Storia del biliardo: dalle sfide tra regine a quelle nei bar

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Sono molti gli sport a tutt’oggi praticati universalmente che rivendicano la loro provenienza certa da quelli esercitati nell’antichità o addirittura agli albori della civiltà umana.

Uno su tutti è ovviamente la scherma. Pur avendo perduto nei secoli la funzione di riprodurre sostanzialmente un duello o una simulazione di combattimento, da tempo disciplina olimpica, oggi la sua finalità è quella di far risaltare l’abilità e la tecnica dell’atleta. Accanto ritroviamo senza dubbio il pugilato, altra disciplina olimpica, espressione sportiva che affonda le sue radici veramente nella notte dei tempi.

Ma è evidente che con il passare del tempo le trasformazioni sociali hanno permesso l’affermarsi di sempre nuove pratiche sportive, che però tali sono diventate solo quando sono uscite dalla realtà contestuale nella quale venivano praticate; come ad esempio nell’atletica la corsa, oggi codificata in regole rigide ma proveniente dalle antiche forme propiziatorie per la caccia e la sopravvivenza.

Ma non tutti gli sport possono vantare natali certi e neanche primogeniture popolari e l’esempio tipico è proprio quello del biliardo.

Poco si sa con certezza della data di nascita di questo gioco anche se convenzionalmente si ritiene il 1429 possa essere accettato. Il tutto nasce dalla pubblicazione a Parigi di un libretto da parte di uno sconosciuto autore nel quale era spiegato come dovesse essere giocato il gioco del “Billard” [1]. Ma la notorietà del gioco arrivò soltanto, e questa è una data certa, nel 1470 quando cioè il re di Francia Luigi XI se ne fece costruire uno.

La diffusione del gioco fu, forse inaspettatamente, molto rapida e insieme alla Francia, Italia e Inghilterra furono le prime nazioni ad aprire sale da gioco adottando, però, biliardi le cui misure non erano standardizzate. Questa peculiare diversità non impedì comunque di far esplodere un antagonismo “sportivo” fra la Corte francese e quella borbonica – alimentata dalla rivalità fra la regina di Napoli Maria Carolina e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia – tenendo anche presente che Napoli fu una delle prime città ad adottare il gioco già ai primi del ‘500 [2].

Ma al di là delle vicende storiche molto lontane dalla nostra sensibilità attuale, c’è da sottolineare che quasi immediatamente al suo consolidato successo, il gioco del biliardo in Italia assunse quasi subito la funzione di spartiacque sociale e furono proprio le due più famose forme di gioco praticato, ancora oggi, a determinare quasi l’appartenenza ad una classe o ad un’altra. Mi riferisco alla specialità classica italiana dei “5 birilli” praticata quasi esclusivamente dalla nobiltà e dalla medio-alta borghesia, e l’altrettanto celebre specialità denominata “goriziana” nata in zone di contado o comunque agricole che fu subito catturata dalle classi popolari.

 

Il biliardo è uno sport che è venuto su da sé, a poco a poco, evolvendosi e perfezionandosi attraverso le generazioni. Ad esempio, l’invenzione di ricoprire con un dischetto di cuoio la parte terminale della stecca lo si deve alle osservazioni sui movimenti della biglia studiati nel 1790 da un ufficiale francese detenuto in carcere. L’applicazione di questo cuscinetto ha permesso di poter effettuare una “diavoleria”, come si pensava prima, e cioè uno dei tiri caratterizzati dalla massima spettacolarità e difficoltà al limite del proibitivo.

Mi riferisco al colpo conosciuto come “massè” che consiste nel colpire la biglia verticalmente imprimendogli una rotazione che permette di scartare una o più biglie che le si oppongono.  Comunque la popolarità crescente nel tempo del biliardo, è stata determinata dalla passione che ha trascinato personaggi importanti nella Storia del genere umano, in ogni campo espressivo, cominciando da Mozart e Verdi – accanito giocatore quest’ultimo – nel campo della musica per proseguire con un grande della letteratura come Mark Twain, che a fatica si staccava dal suo biliardo fatto costruire ad hoc per la sua sala, fino a contagiare i politici come Abraham Lincoln ed, in ultimo, anche Benito Mussolini il quale si preoccupò pure di stabilirne il nome corretto, visto che la paternità del gioco era contesa tra francesi e inglesi, imponendo il termine “bigliardo” su quello poco italico – chissà perché – di “biliardo”.

