La rischiosa inattualità della storia politica

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Almeno fino all’inizio del terzo millennio, la storia della politica era considerata quasi la regina della storia contemporanea. La sua centralità era tale che numerosi studiosi si mostravano in trepidante attesa dell’apertura di nuovi archivi che, finalmente, avrebbero consentito loro di chiarire passaggi centrali del Novecento, rimasti a lungo opachi anche per l’influenza della storiografia militante, cioè legata a precisi ambiti ideologico-politici (quando non partitici), talvolta restii a guardare al passato “laicamente”. Tuttavia, quando questi archivi sono stati finalmente aperti alla consultazione, nel giro di poco tempo si è constatato che, in modo sorprendente e quasi paradossale, in pochi li frequentavano e che la ricerca si stava rapidamente orientando verso altri campi, in alcuni casi realmente innovativi ma più spesso alquanto fumosi, tanto da ridisegnare in modo discutibile i confini della disciplina.

Perché, dunque, la storia politica in pochi anni è divenuta così inattuale e, in parallelo, si è assistito a una sorta di frammentazione interna alla storia contemporanea? A questo proposito, sembra che sia avvenuto un po’ quel che è successo nella medicina, scienza in cui si sono moltiplicati gli approfondimenti settoriali grazie ad esami specialistici sempre più sofisticati, ma spesso non si è stati più in grado di proporre una diagnosi incentrando la riflessione sul quadro clinico del paziente.

Le risposte possono essere diverse e non sempre rassicuranti. Dalla fine degli anni Novanta, le “riforme” hanno trasformato l’università in una sorta di esamificio che, senza essere connessa più di prima con il mondo del lavoro, ne ha diminuito sensibilmente la qualità. Il collegamento tra finanziamenti e numero di laureati ha necessariamente abbassato il livello della preparazione: chi si laurea, alla fine della triennale, lo fa con una tesi (che ora si chiama elaborato) di una cinquantina di pagine, che i relatori spesso neanche leggono e che generalmente viene valutata in base alla media dei voti ottenuti negli esami da chi la presenta e non per il suo effettivo valore.

È opportuno chiedersi se in questo tipo di università, non slegata da una crisi profonda che pervade anche le scuole di grado inferiore, si possano creare le condizioni per ricerche serie di giovani studiosi, tanto citati di fronte alle “incertezze” sul futuro (con un’insopportabile retorica) ma, nella realtà, ben poco stimolati e preparati dai docenti, spesso distratti e condizionati nel loro lavoro dalle necessità (per lo più economiche) di sopravvivenza degli atenei. Il personale strutturato, inoltre, è sempre più risucchiato dalla burocrazia informatica e costantemente assillato da discutibili progetti di ricerca e da frettolose pubblicazioni, elaborate per sottrarsi alle reprimende dell’Anvur. Dove trova il tempo di andare in archivio e di studiare, per dare alle stampe saggi e libri realmente meditati, scientificamente solidi e aggiornati dal punto di vista storiografico?

I meccanismi che regolano l’università (e influenzano i concorsi, in particolare quelli per il reclutamento dei ricercatori), dunque, portano ad abbreviare i tempi della ricerca, con il risultato di semplificare (quando non di banalizzare) la trattazione dei temi più disparati e, talvolta, di far passare l’ovvio per intuizione innovativa o, addirittura, l’edito per inedito. E si può capire anche questo: leggere e recensire libri è quasi una perdita di tempo perché “non fa curriculum” e, quindi, non presenta alcuna convenienza. La conseguenza ultima sembra essere quella di ridimensionare fortemente lo spessore di una riflessione storica, le monografie ormai si contano e non si pesano. Tanto, in fondo, chi le legge?

La riflessione pubblica sulla storia, tema collegato al modo in cui la materia è studiata nelle università e al mutato ruolo degli editori (spesso divenuti meri stampatori interessati quasi esclusivamente ai soldi per sopravvivere sul mercato), è talvolta occasionata da una fiction per la TV o da un’iniziativa legata ad un anniversario. Ma cosa rimane di queste contingenze di fronte alle velocità con cui scorre il presente, dominato dai vari social network (facebook, twitter, instagram, etc.) ai quali si affidano le riflessioni più intime come i programmi politici (slogan, in realtà) per “condividerli” in uno spazio virtuale che ha ben poco a che vedere con la realtà ma, più precisamente, ne è una sua fuorviante virtualizzazione? Insomma lo scarso approfondimento della storia, nei luoghi dove si dovrebbe studiare, non è forse connesso anche con la percezione del passato nell’epoca che stiamo vivendo?

