Le Quattro Giornate di Napoli. Una pagina di Storia volutamente dimenticata

Quattro Giornate di Napoli
history 8 minuti di lettura

Le Quattro Giornate di Napoli sono ufficialmente ricordate e definite come una insurrezione popolare contro le forze di occupazione tedesche, avvenuta tra il 27 ed il 30 settembre 1943.

La genericità della definizione, tra l’altro accettata a vario titolo un po’ da tutti, nasconde però il motivo per il quale lentamente quella rivolta stia scendendo anno dopo anno nell’oblio dei ricordi nazionali, con l’esclusione ovviamente di Napoli e della sua cittadinanza. Per arrivare a capire i motivi di questi attacchi massicci alla specificità del fatto storico, bisogna inquadrare velocemente il periodo nel quale ha avuto luogo.

Nel 1940, allo scoppio della guerra, Napoli contava poco meno di un milione di abitanti e se ricomprendiamo nel computo anche le aree limitrofe, il numero sale a un milione e settecento mila residenti; in pratica la prima città italiana per numero di abitanti. Il Regime fascista aveva dato un grande impulso all’espansione della prima metropoli del Sud Italia ma tutto cessò con l’inizio del conflitto, pur rimanendo Napoli una città di importanza strategica per la presenza del suo porto da dove partivano le navi con i rifornimenti per i combattenti in Africa Settentrionale.
Il primo bombardamento, la città lo ebbe nel 1940 e per altri tre anni, fino al 1943, ne subì ben 105 che causarono circa 30.000 morti oltre la completa distruzione di siti produttivi e abitazioni.
Va detto anche che una parte rilevante di questi bombardamenti indiscriminati aveva finalità che potremmo definire terroristiche in quanto effettuati anche per demoralizzare la popolazione, se solo pensiamo a quello del 4 Agosto del ’43 che causò 3.000 morti tra i civili.

Intanto si arriva all’8 settembre che coincide con due fatti molto importanti: l’armistizio dell’Italia con le forze Alleate e lo sbarco delle stesse a Salerno con una rapida avanzata che li porterà ad ‘appena’ 40 chilometri dal capoluogo, prima di essere bloccati dal contrattacco dei tedeschi.
A Napoli, come nelle altre città italiane, regnava l’indecisione e l’incertezza delle autorità militari che non presero alcuna iniziativa per fronteggiare la possibile reazione tedesca.
Di fronte ad una situazione chiaramente divenuta ingestibile, si raggiunse il paradosso quando il Comandante della piazza di Napoli disse ai suoi disorientati ufficiali rimasti senza ordini: ”Cercate di non tergiversare, non irritate i tedeschi e trattate bene gli inglesi che stanno per arrivare” [1].
Intanto i tedeschi presenti in città, oltre ad organizzare le difese per bloccare l’arrivo degli americani, devono iniziare a fronteggiare i primi gruppi di resistenza armata formata da semplici cittadini, marinai e carabinieri che non avevano gettato le armi.
È probabile che la scintilla della rivolta che diede vita alle Quattro Giornate sia stata accesa sulle colline del Vomero dal professore Antonino Tarsia del liceo classico “Sannazzaro” che con i suoi studenti dell’ultimo anno di liceo, prese l’iniziativa di iniziare gli scontri.

Ma tutta Napoli si stava organizzando, così come che fecero una ventina di lungodegenti dell’“Ospedale degli Incurabili” che pazientemente avevano nascosto nelle bare della camera mortuaria pistole e fucili ed ora erano pronti ad adoperarle per difendere il ‘loro’ ospedale, mentre le donne dei Quartieri Spagnoli occupavano semplicemente con presenza fisica gli stretti vicoli impedendo alle pattuglie tedesche di muoversi in quella ragnatela impenetrabile di stradine.
Come riportano i resoconti storici, la rivolta delle quattro giornate ebbe inizio alle nove di mattina del 27 settembre quando fu ucciso a sangue freddo un marinaio che tentava di bere ad una fontanella. La scintilla scoppiò, come abbiamo visto prima, dal Vomero per propagarsi velocemente in tutti gli altri quartieri.
Così scoppiò l’insurrezione di Napoli, senza essere né preparata né tanto meno organizzata. Alternative non ce ne erano; tutti si ritrovarono sulle barricate. Gente comune, poeti, scrittori, cantanti alle prime armi come il futuro re della canzone napoletana Sergio Bruni che rimase ferito e non meno di 150 ‘femminielli’ la cui comunità gravitante nelle zone di Piazza Carlo III, prese parte agli scontri affiancando in un estremo gesto d’amore i propri fidanzati per non abbandonarli in quel momento tragico.
È opportuno soffermarsi sulla figura del ‘femminiello’ perché Napoli ci consegna una diversa lettura di queste persone, forse unica nel suo genere. Ce ne erano, come ce ne sono, diversi in ogni quartiere e ieri come oggi, sono parte integrante di quel microcosmo che è la vita del vicolo. Molti prestano assistenza agli anziani o sorvegliano i bambini all’uscita di scuola.
Il fatto che nella lingua napoletana sia stato inventato un termine, appunto ‘femminiello’, che altrove non esiste è sintomatico dell’importanza di questa figura nella cultura urbana” come afferma il prof. di Psicologia Clinica Paolo Valerio della Federico II [2].

