Sul mio scaffale sonnecchiava “Al faro” di Virginia Woolf

history 3 minuti di lettura

Leggere significa esercitare una libertà che non è soggetta ad alcuna regola. Sono i lettori che decidono come e cosa, il tempo e la passione, quali autori e quale genere. Leggere è spalancare una porta per entrare in un mondo che ci permette di essere qui e altrove, aggirandoci tra personaggi e storie che apparentemente sono distanti da noi. Alcuni libri sonnecchiano sullo scaffale della nostra libreria per qualche tempo e, magicamente, un giorno sono lì che ti chiamano e chiedono di essere attraversati. Si, credo che un libro debba essere attraversato nel senso etimologico della parola che è “percorrere passando da una parte all’altra” dall’inizio alla fine invadendo con il nostro pensiero una storia che non è la nostra.

Sul mio scaffale sonnecchiava Al faro e si è fatto leggere tutto d’un fiato.
Immergersi nella lettura di Virginia Woolf significa entrare in un mondo femminile fatto di luci e di ombre. È un percorso che spaventa, ma che allo stesso tempo affascina come pochi. È un modo di guardare alla vita che sembra seguire un andamento inverso rispetto alla consuetudine, con Il Faro (titolo originale) si entra in un mondo in cui l’assenza, che fa nascere la nostalgia e rende vivo il ricordo, diventa l’elemento caratterizzante e determinante di ogni raccontare. In queste pagine intense e piene di parole esiste, quasi come una contraddizione indecente, la consapevolezza che le parole non bastano per raccontare una vita perché il sentimento non può essere chiuso in parole.

Virginia Woolf di parole ne usa tante e, anche se nelle descrizioni non ne abbonda, rende immensamente vero tutto quello che racconta. Non c’è fretta nella scrittura, ma un ritmo tiene costantemente alta la soglia dell’attenzione e della riflessione. Sembra tutto lento, pacato, silenzioso, ma la potenza della scrittura emerge con tutta la sua forza. Non è racconto della realtà così come banalmente può apparire agli occhi dei distratti, è il silenzio che genera pensieri, è il vuoto che riempie di nostalgia e la nostalgia evoca voglia di avere quello che non c’è più. Presenza nell’assenza, luce e ombra che si completano in un equilibrio che è la scoperta dell’indicibile fatto di sensazioni e sentimenti incapace di essere narrato. C’è un gioco sottile di potere nelle vite dei protagonisti che trova la sua massima essenza quando la mancanza restituisce la voglia di tornare ad avere quello che un tempo era presenza.

Ho trovato geniale e bellissima la scelta dell’autrice di dare ad una donna, che in realtà altro non è che lei stessa, il ruolo di una pittrice. Lily, questo il nome, riuscirà a dipingere un quadro pensato e mai cominciato solo quando sentirà il vuoto lasciato della bellissima donna, protagonista assoluta tanto da viva quanto da morta, che per anni l’aveva affascinata. Figure femminili rievocative di ruoli materni, ma allo stesso tempo libere di essere fiere donne di quel tempo e soprattutto padrone del loro tempo. “Continuando a lavorare a maglia, seduta dritta sulla sedia, era proprio così che si sentiva: il suo io, spogliatosi di ogni legame, era libero ora per le più straordinarie avventure. Quando la vita si inabissava un solo istante, lo spettro dell’esperienza sembrava farsi sconfinato.”, è in questo e in molti altri passaggi che Virginia Woolf dimostra di sapere che la consapevolezza di se stesse è la chiave di ogni emancipazione femminile.
Nel suo diario, dice “Se scrivo è per andare alle cose centraliforse scrivendo non raggiungo nulla, ma io divento migliore” e noi che leggiamo ne godiamo.
Il faro ha una luce che attraversa e crea un gioco di luci e di ombre, ognuno ha il suo faro.
Nicla Pirro

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article