Storie dal Niger e dal Sahel: ce ne parla Giacomo Zandonini

Niger
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Per provare a raccontare dei paesi dell’Africa, in particolare del Niger abbiamo avuto la fortuna della disponibilità di Giacomo Zandonini giornalista freelance che spesso è stato sul campo e quindi porta in dote conoscenze e esperienze preziose.

Giacomo Zandonini è un giornalista italo-svizzero il cui lavoro ha esplorato la mobilità, le identità e le politiche europee nel Mediterraneo e nell’Africa occidentale. Ha pubblicato per Al Jazeera, The Guardian, Der Spiegel, Mediapart, Deutsche Welle, The Correspondent, The New Humanitarian e altri media. Ha contribuito a indagini su violazioni dei diritti umani, programmi di sorveglianza, corruzione e distrazione di fondi pubblici. Dal 2016 ha lavorato a lungo in Niger, dove ha contribuito a due documentari sulla mobilità e il contrabbando e ha condotto ricerche sul campo per la Global Initiative Against Transnational Organised Crime, Concord Europe e Privacy International. Ha ricevuto un Migration Media Award nel 2017 e una menzione speciale al Trues Story Award nel 2019. È membro della redazione di Migration di Fada Collective e Lighthouse Reports.

In una sua presentazione scrive di sé: “Cerca di sottrarre all’oblio e al rumore mediatico storie minori, capaci di gettare luce sul mondo che ci circonda”. Ci racconta una di queste illuminanti storie minori? E cosa significa, tra difficoltà e opportunità, per un giornalista raccontare di uno o più paesi dell’Africa?

Per esempio una storia che mi ha colpito, su cui ho lavorato abbastanza a lungo, è stata quella delle donne che lavoravano con i migranti in transito nel nord del Niger. Sapete che l’odierno Niger occupa un territorio che storicamente fa da cerniera tra centri urbani nell’Africa occidentale e le sponde mediterranee del nord Africa. Negli ultimi decenni, milioni di persone sono passate attraverso il paese, per raggiungere in particolare la Libia e l’Algeria, in cerca di opportunità migliori di vita. Un viaggio duro, attraverso il deserto del Sahara. Dal 2015, i paesi europei hanno deciso di intervenire per fermare questi movimenti, con l’obiettivo di evitare che queste persone raggiungessero il Mediterraneo e pensassero magari di attraversarlo. Quindi hanno dato soldi al governo del Niger, rafforzato la cooperazione, formato e appoggiato la polizia locale, contribuendo a far arrestare centinaia di autisti, che trasportavano persone attraverso il Sahara. Questa storia è stata raccontata, anche se spesso superficialmente. Mi aveva colpito però un aspetto che nessuno aveva toccato: un effetto secondario di queste politiche di contenimento delle migrazioni è stato che molte donne, che lavoravano come cuoche per le persone in transito dal Niger, soprattutto nella città di Agadez, hanno perso il lavoro. Questo ha avuto un impatto profondo sulle loro vite: quegli stipendi, di poche decine di euro al mese, permettevano di mandare a scuola i figli e di ritagliarsi spazi di autonomia rispetto ai mariti. Ho passato dei giorni con alcune di queste donne, sono stato nelle loro case, spesso capanne di fortuna, e ho cercato di restituire questa dimensione. Politiche decise a Bruxelles o Roma, arrivavano ad impoverire donne semi-analfabete in una città alle porte del Sahara, senza che nessuno se ne interessasse, e con il paradosso che l’UE usava spesso, per realizzare queste politiche, soldi della cooperazione allo sviluppo, che servirebbero a ridurre la povertà.

Qualche settimana fa a Maradi nel sud del Niger morivano una trentina di bambini a causa di un incendio di aule costruite con paglia e legno. Non era la prima volta: ad Aprile era successo anche nella capitale Niamey. Uno dei tanti aspetti in cui si esplicitano le drammatiche condizioni socio-economiche del paese. Riusciamo a farne un quadro più ampio?

Ci vorrebbe una giornata intera, o meglio un libro intero. Comunque il Niger è purtroppo noto per un triste record, ovvero per aver mantenuto quasi costantemente nell’ultimo decennio l’ultima posizione dell’Indice di sviluppo umano, una graduatoria pubblicata annualmente dal programma di sviluppo dell’ONU (UNDP), per valutare in qualche modo come si vive in ogni paese del globo, partendo dai servizi ai cittadini, dal welfare, dalla sanità, dall’istruzione. Una misura alternativa a quella del prodotto interno lordo. Ma sappiamo che il PIL e la sua crescita sono alla base delle politiche internazionali. Quindi l’altro dato è che il Niger ha avuto, da alcuni anni, una crescita del PIL da record, che ha superato il 5 per cento. Ma questo reddito prodotto, legato soprattutto a grandi opere costruite con capitali stranieri, dalle strade a aeroporti, hotel e progetti di edilizia, rimane nelle mani di pochissimi. Intanto siamo anche in un paese che ha l’età media più bassa del pianeta, circa 15 anni, in cui ci sono da decenni problemi di gestione delle risorse, acqua e terra, che hanno favorito la nascita di conflitti locali, spesso trasformatisi in guerre internazionali, in cui è entrato in gioco il jihadismo globale. Le Nazioni Unite parlano di ‘povertà multidimensionale‘ e non vorrei che poi questa etichetta della povertà oscurasse le ricchezze del paese, culturali, storiche, artistiche, musicali.

sahel

Il Niger ospita molti militari di diversi paesi a cominciare dai francesi che storicamente hanno interessi da difendere come le miniere di uranio ad esempio, agli americani con tre basi e una è la più grande base di droni in Africa), a noi italiani che oltre al contingente dovremmo avere cominciato a costruire una base autonoma. Terrorismo, controllo delle rotte dei migranti, stabilità dei paesi del Sahel? Non mi pare che questo interventismo militare abbia stabilizzato il Sahel di cui il Niger fa parte e dove ci sono stati attentati anche durante le elezioni a cavallo tra il 2020 e il 2021.