Certo, si può pensare che questo quadro sia eccessivamente negativo e che vi siano risposte meno preoccupanti alla domanda iniziale sulla scarsa frequentazione degli archivi da parte degli storici, soprattutto di quei fondi che riportano all’ex “regina” storia politica. Per esempio, è vero che la storia della politica (e dei partiti) era troppo protagonista rispetto ad altre branche della storia contemporanea e che i piani dello sviluppo storico erano (e sono) vari, oltrepassano le vicende della politica e ci portano verso il costume (storia della moda, storia del cibo) o verso nuove branche della storia sociale (storia dello sport, storia del cinema e storia della musica).

Insomma studiare la storia politica, durante il Novecento strettamente legata alla storia intellettuale (al contrario di oggi), non poteva essere sufficiente per comprendere il passato di fronte a domande inevitabilmente nuove e rischiava, anzi, di essere una sorta d’ingombrante ostacolo a una forma più moderna e “duttile” di approfondimento. Troppi eventi e date da collegare (anche per la tendenza a ritenere erroneamente che la storia – non solo della politica – sia una somma di nozioni), troppi documenti e distinguo da considerare: esisteva il rischio di scrivere una storia evenemenziale senza inquadrare adeguatamente i processi storici di lungo periodo e non tenendo abbastanza in conto l’interdisciplinarietà. Era forse il momento di aprirsi ad altri ambiti, come quando si era capito che i manuali di storia (almeno quelli italiani) erano troppo eurocentrici e che era necessario dedicare maggiore spazio agli altri continenti per comprendere meglio il rapporto tra gli scenari nazionali e il contesto internazionale, visto davvero nella sua globalità.

Però, se alla storia politica era opportuno affiancare altre ottiche attraverso cui osservare il passato, forse dimenticarsi della storia politica, quasi espulsa anche dal dibattito pubblico, non si è rivelata una tendenza molto produttiva per l’acquisizione di un senso critico. Né per la qualità della ricerca storica, spesso sostituita da amabili chiacchiere sul passato, sostanzialmente slegate dalle fonti primarie che, appunto, necessitano di troppo tempo per essere analizzate rispetto alle esigenze del momento storico attuale. Né per la qualità dello stesso dibattito pubblico, totalmente appiattito sul presente e, quindi, privo di spessore perché lontano dall’idea che il tempo abbia più di una dimensione e che, insieme al “momento” (non il presente ma proprio il singolo attimo), esista il passato (prossimo e remoto), senza la conoscenza del quale è arduo progettare utilmente il futuro.

Ecco che il discorso, quasi naturalmente, si sposta dunque sull’attualità e sul valore che può avere oggi la storia nella costruzione di un senso civico e di un’identità, nazionale ed europea. Sembra che il passato non conti più per quasi nessuno, che sia diventato un inutile fardello da dimenticare per guardare avanti. Ma verso che cosa?

Durante il fascismo, proprio nel progettare il futuro, gli antifascisti studiavano il passato per capire innanzitutto come dall’Italia Liberale si fosse generato un sistema totalitario (ancorché “imperfetto” per la presenza sulla scena pubblica di Vittorio Emanuele III e del Vaticano) che, anziché ampliare i diritti civili, politici e sociali dopo la tragedia della Prima Guerra Mondiale (lo avevano sperato i democratici come Gaetano Salvemini), in pochi anni li aveva ristretti con la violenza fino a cancellarli. Ciò era avvenuto in un contesto, quello europeo, in cui tra gli anni Venti e Trenta le varie forme di autoritarismo avevano prevalso sulla prospettiva liberaldemocratica e in cui, guardando alla sinistra, il socialismo democratico e quello liberale di Carlo Rosselli si trovavano in una condizione di grande debolezza rispetto al comunismo sovietico incarnato dalla dittatura staliniana.

Eppure, ridotti forzatamente al silenzio gli oppositori, le minoranze più coscienti, prima del nuovo devastante conflitto mondiale e durante la Resistenza (insieme guerra civile, guerra di liberazione nazionale e guerra di classe, per dirla con l’indimenticato storico Claudio Pavone), non si erano rassegnate. Avevano, per esempio, rivisitato a fondo il Risorgimento e il suo esito, tentando di capire cosa non avesse funzionato e come si potesse costruire (per gli azionisti come Leo Valiani, Vittorio Foa, Ferruccio Parri e Riccardo Lombardi attraverso una rivoluzione democratica) un futuro di libertà e sviluppo dopo la sconfitta del nazifascismo.