Quattro giorni in cui Napoli fu costellata da scontri quartiere per quartiere, vicolo per vicolo, dove la forza della disperazione venne incarnata dal sacrificio degli ‘scugnizzi’ ai quali oggi Napoli ha dedicato un monumento.
Il 1° ottobre cessarono i combattimenti e i tedeschi si ritirarono anche perché al loro comandante non venne posta alcuna restrizione.
Questo, in sintesi, è quanto richiesero i napoletani come puntualmente riportato da Nanni Loy nel film del 1962 “Le quattro giornate di Napoli”, unica produzione cinematografica dedicata a questo avvenimento.
Quel 1° ottobre del 1943 anche il Vesuvio sembrò deporre le armi, cessando di fumare dopo la terribile eruzione che aveva avuto luogo proprio nei giorni degli scontri. “S’è levato ‘o cappiell’ “dissero i napoletani, interpretando quell’evento come un gesto di deferenza nei confronti della popolazione stremata.

Ma ritorniamo ora all’oggetto di questo articolo ricollegandoci direttamente con il film di Loy perché le due cose sono strettamente collegate. L’opera, del 1962, si inserisce nel filone dei film con tematiche legate alla Resistenza che dagli inizi degli anni ’60 aveva ripreso nuovo vigore e non a caso; a livello politico si facevano le prove per una compartecipazione al governo del P.S.I. – il famoso centrosinistra – mentre iniziavano le prime contestazioni operaie che sfociarono poi nell’ ‘Autunno caldo’ del 1969. In questo contesto dinamico della società, Nanni Loy si spinge più avanti offrendo una lettura dell’evento fuori degli stereotipi ufficiali dell’epoca; il processo che muove le persone comuni a porsi sulla strada della ribellione non viene più percorso in forma individuale ma coinvolge le masse di una intera città.
Il film è improntato al massimo realismo possibile e, a dire il vero, l’intensità di molte sequenze non sono di qualità inferiore a quelle a cui siamo abituati oggi.
Buona parte del merito va assegnato indubbiamente alle capacità espressive e di immedesimazione degli attori, in pratica tutti napoletani, se si escludono G.M. Volonté, Lea Massari e Jean Sorel, star del cinema dell’epoca. Il senso di partecipazione corale al film venne poi suggellato dal fatto che attori e comparse napoletane volontariamente non percepirono alcun compenso, ‘regalando’ la loro arte alla città, come contributo morale.
Il film – candidato all’Oscar nel ’62 come miglior film straniero e vincitore nel ’63 del Nastro d’Argento – alla sua uscita è subito investito da critiche di ogni genere non solo in Italia ma anche in Germania fino a sfiorare l’incidente diplomatico. L’accusa è di aver offeso i soldati tedeschi addirittura per mano di “quattro straccioni napoletani”, come lamentò l’allora ambasciatore in Italia, Manfred Klaiber.
Se la retorica iniziale della Sinistra italiana fa la voce grossa contro le lagnanze tedesche, i centristi democristiani cominciano a balbettare qualche timida accusa nei confronti del film e di Loy, reo di aver ostentato nell’ultima scena del film immagini di un popolo in festa per la fine della ‘loro’ guerra e non per l’arrivo di soldati con la bandiera a stelle e strisce come era consigliato fare.

Napoli si era liberata da sola, prima città europea a farlo, e le colonne dei soldati tedeschi in ritirata per nulla disturbati dalla popolazione festante, dimostrava ancora una volta che la città aveva combattuto per non morire, per sopravvivere, e non per il riscatto nazionale contro lo straniero invasore.
Tale aspetto, forse preponderante ma non esclusivo, irritò molto il mondo della Sinistra ed in primo luogo il Partito Comunista che cercava di serrare le fila di quel movimento resistenziale sviluppatosi sotto l’ombrello dei Partiti facenti parte del C.L.N. Gli insorti, ed è qui il punto di frizione, non combattono per l’onore nazionale ma per la loro sopravvivenza e questo accelera la ‘retrocessione’ delle Quattro Giornate ad un fatto marginale, di poco conto, gestito senza una guida politica, caotico, e quasi immorale se vogliamo considerare dei patrioti anche quei 150 ‘femminielli’.

Se questo, in linea generale, è stato l’orientamento e il giudizio dei leader politici che avevano guidato la Resistenza, paradossalmente si assiste ad opera di una storiografia dichiaratamente meridionalista, all’esaltazione proprio di quello spontaneismo popolare, utile da contrapporre senza tante remore alla “Resistenza del Nord”..
Insomma si riscontra un utilizzo potremmo dire ‘privato’ di un fatto pubblico tanto da giustificare qualunque dichiarazione utile ad ognuno degli schieramenti.

Forse l’ultimo libro di Giuseppe Aragno, “Le Quattro Giornate – Storie di antifascisti”, scritto incrociando dati e testimonianze con ciò che risulta dal Casellario Politico Centrale, può restituirci una verità da condividere necessariamente, qualunque possa essere la nostra personale idea. Il libro ha il coraggio storiografico di affermare come nessuna rivolta popolare sia stata così negata, sminuita, come le Giornate di Napoli, fino ad insinuare il dubbio che invece dei circa 2.000 partecipanti alla rivolta si trattasse di qualche sparuto gruppo di ‘teste calde’, negando i 170 morti fra i combattenti oltre i 70 e più rimasti invalidi.
Alla città di Napoli fu concessa la Medaglia d’Oro al Valore oltre le quattro concesse alla memoria degli ‘scugnizzi’ morti ma, forse, a diradare per sempre ogni ingiustificato dubbio sull’importanza delle Quattro Giornate è la parte finale della motivazione per la concessione della medaglia: ”Con il suo glorioso esempio additava agli italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria”.

Stefano Ferrarese

[1] Corrado Barbagallo “Napoli contro il terrore nazista” ed. Maone
[2] Paolo Valerio – Intervista a “L’Espresso” 2017
[3] Giuseppe Aragno “Le Quattro Giornate – Storie di antifascisti” ed. Intramoenia

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article