Storia di una ladra di libri. La letteratura come mezzo per non perdere la propria umanità.

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Delicato e intimista, lieve e fiabesco, Storia di una ladra di libri è un film che sorprende per la forza delle immagini poetiche evocate, per la capacità di mettere in scena un dramma che parla della Shoah tingendolo con i toni caldi della luce fioca di una lampada al cui chiarore è ancora possibile, nonostante tutto, leggere storie, giocare e sognare con le parole.

La vicenda è ambientata in Germania, tra la fine degli anni trenta ed i tragici eventi della seconda guerra mondiale. Alcuni richiami al pogrom del novembre del ’38 (la notte dei cristalli), all’assurda caccia all’ebreo, ai roghi di libri, all’indottrinamento ed alla propaganda del regime mostrano la scelleratezza dell’ideologia nazista. E le sequenze dei bombardamenti, le scene del distacco dai famigliari di chi parte per il fronte delineano con pochi ma fermi tratti la crudeltà e la follia della guerra.
Il film, però, più che essere focalizzato sul racconto storico (quasi uno sfondo a quanto realmente narrato), si concentra sulla vicenda intima della piccola Liesel, una bambina adottata da una coppia di tedeschi, cui viene affidata dalla madre di lei che non può più tenerla con sé, in quanto perseguitata dal regime. Liesel, che ha perso il fratellino durante il viaggio verso la famiglia adottiva, si ritrova all’improvviso sola, in un contesto ostile che non riesce a riconoscere come proprio, disorientata e priva di punti di riferimento.

storia di una ladra di libri brian percival

Ma trova la forza di reagire al grigiore in cui è piombata, oltre che nell’affetto del padre adottivo, Hans – il primo ad esserle vicino e, soprattutto, colui che le insegna a leggere, che le rivela il segreto per decodificare gli oscuri segni stampati sulle pagine dei libri –, proprio nel rapporto con le parole. Queste rappresentano il suo sterminato mondo interiore, come icasticamente dimostra l’enorme abbecedario che Hans ha approntato in cantina per la bimba. La cantina diviene allora simbolicamente l’interiorità della bambina e l’abbecedario, col suo meraviglioso universo fatto di parole che evocano sensazioni (quando Liesel descrive a Max, un ebreo che si nasconde in cantina per sfuggire alla deportazione, il tempo che c’è fuori e, dopo avergli detto che è nuvoloso, gli parla del sole come di una perla racchiusa in una conchiglia, questi risponde che sì, ora può finalmente “vedere” il tempo), è ciò che la nutre, ciò che le impedisce di soccombere alla barbarie che la circonda, ciò che le dà la forza di continuare a sentirsi viva e di guardare al futuro.
Ed il bello, in ogni sua forma, come un fiore in un deserto che sembra non aver mai fine, come una pennellata di colore su una parete grigia, sovente irrompe nel racconto (controcanto alla voce off della Morte che scandisce le varie fasi del film) e riesce a mutare gli stati d’animo, le vicende ed a volte persino i destini delle persone.
Così è nel rifugio sotterraneo, ove a fronte delle bombe sganciate dagli aerei alleati, il suono di una fisarmonica o il racconto di una storia riescono a riportare ad una dimensione umana gli abitanti del villaggio, a far riemergere la loro emotività, a ridare smalto ad una sensibilità offuscata dagli orrori della guerra.
Così è per Max, il giovane ebreo cui sopra si faceva cenno che, costretto a rifugiarsi in una cantina per non cadere nelle mani dei propri aguzzini, riesce a superare la sua condizione di “recluso” e la malattia che lo coglie solo grazie alle storie che Liesel continuamente gli legge dai libri rubati (o, meglio, presi a prestito) dalla biblioteca della casa del borgomastro.
Ma si farebbe di certo torto al film se non si parlasse anche della splendida prova fornita dal cast: dai nomi più noti, Geoffrey Rush (tutti lo ricordiamo per il pianista impersonato in Shine, ma lo abbiamo visto e apprezzato, tra gli altri, nel recente Il discorso del re) ed Emily Watson (strepitosa ne Le onde del destino di Von Trier, nonché attrice di lungo corso ed indubbio spessore recitativo), a quelli meno conosciuti, come Sophie Nélisse, al suo secondo lungometraggio, che riesce ad interpretare con un coinvolgimento emotivo singolare per la sua giovane età il ruolo della protagonista.

Storia di una ladra di libri
Storia di una ladra di libri è un film bello ed intenso che, con i toni della fiaba, affronta una delle pagine più buie del Novecento dando voce alla minoranza silenziosa in disaccordo con l’ideologia del regime e la retorica del Reich, dando sostanza materica alla Morte (voce narrante del film che, nelle sue ripetute incursioni all’interno della storia, quasi rassicura sul destino finale dell’uomo) e regalandoci un racconto denso e toccante sul bisogno di bellezza e poesia nella vita di ognuno di noi e sull’importanza che questa può assumere.
Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: The book thief – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Germania, USA/2013 – Regia:  Brian Percival – Sceneggiatura: Michael Petroni – Interpreti: Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch, Roger Allam, Heike Makatsch, Julian Lehmann, Gotthard Lange, Rainer Reiners. – Montaggio: John Wilson – Fotografia: Florian Ballhaus – Scenografia: Simone Elliot – Costumi: Anna B. Sheppard – Musica: John Williams

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