Strehler, com’è la notte? Una storia d’amore

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Come si racconta un genio? Forse lo si racconta proprio come ha fatto il regista Alessandro Turci nel suo documentario Strehler, com’è la notte? Lo si fa utilizzando filmati di repertorio, fotografie in bianco e nero, a volte sgranate, scegliendo musiche appropriate, compreso quel violino che sua madre suonava con grande perizia. Lo si fa dando voce allo stesso Strehler.

Alessandro Turci
Alessandro Turci

Lo si fa dando voce ai protagonisti di un’epoca straordinaria in cui canoni e convenzioni venivano messi in discussione da una delle più grandi personalità culturali del Novecento, Giorgio Strehler.
Nelle quasi due ore di documentario ascoltiamo le voci dei protagonisti di quell’epoca.
È attraverso la loro testimonianza che riusciamo, accompagnati da Alessandro Turci, a dipanare il filo della memoria, a tentare di ricostruire chi fosse Giorgio Strehler.

Turci nelle note di regia si chiede se ne sia valsa la pena.
Crediamo di sì. Perché il gioco della memoria che Turci intrattiene per noi, aiuta coloro che quella stagione l’hanno conosciuta a ricordare l’impegno civile ed etico che Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Nina Vinchi, profusero per far nascere e crescere, per far volare il Piccolo Teatro e farlo diventare Teatro d’Europa.
È valsa la pena costruire questo documentario. Esso ricorda alle nuove generazioni quanto sia importante fare manutenzione di saperi, cultura, arte. Perché sono beni che non bisogna mai dare per scontati, che bisogna rinnovare in ogni epoca per proteggerli dalle minacce che li mettono a rischio.

Ma chi era Strehler? O perlomeno chi è lo Strehler che emerge dal documentario. A seguire il racconto che ne viene fatto Strehler appare come un artista geniale, violento, feroce, sensibile, incompreso, autorevole, e molto altro ancora. Gli aggettivi si sprecano. Ma è fuor di dubbio che fu uno dei più grandi registi del Novecento se non il più grande. Capace comunque di incarnare in sé debolezze e virtù umane senza risparmiarsi.
Regista tirannico e geniale, capace di stimolare ma anche di seviziare gli attori che non rispondevano alle sue intenzioni, in cerca della perfezione, capace dopo trent’anni di mettere in discussione anche il suo Arlecchino servitore di due padroni, cavallo di battaglia che come afferma Maurizio Porro costituisci la summa della sua poetica.
Strehler fu quel genio che portò Brecht a scrivere una famosa lettera in cui affermava
Caro Strehler, io vorrei affidarle, a livello europeo, tutti i miei lavori, uno dopo l’altro. Grazie. Bertolt Brecht”.
Sono queste le parole lette da Andrea Jonasson, moglie di Strehler a cui Maurizio Porro aggiunge considerazioni importanti. “Brecht rappresenta quello che Strehler e Grassi volevano fare col Piccolo Teatro. Cioè, la scoperta di un teatro che desse delle informazioni, che desse non una lezione, ma che facesse capire allo spettatore dove stavano i problemi, dove stava la giustizia, Dove stavano i malfattori, e in questo senso sia L’opera da tre soldi che Vita di Galileo, e tutti gli spettacoli brechtiani che ha fatto Strehler erano limpidi, chiari.”
A queste parole la musicologa Franca Cella aggiunge un commento significativo alle scelte registiche di Strehler “Lentissimi i tempi, chiarissime le parole nella dizione affinché il pubblico avesse il tempo di afferrare e pensare, riflettere, accettare o no questa cosa”.

 Giorgio Strehler nel 19709
1979. Giorgio Strehler nel recital di Io, Bertolt Brecht n.3- Essere amici al mondo ©Ciminaghi Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

Strehler sceglie Brecht per dare uno scossone alla civiltà culturale di Milano. Fu questa la famosa svolta socialista di Strehler, non tanto la breve stagione politica in cui si schiera accanto al PSI di Craxi.
Strehler in tutta la sua carriera si afferma come regista in grado di spezzare luoghi comuni. Non a caso anche il suo Vita di Galileo fu a lungo osteggiato da una DC che temeva di perdere voti, se fosse andata in scena quella rappresentazione. Ma Strehler e Grassi non mollarono. Nel ’63 Vita di Galileo andò in scena. Oggi potrebbe sembrare strano che una pièce ormai sdoganata da tempo potesse rappresentare un pericolo per qualcuno. Era un’altra epoca. Basta ricordare che la Chiesa riabilitò Galileo soltanto nel 1992. Ci mise trecento anni. Strehler e Brecht ce ne misero di meno.

