Stig Dagerman, Perché i bambini devono ubbidire? Fantasia, abbandono, libertà.

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Perché a un genitore serve leggere Dagerman. E a un educatore? Perché proprio oggi?
Genitori ed educatori possono ancora provare la sensazione di essere compresi da uno scrittore come Dagerman. Prendendo in mano l’antologia edita da Iperborea nel 2013 dal titolo Perché i bambini devono ubbidire?, ci troviamo a ricordare che poesia, saggistica e racconto sono tre facce di una stessa medaglia. E ci troviamo ancora a dover riflettere sul significato di alcune parole. Proviamo dunque a confrontarci con i testi qui raccolti con l’obiettivo di mettere in luce l’attualità di certe riflessioni e l’inevitabilità di trovarsi in discussione cogliendo la parte più propositiva e forse fiduciosa (comunque lontana da qualsiasi dilagante pensiero positivo) di un autore che è letto – a causa della sua biografia- per lo più come tormentato e disilluso.
Procediamo per parole.

Stig Dagerman Perché i Bambini devono ubbidireBAMBINI
I bambini di Dagerman sono bambini dalle grandi risorse a partire dalla fantasia simile a una fabbrica in continua produzione fino ad arrivare alla messa in discussione di alcune ovvietà che fanno da mattoni all’etica adulta. Sono bambini che, attraversato il dolore causato dal potere degli adulti, fanno tesoro del silenzio e sanno dargli spessore. Anche quello dovuto per esempio all’abbandono, breve o lungo che sia. Ma sebbene proprio i bambini portino l’adulto a riflettere su questioni importanti, non per questo hanno perso la fragilità propria di chi è piccolo e si affaccia al mondo solo adesso. È Dagerman a ricordarcelo, nelle Poesie e nel racconto Uccidere un bambino in cui affronta il tema dell’ingiustizia sociale subita dai bambini che non hanno diritti pari agli altri e muoiono di freddo a Natale, a Roma, o giocano come possono ma durante una guerra spacciata per giusta, in cui è il suono del mitra a fare da ninnananna. Ce lo ricorda anche raccontando di bambini che pur avendo stessi diritti, hanno minore fortuna di incontrare adulti attenti, adulti che, verso di loro, facciano almeno del loro meglio. Questo meglio, però, è difficile raggiungerlo o quantificarlo, ci pare di percepire leggendo, tanto sono importanti, appunto, i bambini. Tanto ci spiazza e disarma il valore della vita di un bambino. “Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare” scrive nel racconto in cui ne viene investito uno.

FANTASIAPippi Calzelunghe
I bambini di Dagerman ci riportano sia per collocazione geografica, sia per ricchezza di significato a un personaggio molto noto. Quest’anno ricorrono i 75 anni dalla prima uscita di Pippi Calzelunghe, anch’ essa una bambina abbandonata, che della solitudine e della fantasia ha fatto le caratteristiche principali della propria personalità, riuscendo a mettere in difficoltà tutti quei personaggi che, sebbene in modo grottesco, vogliono rappresentare le istituzioni e le regole più assodate. Spesso si legge, così come anche nell’ultima edizione italiana (Salani Editore, 2020), che molte donne dei movimenti studenteschi negli anni sessanta hanno dichiarato di essersi ispirate proprio a Pippi. Certamente il comportamento creativo e libero di Pippi è iconico, ma volendo dare una lettura dagermaniana, potremmo trovare in questo personaggio suo conterraneo, quella sfumatura di malinconia e coraggio propria dei bambini che hanno trovato nella fantasia non un rifugio, ma piuttosto il mondo da creare e rendere infine reale, concreto e soprattutto denso. Lui, in prima persona lo ha fatto scrivendo, e facendo della vita, il motore della fantasia e dell’utilizzo di questa per l’interpretazione della vita stessa. Ma non solo della propria – con Dagerman si è ben lontani dall’autoreferenzialità – anche di quella di tutti gli altri.
«Si comincia presto a creare poesie. Da bambini si è tutti poeti. Poi in genere ci fanno perdere l’abitudine […]. Io mi sono abituato molto presto a “inventare”. La realtà -parola troppo sofisticata- diventava più calorosa, più interessante e divertente da osservare, se la si modificava un po’. Non troppo, giusto quanto bastava […]. La fattoria era isolata in mezzo ai campi e dei miei primi anni ricordo solo gli inverni, quando il vento arrivava ululando e copriva di neve il mondo intero […]. Era già un’avventura spingersi fino al secchio della spazzatura che si trovava all’ingresso, dove la neve si infilava turbinando sotto la porta, come una lettera».

