Suad Amiry, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea

Suad Amiry, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea
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Regala delle sensazioni speciali ascoltare Suad Amiry mentre parla di “preservazione del patrimonio storico e architettonico palestinese” all’interno del chiostro quattrocentesco del Tempio di San Lorenzo a Vicenza.

Suad Amiry, siriana di Damasco, è una scrittrice “per caso” come lei si definisce. Da attivista per la causa palestinese ha girato il mondo per motivi di studio ed ha partecipato agli incontri sulla questione mediorientale. Da architetto, con il progetto “Non solo pietre”, Suad Amiry spera di tenere viva l’identità palestinese anche attraverso il recupero di edifici storici inutilizzati o abbandonati.
L’occasione della presenza di Suad Amiry a Vicenza è stata la presentazione del suo ultimo romanzo Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. La storia d’amore tra i giovanissimi Subhi e Shams s’intreccia con le tragiche vicende della Palestina tra il 1947 e il 1951. Il periodo coincide con la presenza inglese in Palestina ed il seguente abbandono del governo britannico in vista del “ famoso Piano di partizione dell’Onu –votato poi all’Assemblea generale il 29 novembre 1948”.

Subhi e Shams sono personaggi reali che la scrittrice ha avuto modo di conoscere ormai ultra ottantenni ma ancora memori di tutte le vicende a volte tragicomiche che hanno scandito la loro incredibile storia.
Subhi vive a Giaffa; ne parla come di una città d’ “oro, oro puro” vivace, ricca e impreziosita dai molti aranceti che ne rappresentano il principale mezzo di sussistenza. È però anche una città nella quale esiste netta la separazione tra i ricchi e facoltosi proprietari di piantagioni di arance che occupano la parte alta della città ed i poveri che risiedono in quartieri dai quali non osano uscire e che spesso, se non pescatori, lavorano in quelle stesse piantagioni.
Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea Suad Amiry_filesSubhi ha sedici anni e una “passione – o meglio un’ossessione”, quella di voler diventare il miglior meccanico di Giaffa. Egli da sempre ha manifestato “un insolito talento per smontare e rimontare qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro”; grazie a questa sua abilità, un giorno riesce a riparare il sistema d’irrigazione di una delle piantagioni più grandi della città. Il proprietario, grato, lo accompagna in una raffinata sartoria del centro dove fa confezionare a Subhi un elegante abito “in lana di Manchester”. Mai Subhi avrebbe potuto permettersi di spendere le sette sterline pagate dal suo benefattore! Con indosso il suo abito nuovo Subhi si sente una persona diversa: passeggia per il suo quartiere, osa avventurarsi negli eleganti caffè della parte ricca della città, ovunque raccogliendo sguardi e commenti entusiastici per l’eleganza del suo portamento e la pregevole fattura del suo abito. Soprattutto è sicuro di conquistare il cuore di Shams, una contadinella di tredici anni, figlia di “un collaboratore di suo padre” della quale è perdutamente innamorato e che è sicuro di sposare indossando il suo prezioso abito.
Il destino però decide diversamente. Gli inglesi che fino ad allora avevano amministrato la Palestina, spesso favorendo gli ebrei, ritengono che il Piano di Partizione dell’Onu non è “affar loro” e che i palestinesi e gli ebrei debbano “elaborare una strategia e mostrare i muscoli”.
All’improvviso il mondo e i sogni di Subhi si frantumano “in poche ore”. La bellissima città di Giaffa si svuota a causa di assalti a treni carichi di munizioni e bombardamenti della British Air Force. Le macerie sono ovunque e ovunque si vede morte, si assiste a stupri di donne e bambine.
La gente scappa. Anche Shams e la sua famiglia scappano; anche la famiglia di Subhi scappa ma lui decide di restare, caparbiamente aggrappato al suo abito in lana di Manchester come un talismano.
In poco tempo Giaffa viene invasa dai “nuovi immigrati ebrei” che si insediano nelle case vuote dei palestinesi fuggiti e scacciano i pochi restati per impadronirsi delle loro abitazioni. Le famiglie si smembrano, i genitori si separano dai figli, i fratelli si separano gli uni dagli altri. Subhi perde i contatti con i suoi cari, di Shams non ha più notizie ma non abbandona la speranza di rivederla e finalmente averla come sposa.
Anche la vita di Shams viene sconvolta dal turbinio degli eventi. Rimasta sola con le due sorelline più piccole si unisce ad una comunità di disperati che trova “riparo nell’uliveto di una fattoria abbandonata”. Un giorno l’improvvisa comparsa di una mucca porta “una ventata di allegria in mezzo ad una serie di giornate cupe” ed un’ inaspettata risorsa per chi come loro a malapena riesce a nutrirsi.

Il tono di Suad Amiry non è mai lamentoso ma neppure distaccato; un tono misto, ironico e tragico allo stesso tempo. Non è mancanza di empatia, anzi. L’amore di Suad Amiry per la sua terra è profondo e lo si percepisce anche dal frequente uso di termini ed espressioni in lingua araba presenti nel romanzo.
Il romanzo stesso non è solo la storia d’amore tra Subhi e Shams ma è uno spaccato della vita di gente che all’improvviso non ha più vita. Le curiose situazioni in cui vengono a trovarsi i due giovani innamorati, che talvolta strappano un sorriso, non risultano irrispettose verso la tanta sofferenza ma sono invece le sfaccettature caleidoscopiche che caratterizzano l’esistenza di ciascuno di noi. Luci ed ombre della vita: gli aquiloni colorati e leggeri che Subhi costruisce per i ragazzini della tendopoli e la “raffica di ventimila proiettili” che dal cielo colpiscono al cuore la città di Giaffa “fino a metterla in ginocchio”; i timidi e impacciati approcci amorosi di Subhi e Shams con il cuore che batte “all’impazzata” e la cruda arroganza dei “nuovi padroni” e dei loro immancabili collaborazionisti.

Come ha raccontato quel pomeriggio nel chiostro del Tempio di San Lorenzo a Vicenza, Suad Amiry ha provato sulla sua pelle il senso di “sradicamento”, il non sentirsi più a casa che provano Subhi e Shams; anche lei è stata una profuga cacciata dalla sua terra ma la sua sensibilità di architetto le ha fatto comprendere che “le case non sono fatte di pietre ma di storie umane, intime, personalissime”; storie come quella di due giovani innamorati che grazie al loro amore riescono a resistere e sopravvivere alle atrocità della guerra.

Laura Pontonio

Suad Amiry
Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea
Mondadori, 2020
pagine 240
€ 18,00

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