Sulla morte senza esagerare. Silenzio, recita il trapasso

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La mia amica Mercedes suona ai funerali.
Quale migliore compagnia per andare al teatro Parenti di Milano, ad assistere allo spettacolo Sulla morte senza esagerare?

Non abbia timore chi crede che un soggetto sulla morte risulti indigesto. Non c’è tema più vitale di questo. E come ebbe a dire Sant’Agostino. Non c’è domanda più importante. Così credeva anche Camus che, dalle sponde del tempo, replicava: Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo.

Lo spettacolo di Riccardo Pippa non è uno spettacolo di pensieri, di nessi causali e riflessioni. Il regista porta in scena, come ci ha riferito, una sorta d’esperienza, qualcosa in cui uno può fare esperienza, non qualcosa che uno deve capire o non capire. I significati vengono dopo.
Lo spettacolo trasporta gli spettatori in un mondo surreale, ironico, delicato.
È il mondo della morte.
In scena c’è il momento del trapasso. Si tratta di un tema inusuale. Eppure Riccardo Pippa e il Teatro dei Gordi non si tirano indietro. Incatenano il pubblico alle poltrone per cinquantacinque minuti, imponendo una lezione di silenzio agli spettatori.
Durante tutta la rappresentazione non viene detta una parola, ma il pubblico non sembra aversene a male, ride e partecipa alle innumerevoli trovate sceniche.

In campo c’è la morte, ma non è la morte orgogliosa e onnipotente. Non è la grande mietitrice.
Si tratta piuttosto di una morte dimessa, un po’ impiegatizia, con un maglione tarmato. È una morte un po’ goffa, che sarà sostituita da una morte più giovane. La nuova morte non vedrà l’ora di fare bella figura, di mettersi all’opera.
Non ci sono parole durante lo spettacolo, solo quelle della grande poetessa polacca Wisława Szymborska, dei suoi versi, proiettati alle spalle degli attori. Ci sono solo quelle parole. Esse danno il titolo al lavoro portato in scena, e sono motivo d’ispirazione per l’intera pièce.

I protagonisti indossano maschere di carta pesta, dai lineamenti fissi, ma non rigidi. Frutto del lavoro di Ilaria Ariemme, e dei perfezionamenti apportati da una compagnia di giovani attori.
Le maschere sono un tratto essenziale di questo spettacolo, ed ecco come il regista ci ha illustrato la necessità del loro utilizzo.
Non è una scelta di genere. Per noi rimane sempre una questione di necessità. Ci poniamo sempre la domanda se la maschera serva o non serva a ciò che dobbiamo raccontare. In questo caso la maschera serviva per rappresentare un trapasso scenicamente credibile.

Riccardo Pippa ha tenuto a sottolineare che durante lo spettacolo le maschere cadono, ma non si tratta dell’antico adagio, con cui si è soliti sottolineare che: davanti sulla morte le maschere, le finzioni vengono meno.
Siamo al di là di una logica in cui la maschera diventa sinonimo di una vita finta rispetto a un trapasso, che ti pone su un altro piano di verità. Le figure che entrano in scena hanno la stessa dignità delle figure che poi escono senza maschera. La presenza e la caduta della maschera serve solamente per riuscire a raccontare due piani diversi. Un piano più legato al mondo, e un piano del trapasso.

