Sudan. Un colpo di stato tra questioni interne e poteri internazionali

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Le varie fonti delle agenzie di stampa riportano come anche ieri e oggi, in Sudan, le proteste contro il colpo di stato sono proseguite nonostante la repressione dei militari rimanga dura e si registrano una decina di morti finora oltre a diverse decine di feriti. La reazione popolare è stata probabilmente più ampia di quella che si aspettavano i militari e non ha riguardato solo la capitale Khartoum e la sua città gemella Omdurman sul fiume Nilo ma anche le città di Atbara, Dongola, Elobeid e Port Sudan; la gente cantava: “Non dare le spalle all’esercito, l’esercito non ti proteggerà” [1].

Dopo settimane di crescenti tensioni tra i leader militari e civili e anche tra gli stessi militari, lunedì il sessantunenne generale Abdel Fattah al-Burhan aveva messo in atto il colpo di stato sciogliendo il governo e il Consiglio Sovrano, l’organismo composto da militari e civili nato con l’obiettivo di condurre la transizione democratica del Sudan dopo la cacciata, nel 2019, di Omar al-Bashir, dominatore della scena per vent’anni, e grazie ad una rivolta dei popolazione sudanese.
La presa di potere è avvenuta qualche settimana prima che al-Burhan venisse sostituito da un membro civile a capo del Consiglio Sovrano.

I militari hanno arrestato il primo ministro Abdallah Hamdok, i ministri dell’Industria e dell’Informazione anche per limitare l’accesso alle telecomunicazioni, e altri ministri, diversi membri della componente civile come l’avvocato Ismail Al-Tag, avvocato attivista durante le proteste anti-Bashir del 2019, Siddig Alsadig Almahdi del Partito Umma del Consiglio Sovrano, il vice presidente dell’ex gruppo ribelle Movimento di liberazione del popolo del Sudan-Nord (Splm-N) e consigliere del premier, Yassir Arman. Al colpo di stato, secondo Associated Press, avrebbero partecipato le famigerate Forze di supporto rapido comandate da Mohammed Hamdan Dagalo, unità nata dalle milizie Janjaweed sostenute da al-Bashir e note per le atrocità e gli stupri durante il conflitto del Darfur.

Dopo l’intervento di ieri in TV del generale al-Burhan che aveva rilevato alcuni particolari dell’arresto del premier si è a conoscenza oggi che quest’ultimo è ora a casa sua sotto stretta sorveglianza.

Il generale ha affermato che l’intervento dell’esercito si era reso obbligatorio a causa dell’incitamento dei politici contro i militari e il rischio da evitare era la guerra civile. Ha anche detto che nei prossimi giorni sarà nominato un nuovo Consiglio sovrano, con componenti da ogni stato del Sudan. Ha anche affermato che non si tratta di un colpo di stato e ha confermato l’impegno a rispettare l’organizzazione di libere elezioni nel 2023. Ma la storia sudanese e quello che pensano le opposizioni e la società civile dicono altro rispetto alle promesse di al-Burhan.

Tutti i paesi occidentali hanno denunciato il golpe chiedendo di ripristinare la legalità e la liberazione degli arrestati. L’arma che hanno a disposizione sono gli aiuti che erano stati accordati per la transizione democratica e che potrebbero essere sospesi. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ned Price lo ha spiegato chiaramente affermando che «gli Stati Uniti sospendono lo stanziamento di 700 milioni di dollari in aiuti di emergenza per il Sudan. I fondi servivano a sostenere la transizione democratica del Paese, adesso riesamineremo i nostri programmi per il Sudan».

La situazione in Sudan è molto critica perché il paese attraversa una crisi economica che ha allargato la platea dei poveri, con un’inflazione che ha raggiunto il 300%, un debito schizzato e che il FMI aveva tagliato in cambio di riforme. In più non mancano spinte islamista, fedeli all’ex presidente che hanno probabilmente tentato un golpe lo scorso settembre. A tutto ciò si aggiunge l’estrema e storica frammentazione politica del Sudan con decine di partiti e di rappresentanti della società civile. La Sudan professional association principale fautrice e animatrice delle rivolte del 2019 include 17 organizzazioni sindacali. L’esercito golpista potrebbe avere vita facile nel mantenere il potere. Inoltre, nonostante al-Burhan non sia mai stato accusato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità durante il conflitto del Darfur, un potere civile potrebbe portare a procedimenti giudiziari per violazioni dei diritti da parte dei militari nei decenni passati.

Non va nemmeno dimenticato il contesto internazionale. È possibile che in Arabia Saudita ne sapessero qualcosa del golpe. Il generale al-Burhan ha relazioni con i governi di quest’ultima, Egitto ed Emirati Arabi che hanno negli anni dato sostegno finanziario al Sudan. Il Sudan è un paese con molti confinanti e al centro delle questioni dell’Africa del Nord, del Medio Oriente e del Corno d’Africa e anche in mezzo alle strategie geopolitiche e militari tra Arabia Saudita e Egitto da una parte e Qatar e Turchia dall’altro. E poi, come scrive Jean-Philippe Rémy, «il gioco che si sta svolgendo attualmente in questa parte del mondo coinvolge sia le ambizioni americane nel contrastare la Cina, sia quelle della Russia di estendere la sua area di influenza, sia gli obiettivi dei paesi del Golfo, della Turchia e di altri attori meno visibili, a cui il caos crescente offre opportunità favorevoli» [2].
In mezzo un paese con oltre 40 milioni di abitanti che è sul crinale di un’altra tragedia.
Pasquale Esposito

[1] Khalid Abdelaziz, Sudan’s Burhan says army ousted government to avoid civil war, 26 ottobre 2021
[2] Jean-Philippe Rémy, Au Soudan, un coup d’Etat sur fond de luttes d’influence géopolitiques et regionals, 27 ottobre 2021

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