Storie di donne: Marica e Giulia con Gratosoglio autogestita

Gratosoglio Milano
history 9 minuti di lettura

Sono giorni che mi frulla nel cervello una domanda: “Ma se fossero le donne ad avere la leadership mondiale con le loro storie con i loro sentimenti ci ritroveremo davanti a cosi tante guerre”?
Ovviamente non ho una risposta. Per ora mi limito a raccontarvi due belle storie di donne che lottano per cambiare anche i quartieri di appartenenza, che costruiscono i loro percorsi di vita e con i loro percorsi aiutano la comunità. Questa è la storia di due di loro, Marica e Giulia, che insieme al gruppo Gratosoglio Autogestita (GTA) cercano di creare e far crescere una comunità. Siamo alla fine della parata a cui hanno preso parte.

Quanti anni hai Giulia?
Ventisei.
Voi siete del GTA. Che cos’è il GTA?
GTA significa Gratosoglio autogestita. È uno spazio che nasce sei anni fa. Prima ci incontravamo al laboratorio di quartiere di Gratosoglio. Siamo nati da una realtà che si chiamava GratoSoul , che era formata da adulti e che adesso non c’è più. Abbiamo iniziato a creare attività e iniziative in quartiere. Poi abbiamo chiesto all’Azienda lombarda per l’edilizia popolare (ALER). Perché sentivamo l’esigenza di uno spazio dove poter realizzare eventi e iniziative. Uno spazio che fosse una base, che fosse sentito come un luogo del quartiere. Ma dopo un anno di tira e molla non è successo nulla. Quindi abbiamo deciso di occupare lo spazio in cui abbiamo la nostra sede. È un ex fienile, abbandonato ormai da più di trent’anni. Quando siamo arrivati noi c’era sterpaglia davanti e le carcasse di piccione dentro, insomma era invivibile. Piano piano lo stiamo mettendo a posto e vorremmo che diventasse il luogo del quartiere per tutte le fasce d’età. Noi come ragazzi ne sentivamo l’esigenza. Ma credo proprio che sia un’esigenza sentita in tutto il quartiere, quella di uno spazio dove potersi esprimere. Uno spazio che non sia un servizio dove tu vai, ti dicono che cosa c’è a disposizione, e diventi un fruitore, ma uno spazio dove tu puoi decidere le cose che vuoi fare e che vuoi proporre.
Spesso i centri sociali sono stigmatizzati. A volte risulta difficile lavorare con le altre realtà. Perché siamo visti come quelli che stanno in un posto che non è legale. Sarebbe bello riappropriarsi degli spazi, nel senso di creare spazi di vita nelle periferie che ne sono sprovviste. Non ci dovrebbe essere lo stigma, ma dovrebbe essere qualcosa di valorizzato per quello che apporti alla comunità.
In realtà, noi vorremmo anche farci riconoscere. Perché pensiamo veramente che le persone debbano avere degli spazi se hanno delle cose da dire, da fare.

Milano, parata a Gratosoglio.
Milano, Gratosoglio. Foto Gianfranco Falcone

Perché avete proposto questa parata?
L’idea di questa parata è nata dai cortei che abbiamo fatto in quartiere per la problematica ALER. Quindi cortei per la problematica abitativa che poi è connessa con il problema del lavoro e della situazione sanitaria.
In una di queste parate ci ha supportato la Glamourga. Con loro è nata l’idea di fare una parata in quartiere, a Gratosoglio. Loro di solito vanno a Scampia dove ogni anno c’è il raccordo delle murghe italiane. Quest’anno causa Covid non si è potuto fare e ci hanno proposto di fare qualcosa da noi in quartiere. Un’iniziativa del genere non c’è mai stata qua. Ci sono state varie iniziative di carnevale, di altro genere, ma mai così caotica, rumorosa, partecipativa, solidale, non me l’aspettavo.
Ci tenevamo che l’evento fosse sentito da tutto il quartiere e tutte le realtà si sentissero libere di partecipare, dare il proprio contributo nel modo che ritenevano necessario. Proprio per questo nella locandina non abbiamo messo loghi. Per far sì che l’iniziativa della parata fosse trasversale, di tutti e tutte.
Chi erano i ragazzi dell’altra banda presente?
Era la Fonc, amici della Glamourga. Avevamo provato anche a sentire la banda degli Ottoni a Scoppio. Ma con le mille cose che ci sono da fare non hanno potuto. Con altre realtà stiamo creando una mobilitazione per quanto riguarda le problematiche della casa, delle manutenzioni, della vivibilità nei quartieri. Vogliamo affrontare il problema della disoccupazione e quello della mancanza di verde e della cura di quello esistente. Altra direzione verso cui intendiamo andare è quella della manutenzione degli edifici e l’introduzione di servizi come quello del custode sociale, usando le portinerie in disuso. Il custode sociale è un operatore, una sentinella che favorisce l’accesso ai servizi di prossimità alle persone fragili.
GTA è formato solo da giovani?
Marica che si era limitata ad ascoltare. Interrompe la sorella e interviene.
Il collettivo di base che è nato da GratoSoul è formato da giovani. Poi c’è Libri On the road composto da adulti. Poi ci sono gli abitanti del quartiere che fanno parte della Brigata di solidarietà popolare, nata in questi due anni di Covid.
Quali attività svolge la Brigata?
È Giulia a riprendere il filo del discorso, con la sua voce vivace e allegra.
C’è la distribuzione di frutta e verdura. Prima si va all’orto mercato dove si va a prendere tutta la frutta e la verdura che altrimenti verrebbe buttata. Si fa una cernita, si porta quello che viene scelto al GTA, e il pomeriggio con gli abitanti del quartiere si fa distribuzione. C’è anche un gruppo WhatsApp, si sono fatte anche delle assemblee per decidere chi faceva cosa. Poi c’è lo scambio libri e vestiti.

