titolo al romanzo.
Non si tratta tuttavia di cattive strade, piuttosto di percorsi, differenti fra loro come capita all’interno dei labirinti, che inaspettatamente possono portarti verso mete impreviste o, addirittura, condurti ad un inevitabile “ritorno”.
Sfogliando le pagine di questo romanzo breve, dai personaggi netti e ben delineati, il lettore non può non essere sollecitato dal desiderio del “ricordo” e forse avvertire anche l’esigenza di andare a ricercare la storia delle proprie origini, molte volte nascosta o resa indecifrabile da narrazioni di stampo arcaico. Probabilmente, insomma, Stefano Ferrarese ha capito che abbiamo ancora bisogno di ascoltare con gli occhi l’eco di vicende di vita semplice, ma nello stesso tempo fondamenta portanti della nostra civiltà di oggi.
Cristiano Roccheggiani

Stefano Ferrarese
Senza via di uscita
I colori dell’Arte, 2022
pagine
€ 15,00

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