Storie di lupi in estinzione, amicizie e montagne

Lupi Abruzzo Corpo Forestale dello Stato
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Nella seconda parte degli anni ’70 la popolazione del lupo (canis lupus) in Italia ammontava a circa 110 esemplari per lo più distribuiti in  Abruzzo e con alcune presenze sui monti della Sila: era una specie a rischio estinzione. Grazie al WWF e all’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma si varò un progetto che, studiando la realtà, individuasse anche le modalità necessarie a tutelare questa specie.

Abruzzo lupi
I lupi di Paolo. Per gentile concessione del Corpo Forestle dello Stato CFS

Possiamo dire che quel progetto ebbe successo perché, anche da questa iniziativa, partì quel recupero e quella condivisione negli attori interessati che porta oggi a censire oltre 1.500 esemplari in Italia. Arrivano anzi segnali che ne denunciano una eccessiva presenza, cosa peraltro vera ma che deve essere considerata in un quadro più ampio di “squilibri” ambientali. Queste presenze, come quelle di altre specie selvatiche, sono da valutare secondo la sostenibilità dei territori interessati.

Quando nel 1976 partì il progetto che, per intuitive ragioni, non poteva che avere base in Abruzzo, la collaborazione tra Università di Roma e l’Ateneo de L’Aquila fu immediata. Paolo Barrasso era studente a L’Aquila, come l’altro amico comune Mauro Mastrogiuseppe e chi scrive. Erano i periodi più floridi, di attivismo, impegno e sogni, per tre studenti poco più che ventenni che stavano delineando la propria vita futura. Paolo dei tre era quello che aveva i propri percorsi più chiari, non per una ragione di maggiore età, ma perché la sua passione e le sue attitudini le aveva ben scolpite in mente. Non si poneva il problema di andare “ fuori corso” se questo poteva significare dare una possibilità realizzativa alle sue aspirazioni. Così fu che si mise subito a disposizione per partecipare al progetto di studio più affascinante a cui poter sperare in quel momento: il lupo.

Abruzzo baita Foto anni '70Emidio e Mauro fotografati nella baita da Paolo.


Fu eletta base  dell’ “Operazione San Francesco” una baita alle falde della Majella, sul guado di San Leonardo, praticamente al centro tra i territori dell’allora Parco Nazionale D’Abruzzo e l’Attuale parco della Majella. L’obiettivo era studiare il comportamento della popolazione dei lupi, chiaramente censirli, e riportare giornalmente e fedelmente la loro attività. Questo lo si poteva fare dopo che era stato dotato di radio collare l’esemplare catturato attraverso l’utilizzo di speciali tagliole che impedivano al selvatico di fuggire senza che si procurassero danni al suo stato. Paolo faceva tutto questo, per mesi, con l’entusiasmo la competenza e la passione che solo chi lo ha conosciuto può capire. A Mauro e me, invece, toccava studiare per dare gli esami e l’unico premio che ci concedevamo, avendo il privilegio di essere amici di Paolo, era quello di andare a passare qualche giorno con lui ogni volta che ottenevamo un positivo risultato all’esame di  turno. Non poteva esserci ricompensa migliore ed allora si calzavano scarponi e calzettoni da montagna, camicioni di panno a grossi quadri verde scuro o rossi (quasi una divisa), si prelevava lo zaino sempre pronto per la bisogna e si andava.

Abruzzo baita anni '70
La baita dell’Operazione San Francesco negli anni ’70
Si viveva in quella baita cercando di riposare di giorno dopo però aver pensato a tutto quanto ci necessitasse. Ci concedevamo magari una piccola passeggiata per la raccolta di funghi da consumare in padellate gustosissime che divoravamo con voracità giovanile. Poi di notte, l’operatività dei lupi si concentra soprattutto nelle ore notturne, si andava a ”misurarne “ l’attività. Per farlo avevamo a disposizione, oltre che gli apparati di monitoraggio della frequenza dei collari, una preziosa Land Rover passo lungo, bianca, dotata di faro sul tettuccio e di supporto per l’antenna necessaria alla ricezione dei segnali. All’imbrunire si partiva per raggiungere la zona da monitorare dove presumibilmente sapevamo dovesse essere l’esemplare da seguire. Bisogna considerare che l’attività di un lupo, in una notte, può portarlo anche a percorrere qualche decina di chilometri e quindi le ricerche potevano anche risultare infruttuose se la competenza di Paolo, la conoscenza dei luoghi, ed ormai l’esperienza acquisita, raramente lasciavano archiviare la nottata come infruttuosa. Emozionante risultava l’operazione del censimento degli esemplari che si realizzava attraverso il richiamo. Anche in questo Paolo eccelleva.