In Italia, al termine del Secondo conflitto mondiale, il luogo dove fosse possibile giocare una partita, si trasferì velocemente dalle poche sale esistenti alle migliaia di bar che era possibile trovare sparsi nella Penisola. E proprio il bar, nel passaggio dalla dittatura alla democrazia, cominciò a delinearsi come un potente mezzo di aggregazione sociale – accanto ai centri parrocchiali e alle risorte sezioni dei partiti politici – nel quale, ovviamente, non poteva avvenire nessuna scrematura dei frequentatori.

Ogni bar aveva uno o due biliardi a disposizione dei clienti, ma appunto per la promiscuità degli avventori, il tavolo verde era occupato il più delle volte da individui che vivevano ai margini di quella società in continua crescita, soggetti molte volte poco raccomandabili che involontariamente spinsero quel gioco in un angolo buio, permettendo di fatto al fiuto popolare di etichettare quello che è sempre stato uno sport, come un passatempo, per di più praticato da nullafacenti.

Ma per le leggi della fisica, quando un corpo raggiunge il fondo, automaticamente imbocca la strada per risalire. A favorire questa nuova emersione in grande stile, lo si deve inaspettatamente al mondo della cultura e a quello dell’industria cinematografica che ha colto al volo l’opportunità di aprire una finestra su di un mondo sconosciuto.

Nel 1961 esce nelle sale cinematografiche il film “The Hustler” (da noi “Lo spaccone”) tratto dal romanzo di Walter Tevis scritto nel 1959 ed interpretato da Paul Newman. Il successo è quasi planetario e il gioco del biliardo ricomincia ad appassionare, tanto che anche in Italia nel 1983 una macchina da presa entra in una sala biliardo con Francesco Nuti nel suo “Io, Chiara e lo Scuro” dove lo Scuro non è altri che il campione professionista Marcello Lotti.  Nel 1986 Martin Scorsese ripropone quelle ambientazioni nel film “Il colore dei soldi” sempre con Newman e Tom Cruise, meritando la pellicola il riconoscimento di essere uno dei più grandi film sul biliardo e sul mondo dei giocatori [3].

Alla fine degli anni ’80 e per un decennio circa, almeno in Italia, si assiste al proliferare delle sale da biliardo, gioco che ha ormai perso la connotazione di passatempo e la Federazione Italiana Biliardo Sportivo (F.I.Bi.S.) registra in quel periodo un numero forse superiore ai 50.000 tesserati. Oggi quel numero è pressoché dimezzato anche a causa di fattori esterni allo sport stesso; crisi economiche ricorrenti, la pandemia sempre in agguato, hanno determinato un progressivo allontanamento dal tavolo da gioco.

Comunque, come ogni sport, anche il biliardo ha quella che potremmo definire una “etichetta” che deve essere conosciuta e rispettata da chiunque lo pratichi. In gara è obbligatorio presentarsi in divisa e cioè indossando un gilet con cravatta o papillon, stringere la mano dell’avversario prima e dopo la partita e poi sedersi quando gioca l’avversario; infatti rimanere in piedi significherebbe far pensare ad una sottovalutazione delle sue capacità sbagliando il tiro. Ma anche il pubblico ha l’obbligo di rispettare delle regole, che vanno dal silenzio in sala al divieto di fumare – questo potrebbe determinare una diminuita scorrevolezza del tappeto verde – compreso quello di bere.

Attualmente il livello di gioco è molto alto ed assistere ad una competizione potrebbe dare l’impressione di una scontata disinvoltura nell’esecuzione dei colpi dove, magari, non vedremo mai un tiro spettacolare e, quando questo lo si effettua, a volte è finalizzato non all’esibizione bensì alla correzione di un errore di giudizio o ad un cambiamento di strategia dell’avversario.

Proprio sulla capacità tecnica di esecuzione dei colpi, rivelatrice è una frase pronunciata da Roger Conti, uno tra i più grandi giocatori di sempre:”Un giocatore medio stima di saper fare un punto quando lo realizza una volta su cinque. Un grande giocatore che manca un punto su cinque, stima di non saperlo realizzare” [4].

Stefano Ferrarese

[1] Giuseppe Di Corrado, https://www.fibis.it/images/storia_del_biliardo.pdf, 13 ottobre 2022
[2] https://pulcinella291.forumfree.it/?t=78478856, 12 maggio 2021
[3] Pierpaolo Festa https://www.film.it/film/foto/dettaglio/art/il-colore-dei-soldi-30-anni-scorsese-newman-cruise-47323/, 18 ottobre 2022
[4] Giuseppe Di Corrado, “Il passato è la molla del futuro” https://www.fibis.it/images/storia_del_biliardo.pdf, 20 ottobre 2022

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