ABBANDONO
Attraverso Dagerman riusciamo a non leggere più l’abbandono solo come un problema o come un sentimento da indagare, come siamo più abituati a fare dalla nostra epoca. Siamo certi che sia una violazione di un diritto importante del bambino. Ma qui ci si scopre, con tenerezza verso il Dagerman bambino, ad accoglierlo per com’è: l’assenza improvvisa di figure autorevoli o di maggiore esperienza o legate a noi da un sentimento. Come? Dando voce al sogno, al racconto per come viene e scoprirlo interessante, utile e dotato di una propria estetica. La forza dolce dell’autore è stata quella di aver tramutato il dolore – datogli dalle assenze con cui ha dovuto convivere – in utilità alla costruzione del proprio sé e del proprio orizzonte di attesa individuale. Assenze dovute alla scomparsa del nonno prima, ucciso, e della nonna poco dopo, per tristezza. Nel racconto A casa della nonna leggiamo qualcosa di sospeso tra sogno e realtà, ma che risveglia molte nostre idee addormentate sul silenzio, l’ascolto, la luce, gli sguardi e le vibrazioni:
«Lui, il nonno, adesso stava nel sole e quando il sole brillava il nonno era felice e guardava giù verso di lui con occhi buoni. Ma ogni volta che si annuvolava, il nonno diventava triste e si chiudeva in casa. Quando piove, pensava il bambino, è brutto essere morti. […]. Per mille anni gli stivali erano rimasti uno accanto all’altro. Erano antichi come la pietra e il sole e il sentiero del bosco. Quando improvvisamente erano stati separati si era sentito un suono inaudito, un lamento che pareva scuotere tutta la stanza. Tremando in tutto il corpo il bambino si arrampicò sullo sgabello e senza più esitare realizzò il sogno a lungo covato. Si lasciò scivolare per intero nello stivale, giù, sempre più giù, finché finalmente non raggiunse il fondo».
La storia del singolo bimbo va considerata con rispetto. Dagerman lo fa, raccontando la propria infanzia in modo realistico, nel testo Memorie di un bambino. Anche in questo caso il racconto della propria infanzia non serve ad autocelebrarsi ma è libero da ogni narcisismo. È piuttosto una testimonianza di ricchezza di un’infanzia che, sebbene segnata da fatica, solitudine, diversità, è piena di incontri. Incroci tra generazioni diverse, classi sociali diverse e zingari; tra realtà e fantasia, tra aspettative e contingenze. La famiglia del piccolo Stig non è quella naturale, o meglio, non è quella composta da mamma e papà, ma di nonni e tutti coloro che ruotano attorno alla fattoria. E anche se il desiderio di Dagerman piccolo è quello di riabbracciare presto una madre idealizzata, il desiderio di Dagerman adulto è grato al ricordo dei nonni. Al loro ricordo sia realistico che, come abbiamo visto, sognato (il racconto della casa della nonna).
«La nonna era una gran lavoratrice e completava il nonno con la sua dolcezza. […]. Quel che ricordo di lei è la sua inesauribile gentilezza e la sua capacità di aiutare. Anche se eravamo probabilmente quelli che se la passavano peggio tra tutti i contadini poveri della zona, non le sarebbe mai venuto in mente di cacciare via un vagabondo dalla sua porta […]. E non arrivavano solo vagabondi […]. Quando gli zingari arrivavano in paese i bambini dovevano nascondere i loro giocattoli; una volta però ho visto una bambina zingara inginocchiarsi come un vitellino davanti al trogolo, nel fresco della stalla, per trangugiare il cibo dei maiali, e da allora non li ho più nascosti».

Questa parte del libro sul racconto della propria infanzia ci fa pensare a un film del 2018, Una questione di famiglia di Kore-Eda Hirokazu, ma anche altre riflessioni sull’armonia, sulla libertà, sull’educazione ce lo rammentano, evocandoci il conflitto tra legge morale e legge sociale, tra famiglia naturale o famiglia scelta.