Abruzzo baitaLa baita dell’Operazione San Francesco.
Foto di Emidio Maria Di Loreto 2015

Vi era una zona, tra Campo di Giove ed il Bosco di Sant’Antonio, che vuoi per la conformazione della vallata che per l’intensità che i suoni acquistano nel silenzio che solo il vento gelido di una notte autunnale rompeva, era da noi riconosciuta come particolarmente vocata al censimento. Al richiamo di Paolo, ma anche del nostro, la risposta degli esemplari del branco, assumeva un crescendo emozionante di sensazioni da pelle d’oca.  Ed a volte non solo.
Una di quelle sere, il farmacista di un paesino di quelle zone, volle partecipare “all’uscita” in una notte particolarmente fredda.  Dopo l’appostamento ed il richiamo al quale risposero un branco di sette otto esemplari con cuccioli, interruppe l’attività impressionato dall’intensità della risposta che appariva giungere da pochissimi metri. Scappò per rifugiarsi all’interno della Land Rover e disse che aveva avuto il bisogno impellente di ripararsi dal freddo!? Quella volta l’emozione fu davvero particolare perché vorrei vedere le reazioni di chiunque nel raccogliere gli ululati dei cuccioli che all’inizio “reggono” l’intensità  per poi terminare in un tenero guaito che ne rivela inesorabilmente i pochi mesi di vita. Chiaramente l’emozione del farmacista era di ben altra natura!

lupo nel bosco innevato foto ParadisiAbruzzo, lupo in un bosco innevato. Foto Paradisi

Altra attività che ci affascinava era quella della lupa denominata 9/10. Era un esemplare uscita dal suo branco perché le loro regole prevedono che solo il capobranco possa accoppiarsi con la più forte delle femmine. In questo caso si era osservata la formazione di un nuovo nucleo con cuccioli che si era spostato verso Sant’Eufemia e che seguivamo più facilmente data la vicinanza. La 9/10, all’imbrunire, scendeva dalla sua tana sulle falde della Majella, mai attraversava la strada in modo che l’accensione dei fari potesse individuarla ma sempre nella parte posteriore delle autovetture. Con il faro orientabile sul tetto della Land Rover, quando il bip bip del rilevatore diventava frenetico,  potevamo però a volte scorgere i suoi occhi gialli mentre si recava ad alimentarsi alla discarica di Sant’Eufemia. Una notte passammo oltre 15 minuti nella parte opposta la discarica da dove invece era la 9/10, grazie al favore del vento che non ci fece individuare.

Un compito ulteriore, e molto importante, che aveva Paolo, ed in questo davvero eccelleva,  era quello di entrare in simbiosi con il mondo che in qualche modo interessava il lupo. Quindi sensibilizzare le popolazioni di quei posti ma soprattutto stabilire rapporti empatici con i pastori, i veri principali attori che hanno condiviso il progetto avendone compreso le finalità e finendo con il collaborare significativamente. Del resto allora i contributi regionali per risarcire i proprietari che avessero avuto perdite causate dal lupo arrivavano regolarmente. Non era raro quindi all’alba, terminare la nottata di controllo facendo visita in qualche stazzo dove iniziava il lavoro giornaliero, prendere il caffè insieme ai “pecorai”, assistere alla preparazione del formaggio, mangiare ricotta calda offerta amabilmente e, pensate un po’, accompagnarla da un buon sorso di cerasuolo ottenuto da viti basse su terreno pietroso, ben esposte nel territorio di Pacentro, contenuto in un piccolo otre di pelle. E questo alle sei del mattino. Inopportuno, sicuramente, ma mai assaggiato nulla di più gradito grazie a quell’atmosfera.