È un argomento complesso. L’intervento militare occidentale è sempre più criticato, soprattutto nelle ex colonie francesi della regione, dove si sta diffondendo a macchia d’olio un sentimento anti-francese, o meglio contro la presenza di militari francesi, e più in generale occidentali. L’ultimo esempio sono state le proteste contro il passaggio di un enorme convoglio militare francese, arrivato via mare in Costa d’Avorio e poi passato da Burkina Faso e Niger, per arrivare nel nord del Mali. Sia in Burkina Faso che in Niger, gruppi di cittadini si sono organizzati per bloccare questi convogli. Qualcosa che non era mai successo prima. In Niger, ci sono stati dei colpi di arma da fuoco, non sappiamo ancora se da parte dei militari francesi o di quelli nigerini che li scortavano in parte, e tre persone sono state uccise. Un episodio che segnala la distanza, direi incolmabile, tra il sentire popolare e la presenza militare occidentale. L’idea è infatti che la presenza di tutti questi eserciti stranieri, non abbia portato a risultati concreti. In effetti è così, la situazione è peggiorata. Poi l’analisi è più complessa, ma quello che passa è che i militari europei fanno i loro interessi, non quelli dei nigerini.

Lei si occupa costantemente delle migrazioni e dei migranti. In più di un’occasione ha invitato a non banalizzare a cominciare dai numeri troppo spesso utilizzati come clava dimenticando che la stragrande maggioranza degli spostamenti avviene dentro gli stessi paese e all’interno del continente africano. Quale altra cattiva informazione viene fatta in proposito? Nel e dal Niger partono molti migranti e in quale direzione?

Non si parla di migrazioni dentro l’Africa, di migrazioni indotte dallo sfruttamento operato da società occidentali, da politiche si sfruttamento delle risorse appoggiate dai governi occidentali. I cittadini del Niger si muovono in Libia, Algeria e Nigeria, soprattutto, ma anche Ghana e Costa d’Avorio, per cercare lavori stagionali, mantenere le famiglie. Ma è vero, ai media europei questo non interessa per nulla.

Le elezioni legislative e presidenziali – molto partecipate con il 70% circa di affluenza – hanno lasciato intatto il potere nelle mani dell’ex-presidente Mahamadou Issoufou che dopo due mandati ha spinto per l’elezione del suo ex ministro dell’Interno, Mohammed Bazoum e nel nuovo governo (primo avvicendamento democratico) e ha piazzato suo figlio a capo del ministero petrolio. Come si regge e come è strutturato il potere politico ed economico in Niger, un paese dove oltre il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà ed ha un’età media di 16 anni?

Il potere è nelle mani di un’élite. Nell’ultimo decennio si è consolidata in modo molto forte, escludendo violentemente dei possibili avversari e circondandosi di sostegno economico e finanziario, a livello di partnerships internazionali come di potenti famiglie d’affari locali e anche di personaggi con interessi nei traffici internazionali di stupefacenti, armi, oro. Risorse vitali per continuare a vincere le elezioni, a mantenere sotto tranquillo l’esercito per evitare nuovi colpi di stato.

Una delle sue passioni è il basket, da dove viene? Ci ha mai giocato durante i tuoi viaggi in Africa? Che ci puoi dire del basket africano?

Ci giocavo da ragazzo, ho ripreso da poco, ma in realtà non so molto di basket in Africa.

Qualche mese fa l’inviato di Jeune Afrique, François-Xavier Freland ha raccontato di alcune donne nigerine che fanno parlare di sé per le loro capacità tra la chirurgia d’avanguardia, il cinema, il microcredito, l’arte plastica, l’aiuto ad altre donne. Lei chi intervisterebbe in Niger o in una altro paese del Sahel? E perché?

Intervisterei personaggi che stanno nell’ombra ma tirano le fila del potere: uomini d’affari che estraggono e vendono illegalmente oro, che poi arriva negli Emirati, in Qatar, per esempio. Intervisterei alcuni notabili della comunità tuareg che hanno negoziato il rilascio di ostaggi catturati da gruppi jihadisti. Intervisterei persone anziane, donne e uomini, che hanno assistito alla storia del paese, in zone periferiche, per esempio nelle montagne dell’Air, o nelle zone rurali del centro-sud. C’è una memoria collettiva che deve emergere. Intervisterei attori e registi della prima ondata del cinema del Niger, che negli anni 60-70 era all’avanguardia, ed oggi sta tornando sugli schermi con alcune produzioni di media grandezza, molto interessanti.

Pasquale Esposito

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