ARMONIA
Nella parte dedicata alle difficoltà dei genitori, Dagerman si fa quasi saggista, citando Swift e Kafka, andando a toccare oltre alla propria esperienza di padre, alcune suggestioni pedagogiche. Quelle che lo portano a indagare sul concetto di libertà e obbedienza dei bambini, svelando, in effetti, l’arcano anche per gli adulti. Il concetto che vuole sviscerare è quello della distanza tra i buoni propositi dell’educatore famigliare e l’efficacia sulla serenità del bambino di un educatore vero. Qui si concretizza la spina nel fianco agli educatori, che siano genitori, nonni, zii ecc. Ci spinge a riflettere su quanto davvero i nostri buoni propositi, una legge morale siano in realtà migliori di altri, magari di quelli di un estraneo alla famiglia che però, in modo del tutto libero da condizionamenti concreti, si prende cura del tempo della nostra crescita. E ci riporta di nuovo alla mente il film citato sopra, in cui i bambini strappati illecitamente dalle famiglie di origine, dimostrano – dolorosamente per lo spettatore- maggiore felicità di quanta ne abbiano mai avuta con quella “perbene” a cui il servizio sociale li riporta per legge e giustizia. Si tratta di scrittura e regia spiazzanti, ma che non possono che essere accolte come descrittive. Non di una verità qualsiasi, ma di un fatto: di una realtà difficile da raccontare ma in certi luoghi e in certi tempi, esistente.

LIBERTÀ
Armonia e libertà, parole chiave in Dagerman, possono accompagnare e sostenere una madre che si trovi a vivere tutti i differenti e intensi passaggi relazionali col proprio figlio. Figlio generato, partorito, allattato e pian piano affidato alle mani di altri da loro (data la simbiosi dei primi mesi), al volto di emozioni diverse dalle loro (come binomio), fino alla scoperta reciproca degli entrambi volti, divisi e altri. La lettura del libro può sostenere, rompendo gli schemi, anche una madre, sebbene gli esempi siano al maschile. Il concetto di libertà, nel testo, si collega strettamente a quello di obbedienza. Naturalmente parlare di obbedienza riguardo ai bambini è abbastanza consueto, anche per i genitori che abbiano tra i propositi più importanti quello di non essere mai troppo severi. Eppure, il concetto di obbedienza, a partire dagli esempi sui bambini che nel testo di Dagerman vengono fatti, abbraccia in toto quello di libertà degli adulti. Infatti evoca la sensazione che si prova ogni qualvolta desideriamo innalzare la nostra esistenza ad un livello più alto di libertà e invece c’è sempre un doveroso legame sociale da dover rispettare. E questo, se non per obbligo, certo, almeno per sopravvivenza.
Fuori è tutto buio. Certi animali si addormentano, mentre altri si svegliano e si addentrano nel bosco. Tu hai costruito sul pavimento della cucina una torre altissima. Più alta di così non può diventare, altrimenti crolla. Per questo vai alla finestra e rimani a guardare un camion addormentato e una stella quasi rossa. Proprio in quel momento ti chiama la mamma: «Olle, è ora di andare a dormire” […]. Ubbidisci alla mamma perché lei possa ubbidire a te. E in cucina c’è la torre che hai costruito. Sai che tutte le torri vorrebbero essere più alte di quelle che sono. Ma devono ubbidire all’architetto. Altrimenti crollerebbero».
Nel testo Perché uccidere il contrabbasso come in Difficoltà dei genitori viene presa in considerazione anche la libertà dell’adulto in quanto genitore. Viene posta al vaglio la difficoltà di continuare a rendere vivo il proprio desiderio e le proprie passioni all’arrivo di un nuovo nato. Difficoltà che ha molto a che fare con il concetto di libertà e che lo pone di nuovo di fronte a un tribunale ipotetico. La libertà di portare avanti la propria passione è giusta o no? Va fatto per preservare un’armonia o per il bene stesso del bambino in sé?
È magari nella presa in considerazione stessa del bambino come altro da sé che tutti noi adulti facciamo a pugni con le convinzioni e i propositi, con le nostre paure e le nuove libertà, i nuovi coraggi. È forse con il rispetto del bambino come individuo, come altro da noi libero, che potremmo iniziare a definirci, oltre che genitori, anche educatori.
Sebbene Stig Dagerman alla fine del Viaggiatore, testo di commiato dall’arte e dalla vita, si accusi di innocenza, una colpa dobbiamo pure attribuirgliela. Quella di averci mosso le fondamenta e il tetto della coscienza, proprio come farebbe una grande tromba d’aria giunta di colpo dal mare.
Adelaide Roscini

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