A volte però la vita della baita, per lo più monotona,  si animava enormemente per l’arrivo dei professori responsabili dei progetti Eric Zimen e Luigi Boitani e lo stuolo di studenti che sempre li accompagnava o faceva visita per fare esperienze dirette sui lavori. Per lo più si trattava di avvenenti studentesse, provenienti da importanti atenei non solo Italiani, con uno spiccato atteggiamento emancipato per quei tempi che non mancavano di ammirazione per il braccio operativo dei professori e quindi per Paolo. E così noi e gli ospiti eravamo immersi in un’atmosfera ancor più densa di emozioni e sensazioni meravigliose.
Il cimelio più ambito, allora, era coprirsi con il giaccone impermeabile che Eric Zimen lasciò nella Baita; era ambito perché era lo stesso che il prof indossò nella sezione dedicata al lupo in “Ultime grida dalla savana”, un film abbastanza dissacrante che ebbe un discreto successo e di cui l’episodio dei lupi di Zimen chiudeva la proiezione. L’uso di quel giaccone, oltre che come cimelio risultava gradito perché era molto caldo. Il sacco a pelo poteva anche non bastare quando in alcune mattine di riposo, ci si svegliava con una ventina di centimetri di neve che la bufera aveva fatto penetrare dalle fessure sotto l’uscio della baita. In quei casi si restava bloccati anche perché le serrature delle auto ghiacciavano ed a volte non era sufficiente scaldare le chiavi con l’accendino per sbloccarle. Disagi che da ventenni si affrontavano in modo scanzonato, anzi con una gioia di cui non si può che avere rimpianto.

Il lavoro per L’Operazione San Francesco terminò, come anche gli esami universitari e giungemmo alla laurea ed al mondo delle professioni. Il lupo si salvò anche grazie a quel lavoro. Paolo divenne presto nel Corpo Forestale un illustre giovane scienziato sempre accompagnato dal bellissimo esemplare di pastore abruzzese di nome Orso. Produsse interessanti lavori sulle volpi di cui diventò grande esperto internazionale, curò un interessantissimo studio per la reintroduzione della Lontra nella valle dell’Orfento.
Fu ritrovato deceduto a 42 anni, dopo oltre un mese di ricerche, fra i monti della sua Majella il 26 Ottobre del 1991. Orso lo aveva lasciato due anni prima. Paolo invece lascia ancora oggi un ricordo scolpito nella pietra di quei monti in ogni persona che lo conobbe. Staordinario! In un mondo che brucia tutto in poche battute qui siamo in presenza di sentimenti, quelli della montagna, che in questo caso si chiamano Majella e Morrone.
Sono a lui intitolate, da quel giorno, il Centro visite della Valle dell’Orfento, il Museo Naturalistico di Caramanico Terme e numerose altre iniziative. Nel saluto dovuto, in attesa di ricordarlo ancora l’anno prossimo, a 25 anni dalla sua scomparsa, possiamo dire che Paolo realizzò tutti i suoi sogni di studente poco più che ventenne. Mauro ha anche realizzato le sue migliori attitudini di allora portando al successo la sua azienda di prodotti biologici di qualità. Lo scrivente, invece, spera di riuscire a narrare ancora altre storie.
Emidio Maria Di Loreto

Si ringrazia il Corpo Forestale dello Stato CFS  per la concessione delle foto di Paolo Barrasso.
Si ringraziano per la collaborazione: Rita Barrasso, Rita Selvaggi, Roberto Fracasso C.F.S. e tutti gli amici di Paolo che a distanza di anni lo ricordano con l’affetto di sempre.

Eric Zimen: nasce in Svezia nel 1941. Scienziato ed etologo di fama mondiale, ritenuto il massimo esperto del lupo. Viveva in Germania, in Baviera, a Grillenod  dove è deceduto a 62 anni per un male incurabile il 19 Maggio 2003. Fu collaboratore del premio nobel Konrad Lorenz.

Luigi Boitani: Università di Roma “La Sapienza”. Professore Ordinario  (Biologia della Conservazione e Ecologia Animale), Direttore del Master “Conservazione della biodiversità animale: aree protette e reti ecologiche”. Presidente dell’Istituto di Ecologia Applicata, Roma (dal 1987). Past-Presidente della Society for Conservation Biology, Washington DC, USA (2009-11).Chair del Large Carnivore Iniziative for Europe, SSC/IUCN, Switzerland.Membro del Comitato Direttivo della Species Survival Commission, IUCN (Unione Mondiale per la conservazione della Natura – Ginevra). E’ oggi impegnato anche nel grande progetto di ricerca e conservazione per l’Orso in Abruzzo.

Il documentario “Ultime grida dalla Savana” del 1975 regia di Antonio Climati. Il commento è letto da Alberto Moravia. L’episodio lo potete trovare su Youtube.

Per saperne di più:

http://www.caipescara.it/rifugio-paolo-barrasso
https://web.archive.org/web/20140706095518/http://www.turismo.provincia.pescara.it:80/page/1055/museo-naturalistico-ed-archeologico-paolo-barrasso-caramanico-terme.html
https://web.archive.org/web/20170719105724/http://www.majambiente.it:80/Museo-Naturalistico-ed-Archeologico-Paolo-Barrasso-Caramanico-Terme-Pescara-Strutture-informative-e.htm

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