Sui codici della violenza

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I codici della violenza (e, in particolare, della violenza interpersonale) trovano in tutte le culture e nelle ritualità sociali etniche alcuni loro archetipi. Il codice dualistico disegna un incrocio complesso tra prassi e interiorità esemplificato nella codifica della violenza come “male” nel e del mondo, mentre il suo contrario – la non violenza – nella codifica del “bene”.

Tuttavia, la violenza è una manifestazione dell’umano che complica ogni organizzazione razionale delle idee. Le difficoltà sono evidenti, soprattutto quando il “libero pensare” non fa i conti con la “storia”. La violenza – come interpretata da sistemi di valore socialmente determinati e proprio perché da essi restituita semanticamente – non è un dato naturale originario ontologico umano, come si potrebbe supporre, bensì costituisce una condizione di scorreria della “cieca realtà, priva di mediazioni simboliche” (Enrico Guglielminetti, Docente di Filosofia teoretica all’Università di Torino): “la violenza sarebbe un sottrarsi al linguaggio, e il linguaggio faticherebbe, proprio per ciò, a comprenderla nelle forme che gli sono proprie”.

Nondimeno, da un’altra prospettiva, la violenza senza il linguaggio non sussisterebbe come tale, ma come mero esercizio. Paradossalmente, come accade a tutti gli artefatti extragenetici, artificiali, culturali, è il linguaggio (sistema di segni condivisi organizzati in un insieme di regole di corrispondenza con i “significati”) a causare la “violenza” nel suo significato.

È il linguaggio, quindi, che va indagato a fondo per comprendere la violenza, in tutte le sue umane forme. Ponendo domande.

Cosa riteniamo – io, noi, alter ego vari – sia la violenza ?

A ben guardare, la violenza non si lascia codificare agevolmente, perché “costituisce un altro mondo, che è difficile decifrare standone fuori” (cit. E. Guglielminetti). Inoltre, ogni “dire” della violenza promuove una collocazione teorica, un pronunciamento ideologico, un prendere posizione, una ragione, una meta etica. Infatti, come tutti sanno, si può uccidere con le mani allo stesso modo che con le parole. La violenza si articola, si declina in una vastissima fenomenologia. Altrimenti, alluderemmo dogmaticamente all’assoluta violenza, quasi Spirito che autonomamente agisce, che aprioristicamente si muove nello spazio-tempo umano.

Così non è, la violenza ha sue coordinate materiali, concrete a tal punto che si identifica con il dolore e della carne e della psyché (ψυχή) . È l’esperienza della violenza, di conseguenza, che diviene inevitabile oggetto di ricerca.

L’aspetto problematico, quindi, si trova proprio nel luogo teorico-retorico in cui si attribuisce alla violenza un senso, che la conduce a definirsi costitutiva della relazione senso/verità circa le vicende umane.

Comprendere la violenza – senza legittimarla – può condurre a scoprire la funzione di quanto retoricamente viene spesso celato della sua strumentalità ed “utilità sociale”.

Non è forse Heidegger a porre la questione della verità dell’essere in un collegamento essenziale tra la svelatezza ed il nascondimento?

Quando si accenna alla “violenza” è alla verità dell’essere che ci si riferisce; si oppone alla categoria di “ab-senso”, quella totalmente differente di “non-senso”: non è la verità ad essere in gioco, ma il sapere, o meglio la sua correlazione con il reale.

Questa dialettica – che può dirsi anche come antinomia “male assoluto” / “bene assoluto” – è il banco di prova al quale voler sottoporre tutti i dispositivi di pensiero che, forse banalmente, si accettano per riuscire ad orientarsi nel mondo, mostrandoli come dispositivi storici di ragione e non come intuizioni irrazionali che fanno stare bene, in pace, con la personale coscienza nella loro presunta indiscutibilità.
Giovanni Dursi

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