Lo spettacolo ha avuto momento di autentica commozione e delicatezza. E questo, un pubblico attento e coinvolto, l’ha subito colto.
Struggente e avvincente, teatralmente potente, la storia dei due anziani che entrano in scena. Lei accompagna lui. Lui si appoggia alla morte, che lo accoglie con gesti amorevoli. L’anziano nel momento del trapasso lascia cadere la maschera. La moglie lo vede per come era da giovane. Bello. Poi lei sia avvicina alla morte e la accarezza, senza averne paura.
Il pubblico era rapito. Mentre ha riso di gusto, per la sottile ironia di altri personaggi.
L’impiccato sembra riprovarci più volte, e la morte non riesce a ghermirlo.
Il ragazzino mostra il dito medio perché l’ha scampata. La morte, senza scomporsi, gli fa cenno con un semplice movimento dell’indice che rotea nell’aria, che prima o poi verrà il suo turno.
I gesti degli attori sono misurati. Grande lavoro quello fatto sulle maschere e sul corpo. Ecco come Riccardo Pippa descrive il lavoro con le maschere.
Quello sulle maschere è un lavoro fondamentale. Sono maschere potentissime. Le maschere sono molto imprevedibili, soprattutto quelle di cartapesta, proprio per conformazione. Se hai una maschera devi andare dietro alla maschera. Le maschere hanno dato un nuovo respiro allo spettacolo, hanno dettato il gioco. Hanno obbligato anche la scrittura a spostarsi, a spostare punto di vista. Come compagnia abbiamo la possibilità di testare la potenzialità delle maschere, di metterle a punto, di fare in modo che la maschera diventi funzionale. Sicuramente Ilaria ha un tocco bellissimo. Le sue non sono maschere naturalistiche. Sono maschere molto più evocative, materiche, molto più finte. C’è una finzione continuamente dichiarata, e questo mette il pubblico nella libertà di aderire a un gioco.
Non meno importante, anzi essenziale, è stato il lavoro sul corpo. Quello del regista e degli attori è stato un lavoro a togliere.
L’istinto con la maschera è quello di muoversi molto, di caratterizzare molto col corpo. Invece noi abbiamo cercato di lavorare sul corpo in modo molto asciutto. Siamo andati alla ricerca dell’efficacia del minimo gesto. È stato un lavoro a togliere. Quello degli attori è stato quasi un lavoro di scultori sul proprio corpo. Ed è stato il frutto di lunghe fasi laboratoriali. Non serve gesticolare. Se tu gesticoli con una maschera muta, hai la percezione di una maschera che non può parlare. Invece tu da spettatore non ti devi porre il problema che la maschera non possa parlare. E anche l’attore lì dentro non deve fare azione verbale. Anche gesticolando può fare azione verbale. Quella non la può fare, e deve trovare un gesto che sia un gesto preciso, che porti avanti l’azione scenica.

A questa pièce riconosciamo diversi meriti: l’educazione al silenzio, un uso raffinato delle maschere, corpi che si muovono alla ricerca dell’essenzialità, parlare di una morte che tocca tutti da vicino. Grande il merito di aver raccontato una morte che non riguarda solo gli altri, ma anche me e te, caro lettore che segui con gli occhi le parole che ho sgranato per te attraverso i pixel del computer.
Grande il merito di voler parlare della morte, di un tema ormai bandito, rimosso dalla nostra società, in cui siamo e dobbiamo essere eternamente giovani. Ma c’è una sfida nella sfida.
Questo testo, inscritto nel corpo e nei silenzi, ha il grande merito di sottolineare che la morte riguarda tutti, dai primi vagiti alla vecchiaia.
Grande merito infine, quello di aver osato dar voce alla morte in un’età, come quella degli attori, in cui si crede e si sa di essere ancora immortali.
Perché a trent’anni, questa l’età del regista, e l’età media dei componenti del Teatro dei Gordi, si è veramente immortali.
Quando si è giovani la morte non ci appartiene. E questa è una splendida illusione, che questo spettacolo spazza via con grazia.
Gianfranco Falcone

Teatro Franco Parenti – Milano
Sala grande
7-8 dicembre

Sulla morte senza esagerare
ideazione e regia Riccardo Pippa
di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
scene, maschere e costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Giuliano Bottacin
cura del suono Luca De Marinis
tecnico audio-luci Alice Colla
organizzazione Camilla Galloni
distribuzione Monica Giacchetto
foto Laila Pozzo

Wisława Szymborska
SULLA MORTE SENZA ESAGERARE
traduzione di Pietro Marchesani

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo ingrato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
e, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

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