Storie di guappi e femminielli. Intervista a Monica Florio

napoli negozio in un vicolo
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“Storie di guappi e femminielli” è l’ultimo lavoro di Monica Florio, scrittrice e giornalista napoletana che ha già pubblicato opere di narrativa e ricerche storico-sociali su personaggi e momenti della vita di Napoli.
I guappi e i femminielli sono presentati da Monica Florio attraverso un‘attenta ricostruzione basata sui fonti giornalistiche, musicali, teatrali e così via.
Il materiale è ricco e presentato con una coinvolgente narrazione che guida il lettore in una lunga analisi della storia e dell’evoluzione delle figure prese in esame.
Insomma, un cammino che aiuta a ripercorrere l’evoluzione della città di Napoli e più in generale della nostra società.

Monica Florio

Con Monica Florio abbiamo parlato della sua ultima ricerca: Storie di guappi e femminielli (Guida Editori, 2020).

In via preliminare la pregherei di presentarsi ai nostri lettori e offrire qualche notizia in più sulle sue precedenti opere.
Sono una giornalista e scrittrice napoletana, autrice di romanzi e saggi, nonché di libri per ragazzi. Nella mia produzione mi sono occupata spesso di disagio giovanile e di realtà spesso ignorate quali l’omofobia e la pedofilia sugli adolescenti. Ho creato il personaggio di Tommy Riccio, protagonista dei romanzi illustrati per la scuola “La rivincita di Tommy. Una storia di bullismo omofobico” e “Ragazzi a rischio. Una nuova avventura per Tommy” (La Medusa Editrice).

Nel suo testo, per segnare un possibile punto di partenza, il vicolo – con tutte le sue suggestioni e misteri – è indicato come un luogo in cui per qualche secolo è stata possibile una complessa convivenza che ha visto anche la presenza del guappo e del femminiello. Possiamo provare a dare una qualche indicazione per comprendere questo spazio?
Il vicolo ha influenzato profondamente il carattere del popolo napoletano, dedito a quell’arte di “arrangiarsi” che lo ha portato a svolgere in questo microcosmo indipendente e solidale tanti mestieri, alcuni dei quali soppiantati dal progresso tecnologico, altri illeciti come il contrabbando e l’usura.
Come garanti dell’ordine, anche i guappi hanno contribuito all’economia del vicolo, agevolando i femminielli nell’esercizio della prostituzione. Ecco perché questi ultimi nutrivano nei confronti dei loro “protettori” paura e rispetto al tempo stesso.
Proprio la condivisione quotidiana degli spazi ha fatto sì che i vicoli fossero pericolosi solo per gli estranei e non per la gente del posto, abituata a sostenersi a vicenda come in una famiglia.

Come mai ha centrato la sua attenzione proprio su queste due figure?
Entrambi sono l’espressione di una cultura e di un mondo ormai estinto, soppiantato da quella contemporaneità che ha spazzato via il passato con le sue tradizioni. Sono estremamente rappresentativi della storia del costume di Napoli: se il guappo incarna la violenza della città, il femminiello è il simbolo del suo lato più sofferto e umano.

La figura del guappo ha assunto nella letteratura, nel teatro e nell’immaginario collettivo anche tratti romantici. Quale rapporto è esistito fra il guappo e l’affiliato alla camorra, la malavita organizzata sempre più pressante?
I tratti romantici attribuiti al guappo hanno alimentato la sua immagine di malvivente altruista che esiste tuttora.
Nell’amministrare la giustizia, il guappo era sempre mosso da interessi personali e da un cinismo che è il tratto distintivo di questo personaggio.
Non si può, tuttavia, negare che fosse anche coraggioso, come Antonio Spavone, detto ‘O Malommo che, durante l’alluvione del 1966 a Firenze, mise in salvo i compagni di cella, i secondini e la figlia del direttore, ricevendo la grazia dal presidente Saragat.
A differenza del camorrista, il guappo non tollerava alcuna forma di obbedienza e ha sempre cercato di mantenere la propria indipendenza dall’organizzazione camorristica ma è stata proprio questa riluttanza a farsi assorbire all’interno di un clan a determinare la sua scomparsa.

Per comprendere i grandi mutamenti sociali della nostra epoca e anche le trasformazioni della città di Napoli, l’analisi della figura del femminiello è davvero utile. Letteratura, teatro, cinema, ricerche antropologiche e psicologiche si sono soffermate su questa figura.
Negli anni Ottanta, in seguito al terremoto, Napoli ha cambiato volto, finendo per perdere la propria identità culturale. Anche il vicolo, in cui il femminiello era cresciuto e protetto, ha mutato la sua fisionomia, accogliendo gli extracomunitari e le attività commerciali destinate ai turisti.
Ecco che il femminiello, allontanatosi in altri quartieri (Bagnoli, Ponticelli, Scampia), vive un disorientamento che è frutto del passaggio dalla comunità alla collettività, di un’omologazione che, nel privarlo della solidarietà a cui era abituato, lo condanna allo stigma di una città sempre più intollerante e conformista.

Come ha organizzato la ricerca rispetto al suo precedente saggio sul guappo?
Il mio studio è stato portato avanti con un approccio nuovo rispetto al passato, accogliendo i contributi dell’antropologia, della psicologia e della sociologia. Fondamentale per smontare il mito del guappo come giustiziere buono è stata la lezione di Isaia Sales, mentre per la parte sul femminiello ho trovato davvero preziosi i consigli dello psichiatra Manlio Converti e illuminante la lettura dei libri del professore Paolo Valerio.

Antonio Fresa

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