Gli antifascisti, tra cui i federalisti Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, non avevano dimenticato che entrambe le guerre mondiali erano nate dall’aggressività insita nella politica di potenza e nei nazionalismi (oggi tornati molto di moda), generalmente coniugati con il razzismo. Conoscevano i rischi dello “scioglimento” delle istanze delle masse nella volontà di un capo (o di un élite), che si era arrogato il diritto di rappresentarle declinando in modi diversi (a seconda del momento e delle convenienze) l’idea di patria e quella di “nemico interno”. Un nemico che, naturalmente, minava l’interesse nazionale mentre, in realtà, serviva per nascondere le bugie di regime, le inefficienze del sistema e gli insuccessi, innanzitutto economici (il corporativismo si rivelò subito un’iniqua e illusoria terza via tra socialismo e capitalismo) e militari.

Gli antifascisti avevano capito che il populismo, pur partendo dal “basso” per promuovere profondi cambiamenti nella società e nel suo rapporto con la politica, nel senso di un ampliamento dei diritti e di un decentramento dei poteri (si pensi non tanto all’America Latina novecentesca quanto all’Ottocento, al populismo delle origini in Russia e al socialismo agrario o al populismo statunitense e alla democrazia rurale), poteva tradursi in una restrizione delle libertà. Il populismo, oggi più che mai parente stretto del sovranismo nazionalista, poteva dunque portare non a un’acquisizione di diritti per il popolo, ma soltanto a una sua maggiore visibilità.

Una visibilità, scambiata per centralità e rappresentata plasticamente dalla mobilitazione capillare intorno a parole d’ordine tanto “forti” quanto vuote, che affidava il futuro attraverso il consenso passivo (prodotto proprio nei regimi totalitari) a nuovi assetti di potere piramidale, tutt’altro che rispettosi delle più elementari libertà e in aperta contraddizione con gli “annunci” di un mondo nuovo. Assetti di potere capaci di utilizzare al meglio la propaganda, sempre più raffinata grazie all’affermazione dei moderni mezzi di comunicazione di massa come la radio e il cinema, prima ancora della televisione, che oggi sono stati sostituiti dal web.

Ma la propaganda si è fatta anche in tempo di (relativa) pace nel secondo dopoguerra (pure nel mondo “libero”) e, proprio grazie agli sviluppi del mondo telematico, oggi ci troviamo forse di fronte a rischi più subdoli, a un condizionamento delle menti che, ripercorrendo scenari argutamente anticipati da George Orwell o da Philip Dick, potrebbe aprire le porte a una sorta d’inquietante totalitarismo informatico. Un sistema non certo in contraddizione con la globalizzazione economico-finanziaria, in cui anche i meccanismi di sfruttamento del lavoro sono sempre più raffinati e pericolosi.

La Costituzione repubblicana, prodotta da tutte le culture politiche antifasciste, aveva rappresentato una risposta plurale di laici e cattolici di diversa estrazione ideologica, (democristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, azionisti, repubblicani e liberali) al fascismo e, nonostante la Guerra Fredda avesse portato a una democrazia “bloccata” dall’impossibilità di un’alternanza al governo per il persistente legame del PCI con l’URSS, ha resistito fino ad oggi perché ha ricostruito le fondamenta di un paese guardando alla sua storia.

Tuttavia, al netto dei solenni richiami alle radici antifasciste della Repubblica, poco sentite da una parte rilevante del mondo politico e della società, ci si è ormai dimenticati di chi ha scritto la Costituzione e delle ragioni storiche nel nome delle quali è stata elaborata. Questa dimenticanza ha un rapporto con la scarsa rilevanza della storia politica (e si deve aggiungere della storia tout court) nel dibattito pubblico?

È ragionevole pensare che sia così, in un periodo in cui la politica appare slegata dalla sua storia esattamente come la cosiddetta società civile, attraversata da una perdita di “senso” in perfetta armonia con il culto dell’attimo. Di fronte al dogma dell’immediatezza, il passato (con la sua complessità e i suoi ricorrenti incubi) non esiste più e il futuro (anche prossimo) è sostanzialmente irrilevante.

Scriveva Antonio Gramsci, nel febbraio 1917, sul numero unico della rivista La città futura:

Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti […] L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.

Dopo oltre un secolo si può affermare che l’indifferenza, purtroppo, continua a operare passivamente nella storia, ma anche che l’indifferenza verso la storia è un nemico mortale della coscienza e della costruzione di un futuro possibile nella libertà. Cerchiamo di non distrarci troppo, ne vale la pena. La storia non sarà proprio magistra vitae, come scriveva Marco Tullio Cicerone nel I secolo a. c., ma qualcosa dovrebbe insegnarci.

Andrea Ricciardi

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