Ma questo era il sogno di Strehler e anche di Paolo Grassi quando alla fine della guerra decisero di dare all’Italia il primo teatro stabile a gestione pubblica, il Piccolo. Perché per loro i beni di prima necessità non erano solo pane, elettricità, gasolio, ma anche arte e cultura.
Scelsero i locali di via Rovello vecchio cinema in cui la brigata Mutti torturava i partigiani. Se lo ricordano bene i primi attori che vedevano le pareti dei camerini con ancora le tracce del sangue di chi si era opposto alla tirannia. E che cos’è la vita di Galileo se non a la rivolta a una tirannia del sapere? A quella tirannia che ci vuole proni a un ipse dixit.
Occorre ricordarlo, il Piccolo Teatro fu una creatura di Strehler e Paolo Grassi, il primo geniale regista, il secondo incredibile organizzatore, ma fu anche la creatura di Nina Vinchi che si occupò della parte amministrativa sgravando così sia Paolo Grassi che Strehler di questa incombenza, permettendo loro di mettere le ali.
Il contributo di Nina Vinchi fu preziosissimo e il Piccolo volò. Volò con le sue tournée in Europa, negli gli Stati Uniti, in Sudamerica. in giro per il mondo. Volò portando in giro il dialetto veneziano di Goldoni, ostico e non tradotto sui palchi di ogni dove, volò.
Mentre il Piccolo cresceva e rompeva con le consuetudini culturali, Strehler afflitto da una grande solitudine faceva sbocciare grandi storie d’amore artistico con attrici come Giulia Lazzarini, insuperabile Ariel de La tempesta di Shakespeare, che vola come spirito etereo negli spazi e nell’aria del teatro, essere impalpabile della stessa struttura dei sogni. Una storia d’amore artistico con Milva che allontana dal repertorio sanremese per farla diventare quella grande attrice e interprete che fu.
Ma queste come sottolinea Giulia Lazzarini furono storia d’amore artistico non storie amorose. Altre furono le storie amorose furibonde di Strehler, quella con la Vanoni che poi lo abbandonò. quella con la Valentina Cortese, quella con Andrea Jonasson, tutte donne bellissime, tutte splendide artiste con cui lui ebbe rapporti paritari, facendosi anche del male ma aiutandosi a crescere come afferma lo stesso Strehler nel documentario.

Per Strehler la vera luce in teatro “Non è quella dei proiettori ma quella della fantasia, che di tutte le luci è la più sconvolgente, è la più vera” e di fronte a quel teatro il fisico Carlo Rubbia ebbe a dire “Vedere le prove di Strehler è più bello che vedere le stelle in cielo”.

Lungo tutto il documentario le testimonianze sono innumerevoli. Così ascoltiamo la voce piena di affetto di Pamela Villoresi le voci di Franca Squarciapino, Vittoria Crespi Morbio, Franca Tissi, Rosanna Purchia, Ezio Frigerio, Giancarlo Dettori, Stefano Rolando, Claudio Magris.
Grazie a queste voci ripercorriamo la vita di un uomo, la vita di un’epoca, ma soprattutto ripercorriamo le tracce di un percorso culturale unico che ha segnato un’epoca e a buona ragione potremmo dire che Strehler con il suo teatro è stato in grado di interpretare lo spirito dei tempi. Attraverso le voci che si dipanano lungo tutto il documentario rivediamo Strehler allontanarsi da Paolo Grassi nel momento in cui durante il Sessantotto fu contestato. Assistiamo agli anni tristi in cui si auto esiliò a Lugano dove morirà.

Esilio volontario perché non si sentiva più compreso dalla sua città, perché feroci polemiche lo colpivano nel momento in cui aveva dato l’avvio alla costruzione del nuovo teatro che poi gli sarebbe stato dedicato il Teatro Piccolo Strehler. Polemiche che fecero dire alla Lega, a Formentini che la rappresentava “Che vada altrove a fare il suo canto del cigno”. Ma Strehler non aveva bisogno di un ultimo canto. Qualsiasi teatro sarebbe stato felice di accoglierlo, in Italia e all’estero. Come sottolineava Paolo Villaggio.
Strehler scelse l’esilio volontario in Svizzera, dove era già stato durante la Seconda Guerra Mondiale perché nella sua coerenza sapeva che la sua opposizione al fascismo l’avrebbe messo in pericolo se fosse rimasto in Italia. Il regista del documentario ci accompagna in un viaggio in cui i grandi nomi del teatro sono tutti lì, dipanati come i grani di un rosario. Cechov, Pirandello, Goldoni, Brecht, solo per fare alcuni nomi. In ogni rappresentazione brilla l’intelligenza, la sfida, l’avventura. Fino al 25 dicembre 1997, data emblematica quasi scelta di proposito, data che nell’iconografia cristiana rappresenta una nascita. Un uomo di teatro non avrebbe potuto scegliere data migliore per l’ultimo inchino al suo pubblico. Il giorno della morte gli impedì di assistere alla prima rappresentazione di Così fan tutte al Teatro Piccolo Strehler. Giorno in cui la sua famiglia teatrale gli conferì l’ultimo omaggio portando in scena a rappresentazione conclusa un candelabro con le candele che brillavano.
Allora se ci si chiede com’è la notte rispondiamo con le stessa parole con cui si conclude la Vita di Galileo.
Com’è la notte?
È chiara.

Gianfranco Falcone

in onda su RAI3 28 Dicembre 2021
Strehler, com’è la notte?
documentario girato in occasione dei cento anni dalla nascita di
Giorgio Strehler
per la regia di Alessandro Turci prodotto da Dugong Films e RAI Documentari, in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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