Milano, Gratosoglio
Milano, Gratosoglio. Foto Gianfranco Falcone

Tutte questa realtà sono inglobate nel GTA?
Questa volta è Marica a rispondere. Le sue parole sono più asciutte.
Non direi inglobate. Direi piuttosto che c’è un rapporto di cooperazione. Libri On the road è nata prima di GTA e noi collaboriamo con loro. Mentre la Brigata di solidarietà popolare è nata all’interno del collettivo di GTA. Quindi è direttamente connessa.
Giulia che cosa fai nella vita oltre ad occuparti del quartiere?
Faccio l’educatrice, il supporto scolastico in due superiori a Parco Lambro e dei laboratori scolastici a Corvetto.
Sono quartieri lontani da Gratosoglio. A che ora devi alzarti per essere al lavoro in orario?
Mi alzo alle sei e trenta. Devo prendere il tram, metropolitana e un autobus. Sono un po’ in difficoltà perché sono tornata in Italia con lo scoppio della pandemia. La mia laurea magistrale l’ho conseguita a Londra, adesso ho difficoltà a farmela riconoscere. Quindi sono un po’ sballottata tra il lavoro a scuola e quello con le cooperative.
Tu ti sposti da una periferia all’altra. Quanto ci metti ad arrivare al lavoro?
Ci metto un’ora e un quarto.
Come sei arrivata a Londra?
Banalmente volevo imparare l’inglese che alle superiori non ho mai imparato. Quindi ho deciso di partire. In realtà non sono finita subito a Londra ma dopo la triennale in filosofia ho fatto un piccolo corso d’inglese perché sono andata in Nepal un mese. E in Nepal mi sono resa conto di quanto fosse importante l’inglese per comunicare e conoscere in modo un po’ più approfondito le altre culture.
Con chi sei andata in Nepal?
Con un mio amico dell’università. Avevamo ventidue anni.
In che cosa ti sei laureata?
La triennale in filosofia invece la magistrale, a Londra, in antropologia applicata, sviluppo comunitario e youth work che è tipo educatore.
Come li hai recuperati soldi per il viaggio?
L’anno del viaggio io mi sono laureata. Quindi mi hanno fatto il regalo di laurea, un tatuaggio e il bungee jumping (il salto con l’elastico ndr). Non ho fatto nessuno dei due anche se mi sarebbe piaciuto a tatuarmi l’albero della vita. Avevo anche un po’ di soldi da parte frutto di tanti lavoretti, ho messo tutto insieme e li ho usati per il viaggio.

Vorrei chiedere io una cosa te però. Noi abbiamo pensato anche rendere il percorso il più accessibile possibile. Come è andata con la carrozzina?
Mi sono trovato in difficoltà quando siete entrati nel campo da calcio della parrocchia. C’era un gradino e mi hanno dovuto aiutare a superarlo. Quando siete arrivati al campo da basket c’era un dislivello che non sono riuscito a da affrontare. Di fatti lì non ho fatto nessuna fotografia.

Vorrei fare anche un paio di domande a tua sorella Marica. Che cosa fai nella vita Marica?
Collaboro con un’associazione di promozione sociale e culturale che si chiama T12. Produciamo oggetti di design con scarti industriali, con l’ausilio di persone sorde.
Quanti anni hai?
Ho trent’anni.
In che cosa sei laureata?
Mi sono laureata a Brera in pittura e product design.

Su questa ultima affermazione ci salutiamo. La vivacità di Giulia e Marica mi accompagna per il resto della giornata. È entusiasmante quando si incontrano donne così determinate e consapevoli. Ed è bello riscoprire ogni volta quanto siamo capaci di sbagliarci sui giovani.

Gianfranco Falcone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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